Sorrisi perversi

milo

Col tuo sguardo di fuoco

Coi tuoi sorrisi maliziosi mi attiri verso di te

Le tue mani calde su di me La tua bocca che mi morde

Le mie mani che ti spogliano..

il mio sesso che ti possiede il nostro piacere esplode

e ci porta con se a toccare il cielo ad assaporare

la vita e desidererne ancora fino a cadere svenuti

Tu respiri piano E io che immagino l infinito tra i tuoi capelli

Johnny Spata

a chi continua a sognare…..

Ai vinti, agli incerti nella vita, a chi sa sempre tutto, ma alla fine non

sa un cazzo a chi paga sempre senza capire mai il perché

A chi vaga nel buio della vita cercando un senso, riempito di vuoti,

che diventano voragini, che si fa coraggio nella notte,

ma con l’alba diventa difficile, e si deve ricostruire tutto…….

ai folli sognatori che vogliono cambiare il mondo,

ai pazzi che credono che con un secchio e un cucchiaio

prima o poi svuoteranno l’oceano……

A te che avevi una famiglia un lavoro una vita..

E ora non hai più nulla e non ti arrendi

Costretto a combattere, anche se hai voglia di lasciarti

Andare e trasportare dagli eventi……..

A te donna, uomo,bambino,giovane che sei nato in un tempo troppo

Duro, costretto in un mondo non tuo, che non hai scelto,

che hanno scelto per te, e ora devi vivere, non puoi far

altro non ti è permesso, e se non ti piace vedrai, appena alzi

la voce, ci sarà qualcuno a correggerti, a darti come vivere,

come pensare,lavorare, a renderti simile a lui, e svuotarti di te….

Al mondo  piacciono gli omologati, senza cervello,

i tipi originali non piacciono, vengono esiliati,cacciati,Uccisi, relegati, in qualche

angolo buio del mondo, perché non li senta nessuno, e semmai

dovresti farcela …. Sappi che i pugni e i calci e i giudizi non finiranno

mai..troverai sempre  qualcuno  pronto a fotterti …….

A te che credevi in un amore,un figlio e abbandonata

Quando passi per strada, quegli occhi di sconosciuti, che ti scrutano,

che ti penetrano nella carne, perché loro sanno tutto, perché loro

giudicano, puntano il dito, il dito che dovrebbero mettersi in culo,

a te che nella vita sei finito per le strade della droga e ora ti

chiamano deviato, drogato,alcolizzato, che non credono che puoi

cambiare, perché son tutti Cristiani per sentito dire , ma poi dentro

son merde indifferenti, e l’unico amico che ti è rimasto è il cane e lo spino

a te che vivi al massimo  solo perché così sai vivere,

a te lacché e bastardo che ti andrà sempre bene, perché sei sempre

dalla parte giusta , io rimango sempre dalla parte sbagliata,

non so vivere senza coscienza……………

al mio grande amore che spero che realizzi tutti i suoi sogni,

a te che sei piena di sogni , ma il mondo fa di tutto per spegnarli…..

a tutti voi che avete sogni da vivere ……

e non avete tempo da perdere…………

che un giorno ti svegli e sei morto……….

Per te..

un sera d’estate di tanti anni fa  i nostri sguardi si incrociarono..

Quel mio sorriso timido e i tuoi occhi pieni di luce…..

Come un fulmine che squarcia

Una giornata serena, ti riempie di paura…..

Ti emoziona, ti dà una scarica d’adrenalina….

Che dura e che non passa più

Io che ti dedico poesie….

E tu che non ci credi, dici una bugia, abbassi gli occhi e scappi via….

Pensi che ti prenda in giro….. e ti sembra un sogno uno

Come me…………  poi ti sveglierei piangendo

mi chiami piangendo

Quell’altro che ti ha fatto male, ti ha deluso

Ti lascia li piena di paura e di dubbi….

Io che ti do la mia spalla, il mio cuore….

