”Uomini e No” di Elio Vittorini


 

 

Può l’umano farsi non umano?

 

 

 

 

 

 

Scese allora dal marciapiede, si mise con la folla, passò davanti a quegli uomini; e guardava che cosa avessero che luccicava al sole sui berretti. Vide che avevano delle teste di morto in metallo bianco, il te­schio con le tibie incrociate; ma vide anche che sul marciapiede, tra quegli uomini e altri più in fondo, stavano allineati come dei mucchietti di cenci; qualche mucchietto bianco, e qualche mucchietto invece scuro, di pantaloni, giacche, cappotti: panni usati.

Che cos’era?

Guardò, pur camminando, e più da vicino; e vide, fuori da qualcuno di quei mucchi, scarpe.

Scarpe anche?

Le vide come ai piedi dell’uomo, quando un uomo è steso in terra. C’era gente in quei piccoli mucchi? C’erano uomini? Guardò, quasi spaventata, dietro a sé; nelle facce della folla.

“Ma…” disse. Qualcosa per cominciare. E avrebbe voluto chiedere se ognuno di quei mucchietti fosse un uomo; e perché fossero lì, cinque mucchietti, cinque uomini; se fossero uomini catturati, e catturati a che scopo; e perché fossero tutti stesi, perché nessuno fosse seduto, nessuno in piedi, nessuno che si muovesse.

Avrebbe voluto saperlo da qualcuno della folla, non vederlo da sé; e invece vide da sé; e vide che erano morti, cinque uomini allineati morti sul marciapiede, uno vestito anche con cravatta al collo come se lo avessero ucciso mentre camminava per la strada, ma tutti gli altri in disordine, uno avvolto nel tappeto d’un tavolo, uno con la giacca sulla faccia e sotto in mutande e camicia, due in biancheria da letto con i piedi nudi.

[…]

Ma c’era anche la bambina.

Più giù, tra i quattro del corso, dagli undici o dodici anni che aveva mostrava anche lei la faccia adul­ta, non di morta bambina, come se nel breve tempo che l’avevano presa e messa al muro avesse di colpo fatta la strada che la separava dall’essere adulta. La sua testa era piegata verso l’uomo morto al suo fianco, quasi recisa nel collo dalla scarica dei mitragliatori e i suoi capelli stavano nel sangue raggru­mati, la sua faccia guardava seria la seria faccia dell’uomo che pendeva un poco dalla parte di lei.

Perché lei anche?

Gracco vide passare un altro degli uomini che aveva conosciuto la sera prima, il piccolo Figlio-di-Dio, e fu un minuto con lui nella sua conversazione eterna. Rivolse a lui il movimento della sua faccia, quella ruga improvvisa in mezzo alle labbra, quel suo sguardo d’uomo dalle tempie bianche; e Figlio-di-Dio fe­ce per avvicinarglisi.

Ma poi restò dov’era. Perché lei? il Gracco chiedeva. E Figlio-di-Dio rispose nello stesso modo, guar­dandolo. Gli rimandò lui pure la domanda: Perché lei?

Perché? la bambina esclamò. Come perché? Perché sì! Tu lo sai e tutti lo sapete. Tutti lo sappiamo. E tu lo domandi?

Essa parlò con l’uomo morto che gli era accanto.

Lo domandano, gli disse. Non lo sanno?

Sì, sì, l’uomo rispose. Io lo so. Noi lo sappiamo.

Ed essi no? la bambina disse. Essi pure lo sanno.

Vero, disse il Gracco. Egli lo sapeva, e i morti glielo dicevano. Chi aveva colpito non poteva colpire di più nel segno. In una bambina e in un vecchio, in due ragazzi di quindici anni, in una donna, in un’altra donna: questo era il modo migliore di colpir l’uomo. Colpirlo dove l’uomo era più debole, dove aveva l’in­fanzia, dove aveva la vecchiaia, dove aveva la sua costola staccata e il cuore scoperto: dov’era più uomo. Chi aveva colpito voleva essere il lupo, far paura all’uomo. Non voleva fargli paura? E questo modo di colpire era il migliore che credesse di avere il lupo per fargli paura.

Però nessuno, nella folla, sembrava aver paura.

(dai capitoli LXII e LXIV)

 

Un camioncino col rancio era passato per il largo Augusto e il corso, e gli uomini con la testa di morto sui berretti mangiavano al sole, mangiavano all’ombra, su ogni marciapiede dov’erano di guardia.

La gente li guardava, e due giovanotti che li guardavano sorrisero tra loro.

“Buono, eh?” disse uno.

“Mica male,” uno di quegli uomini rispose.

“Che ci avete dentro? Carne?…”

“Eh, sì! Carne!”

“Ossa anche?”

“Ossa? Come ossa?”

Uno sbarbatello delle teste di morto venne dov’erano i due giovanotti e mostrò il recipiente.

“C’è carne. C’è pancetta. C’è fagioli. C’è patate.”

“Vedo,” disse il giovanotto che aveva parlato.

“Ci trattano bene,” lo sbarbatello continuò. “La mattina,” disse, “pane con burro e marmellata…” Ave­va piena la bocca, e voglia di parlare. “Il pomeriggio, lo stesso. Pane, con burro e marmellata.”

Il giovanotto si voltava indietro, mentre lui parlava. Guardava occhi, nell’attenta folla. E lui dalla te­sta di morto, sempre piena la bocca, parlava.

“La sera, maccheroni e pietanza.”

“Di carne cruda?”

“Di carne cruda? No, di carne cotta. Più la frutta. Più il formaggio. Più il vino.”

“E quest’intruglio a quest’ora?”

“Intruglio? Questo è un piatto tedesco. Ha un nome loro non so come si dice. E c’è anche salsiccia.”

“Ma guarda!”

“Uno come noi può ringraziare Iddio. Di questi tempi che farebbe, se no? Fame, se no!”

“Lo credo.”

Con la testa di morto sul berretto, quello mosse la sua mascella piena, masticando, in direzione della folla e indicò le facce davanti a sé.

“Che fanno loro? Se non sono ricchi sfondati, fame!”

Il giovanotto si voltò di nuovo.

“Dì,” disse lo sbarbatello. E gli diede una gomitata.

“Che vuoi?”

 

Pagine tratte da ”Uomini  e No” di Elio Vittorini

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