La mia anima……

 Io che ci muoio dentro per te….

Mi tengo a distanza non voglio aprirti

Altri squarci ,perderti e farmi male

Ma te sei di un altro….

Tu scappi, io ti rincorro…

In un gioco di sguardi, di parole,

di infiniti sorrisi e pianto….

Mi troverai sempre al solito

Posto, sempre dove ci siamo

Conosciuti…….  A volerti….

A desiderati….

A rincorrerti finché il mio sogno

Non diventerà realtà…

Diventare una sola cosa …

Tu che piangi di gioia…

Ed io che piango

Perché ti appartengo……….

Sogno di una notte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sogno di una notte,

una notte cosi per caso,  i  bambini dall’America alla Cina, presi da un’energia  misteriosa ma positiva, si alzarono dai loro letti, e come guidati da un progetto preparato nei minimi particolari, si organizzarono  in piccoli gruppi, tutti con compiti precisi. Il gruppo energia si mise all’opera e riuscì a spegnere tutte le centrali elettriche del mondo, il gruppo ricchezza entro nei caveau di tutto il mondo,e trafugò tutti le ricchezze facendone  un enorme falò, qualcosa di mia visto prima, la luce si vide fin nello spazio, nel frattempo il gruppo libertà riuscì a liberare tutti gli animali tenuti in gabbia, e a riportarli nel loro habitat naturale.  facendoli tornare a nuova vita.  il gruppo sapienza distrusse tutta lo scibile umano scritto e scoperto fino ad allora.  il gruppo byte fece fuori le reti internet.  il gruppo terra smantello tutti i pozzi di petrolio, e fece saltare miniere di diamanti, oro, uranio. Alla fine di questo sforzo immenso, mentre sopraggiungeva l’alba,  tutti tornarono ad accucciarsi, nei loro letti,  come se nulla fosse.

Arrivò il mattino e col mattino arrivò il caos.

I primi adulti che fecero per accendere la luce del bagno o la tv, schiacciando il pulsante, e accorgendosi che non accadeva nulla,furono presi dal panico. Altri adulti resteranno a guardare increduli, il bancomat, era ancora in funzione grazie alla batteria di riserva,  aveva una scritta sinistra:  ‘’OUT OF ORDER’’  ‘’NO MONEY FOUND’’ , lo stesso successe ai distributori di benzina. Dopo i primi attimi di smarrimento e di paura, la maggior parte degli uomini fu presa dall’isteria e dalla paura,distruggendo tutto, si ammazzarono anche tra di loro.chi potè, si rifiugiò nelle campagne. Chi non sapeva deve scappare,fu costretto a subire le violenze.

Le forze dell’ordine non sapendo come arginare quella massa umana,preferirono non intervenire, e guardare  la follia umana in tutte le sue espressioni, iniziarono gli  atti di vandalismo e di saccheggio, per accaparrarsi l’ultimo litro di benzina, o l’ultima batteria rimasta nei supermarket .

Le violenze e i saccheggi andarono avanti per una settimana, le città erano in fiamme,  Agli angoli delle strade si contavano cataste di cadaveri, e già iniziavano le prime epidemie di colera e di tifo.  gli ospedali erano pieni di feriti,  non si trovava più un’aspirina, si curava tutti alla meno peggio. Durante l’ennesima guerriglia urbana, e scontri fratricidi, si udì l’urlo straziante di una donna

 

–          I bambini? I nostri figli dove sono?

 

L’urlo fu udito e ribattuto da un’altra donna e poi da un’altra ancora, fino a sommergere il chiasso dei tumulti. Tanto che riuscirono a fermarli. Nel giro di qualche minuto si fermarono tutti, assaliti da un senso di vuoto e di sgomento.

Presi in pieno dalla violenza e dall’odio si erano scordati dei propri, figli.

Bastò  un attimo e lasciarono perdere gli scontri, e la lucida follia, per correre  a casa.

Arrivati a casa non trovarono nessuno, neanche il più piccolo dei neonati, così un altro pensiero cupo assali la mente dei rivoltosi,

 

‘’ e se qualcuno ha ucciso tutti i nostri figli’’ mentre eravamo distratti dalla barbarie,  si chiedevano smarriti guardandosi tra di loro

Non si persero d’animo e li iniziarono a cercare i bambini, cosi ci fu chi corse verso il parco giochi, ma le altalene erano vuote, e senza vocio dei bambini, quel posto  emetteva una tristezza mai sentita prima.

Dopo fu la volta del campetto di calcio, ma anche qui c’era solo il vento a far rumore, andarono verso l’unica gelateria rimasta in piedi, ma niente. Girano tutta la città in lungo e in largo. Giorno e notte per una settimana.

Al tramonto dell’ottavo giorno ormai persi e senza speranza, in lontananza videro un cane che passo dopo passo si avvicinava. Tutti ebbero la strana sensazione che quel cane avesse qualcosa da dire, ed infatti si fermò davanti ai piedi di un uomo, guardandolo dall’alto in basso, poi si girò di spalle, per farsi seguire, senza esitazione quella massa umana, segui il cane. Per venti, interminabili km. Fino a quando non sporsero una collina. Passata la collina, si trovarono di fronte ad uno spettacolo, mai visto prima, i loro figli, quei piccoli cuccioli d’uomo si erano organizzati. Dando inizio al gruppo VITA , avevano costruito  un piccolo insediamento di casette semplici, fatte di legno, si cibavano con quello che offriva madre natura, senza uccidere o rubare vita, imparavano giocando, senza nessun adulto ad impartire ordini ,  vivevano in armonia.  Gli adulti, così sapienti e così razionali, non poterono  far altro che adeguarsi.

‘’Cent’anni di solitudine’’ di Gabriel García Márquez

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Secondo fu il mangiatore invitto, fino al sabato disgraziato in cui comparve Carnila Sagastume, una femmina totemica nota nell’intero paese col nome di La Elefantessa. Il duello si prolungò fino allo spuntare del giorno del martedi. Nelle prime ventiquattro ore, dopo aver liquidato un vitello con contorno di tuberi e banane cotte, e inoltre una cassa e mezzo di champagne, Aureliano Secondo era sicuro di vincere. Si considerava più entusiasta, più vitale  della imperturbabile avversaria, che sfoggiava uno stile evidentemente più  professionale, ma anche meno emozionante per l’eterogeneo pubblico che  traboccò nella casa. Mentre Aureliano Secondo mangiava a quattro palmenti, smanioso di vincere, l’Elefantessa sezionava la carne con l’arte di  un chirurgo, e la mangiava senza fretta e perfino con un certo piacere. Era gigantesca e massiccia, ma contro la corpulenza colossale prevaleva la  dolcezza della femminilità, e aveva un viso cos ì grazioso, delle mani così fini e ben curate e un fascino personale cos ì irresistibile, che quando Aureliano Secondo la vide entrare in casa commentò a bassa  voce che avrebbe preferito non fare il torneo a tavola bensí a letto. Più tardi, quando la vide consumare la culatta del vitello, senza violare una sola regola della migliore urbanità, commentò seriamente che quella delicata, affascinante e insaziabile proboscidata era in un certo modo la donna ideale. Non si sbagliava. La fama di rompiossa che aveva preceduto l’Elefantessa mancava di fondamento. Non era trituratrice di buoi, né donna barbuta di un circo greco, come si diceva, ma direttrice di un’accademia di canto. Aveva imparato a mangiare quando era già una rispettabile madre di famiglia, cercando un metodo per far sì che i suoi figli si alimentassero meglio e non mediante stimoli artificiali dell’appetito bensí mediante l’assoluta tranquillità dello spirito. La sua teoria, dimostrata nella pratica, si basava sul principio che una persona che avesse perfettamente sistemato tutte le pendenze della sua coscienza, poteva mangiare senza sosta finché non fosse stata vinta dalla stanchezza. Di modo che fu per ragioni morali, e non per interesse sportivo, che tralasciò le cure dell’accademia e del focolare domestico per competere con un uomo la cui fama di grande mangiatore senza principi aveva fatto il giro del paese. Fin dalla prima volta in cui lo vide, si rese conto che Aureliano Secondo sarebbe stato vinto non dallo stomaco ma dal carattere. Alla fine della prima notte, mentre l’ Elefantessa continuava impavida, Aureliano Secondo si stava esaurendo dal gran parlare e ridere. Dormirono quattro ore. Quando si svegliarono, ognuno di loro bevve il succo di cinquanta arance, otto litri di caffè e trenta uova crude. All’inizio del secondo giorno, dopo molte ore insonni e dopo aver liquidato due maiali, un casco di banane e quattro casse di champagne, l’Elefantessa sospettò che Aureliano Secondo, senza saperlo, doveva aver scoperto il metodo da lei creato, ma per la strada assurda della irresponsabilità totale. Era, quindi, più pericoloso di quanto lei aveva pensato. Tuttavia, quando Petra Cotes portò in tavola due tacchini arrosto, Aureliano Secondo era a un passo dalla congestione.”Se non può, non mangi più,” disse l’Elefantessa. “Restiamo pari.”Lo disse col cuore, comprendendo che il rimorso di star propiziando la morte dell’avversario le avrebbe impedito di mangiare anche un solo boccone in più. Ma Aureliano Secondo lo interpretò come una nuova sfida, e si rimpinzò di tacchino al di là della sua incredibile capacità. Perse conoscenza. Cadde bocconi nel piatto degli ossi, vomitando schiumate di cane dalla bocca, e soffocando in rantoli di agonia. Sentì, in mezzo alle tenebre, che lo gettavano dal più alto di una torre verso un precipizio senza fondo, e in un ultimo sprazzo di lucidità si rese conto che alla fine diquella interminabile caduta lo stava aspettando la morte.

“Portatemi da Fernanda,” riuscì a dire.

Gli amici che lo deposero in casa credettero che avesse mantenuto la promessa fatta alla moglie di non morire nel letto della concubina. Petra Cotes aveva incerato gli stivaletti di vernice che lui voleva portare con sé nella bara, e stava già cercando qualcuno che glieli recapitasse,quando vennero a dirle che Aureliano Secondo era fuori pericolo. Si ristabilí, in effetti, in meno di una settimana, e quindici giorni dopo stava celebrando con una baldoria senza precedenti l’avvenimento della sopravvivenza. Continuò a vivere in casa di Petra Cotes, ma andava a trovare Fernanda tutti i giorni e certe volte si fermava a mangiare in famiglia, come se il destino avesse invertito la situazione, e lo avesse trasformato in marito dalla concubina e amante dalla moglie. Fu un sollievo per Fernanda. Nel tedio dell’abbandono, le sue uniche distrazioni erano gli esercizi di clavicembalo nell’ora della siesta, e le lettere dei suoi figli. Nelle dettagliate missive che spediva ogni quindici giorni, non c’era una sola linea di verità. Nascondeva loro le sue pene.Celava la tristezza di una casa che nonostante la luce sulle begonie, nonostante l’afa delle due dei pomeriggio, nonostante le frequenti raffiche di festa che arrivavano dalla strada, somigliava sempre di riti alla magione coloniale dei suoi padri. Fernanda vagava sola tra tre fantasmi vivi e il fantasma morto di José Arcadio Buenda, che a volte veniva a sedersi con un’applicazione inquisitiva nella penombra del salotto, mentre lei sonava il clavicembalo. Il colonnello Aureliano Buendía era un’ombra. Dall’ultima volta che era uscito in strada per proporre una guerra senza avvenire al colonnello Gerineldo Màrquez, lasciava il laboratorio soltanto per andare a orinare sotto il castagno. Non riceveva altre visite che quelle del barbiere ogni tre settimane. Si alimentava di qualsiasi cosa gli portava Ursula una volta al giorno, e benché continuasse a fabbricare pesciolini d’oro con la stessa passione di un tempo, smise di venderli quando venne a sapere che la gente non li comprava come gioielli ma come reliquie storiche. Aveva fatto nel patio un falò delle bambole di Remedios, che decoravano la stanza da letto fin dal giorno del suo matrimonio.La vigile Ursula si accorse di quello che stava facendo suo figlio, ma non poté impedirlo.

“Hai un cuore di pietra,” gli disse.

“Questa non é una questione di cuore,” disse lui. “La stanza si sta riempiendo di tarme.” Amaranta tesseva il suo sudario. Fernanda non capiva perché mai di tanto in tanto scriveva lettere occasionali a Meme, e le mandava perfino dei regali, e invece non voleva sentire nemmeno parlare di José Arradio. “Morirete senza sapere perché,” rispose Amaranta quando lei glielo chiese tramite Ursula, e quella risposta seminò nel suo cuore un enigma che non riuscì mai a chiarire. Alta, eretta, altera, sempre vestita con abbondanti sottane di pizzo e con un’aria di distinzione che resisteva agli anni e ai cattivi ricordi, Amaranta sembrava portare sulla fronte la croce di cenere della verginità. In realtà la portava sulla mano, nella benda nera che non si toglieva mai nemmeno quando dormiva, e che lei stessa lavava e stirava. La vita le si esauriva nel ricamo del sudario. Si sarebbe detto che ricamava durante il giorno per disfare il lavoro di notte, e non con la speranza di sconfiggere in quel modo la solitudine, ma tutto al contrario, per sostenerla. La maggiore preoccupazione di Fernanda nei suoi anni di abbandono era che Meme venisse a passare le prime vacanze in casa e non vi trovasse Aureliano Secondo. La congestione mise fine a quel timore. Quando Meme tornò, i suoi genitori si erano messi d’accordo non soltanto per far sì che la bambina continuasse a credere Aureliano Secondo un marito domestico, ma anche perché non si notasse la tristezza della casa. Tutti gli anni, per due mesi, Aureliano Secondo recitava la sua parte di marito esemplare, e organizzava feste con gelati e biscottini, che la lieta e vivace studentessa rallegrava col clavicembalo. Era evidente fin da allora che aveva ereditato assai poco del carattere della madre. Sembrava piuttosto una seconda versione di Amaranta, quando questa non conosceva l’amarezza e andava mettendo sossopra la casa coi suoi passi di ballo, a dodici, a quattordici anni, prima che la passione segreta per Pietro Crespi facesse definitivamente cambiar strada al suo cuore.

Pagine tratte da ‘’ Cent’anni di solitudine’’ di Gabriel García Márquez

 

senso

 

 

 

 

 

 

era più facile e ancora più

semplice non nascere…

ormai  ci sei

e indietro non si torna

e ti metti alla ricerca di un

senso…da dare a tutto…….

e un senso lo trovi in

in un amore, che prima o poi ti fotte….

nella vita dove spingi e trascini

dove  lotti per i tuoi sogni

che svaniscono all’alba

e poi ti fotte anche lei………

in bicchieri di whisky dove ci

anneghi tutto,anneghi anche te….

e i guai ritornano tutti assieme

come un’esplosione improvvisa….

e fotti te e il fegato……

c’è chi vive per un lavoro

poi una mattina lavorando arriva il tuo giorno

e lasci vuoti……..

chi passa la vita tra puttane e galere,

santi e diavoli

è lo stesso….

basta esserci,basta restare fottuti………

l’unico senso che poi trovare è

in te, pensando che domani

sarà migliore ……..

mentre il sole tramonta

e tu sei in compagnia dei tuoi se…..

Johnny Spata

Supplica a Mia Madre di Pier Paolo Pasolini

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Supplica a Mia Madre Pier Paolo Pasolini