Lettere contro la guerra Tiziano Terzani

 

 

 

 

 

 

 

 

Dedicato alla giornalista Mika Yamamoto, uccisa in Siria,durante gli scontri di questi tragici giorni,e a tutti i giornalisti che con sacrificio e impegno provano a raccontare le guerre di cui è pieno il mondo

Ci sono giorni nella vita in cui non succede niente, giorni  che passano senza nulla da ricordare, senza lasciare una traccia, quasi non si fossero vissuti. A pensarci bene, i più sono giorni così, e solo quando il numero di quelli che ci restano si fa chiaramente più limitato, capita di chiedersi come sia stato possibile lasciarne passare, distrattamente, tantissimi. Ma siamo fatti così: solo dopo si apprezza il prima e solo quando qualcosa è nel passatoci si rende meglio conto di come sarebbe averlo nel presente. Ma non c’è più.

Un giorno, tornando a casa in bicicletta, un cecchino dell’Alleanza del Nord lo ha centrato in una gamba spappolandogliela sopra al ginocchio. « Se non è morto, quel tipo è ora di nuovo a Kabul », ho commentato come soprappensiero. «Lei lo ha perdonato? » « No. No. Se potessi lo ammazzerei con le mie mani », mi ha risposto. Tutti quelli che ci stavano a sentire erano d’accordo. Nella sezione delle donne una ragazzina di 13 anni impara a camminare con un nuovo piede di plastica, muovendosi lentamente lungo un tracciato di orme rosse sul pavimento. Un giorno, sei mesi fa, la madre le ha chiesto di andare a cercare un po’ di legna per il fuoco. Poco dopo ha sentito un’esplosione e le urla. Chiedo alla fisioterapista che l’aiuta, anche lei senza una gamba, persa anni fa su una mina nascosta nel cortile della scuola, se ritiene possibile un mondo senza guerra. Ride, come avessi raccontato una barzelletta. « Impossibile. Impossibile », dice. Ogni politico in visita a Kabul si fa vedere al centro di Alberto Cairo e porta aiuti perché lui continui il suo convincentissimo lavoro. Quel che nessuno ha il coraggio di dire è che l’unico modo di metter fine a quel lavoro, agli aiuti e alle visite dei politici è quello di proibire, ora, subito, la fabbricazione e il commercio di tutte le mine possibili. Che la « comunità internazionale » mandi una « Forza di pace » a smantellare qualunque fabbrica di mine, dovunque si trovi nel mondo! Cairo è in Afghanistan da 12 anni e conta di restarci per il resto della vita. Di lavoro ne ha: oltre al milione di vecchie mine, ci sono ora tutte quelle nuove seminate dal cielo dagli americani. Anche lui sorride della mia speranza in un mondo senza guerra. « In Afghanistan la guerra è il sale della vita », dice. « La guerra è più saporita della pace. » Il suo non è cinismo; è rassegnazione. Ma io non posso rassegnarmi, anche se mi rendo conto che quello che stiamo vivendo è un momento particolarmente tragico per l’umanità. Da settimanetutto quello che vedo e che sento a proposito di questa guerra sembra fatto per dimostrare che l’uomo non è assolutamente la parte più nobile del creato e che nel suo cammino di incivilimento sta subendo ora, davanti ai nostri

occhi, con la nostra partecipazione, una grande battuta d’arresto.Proprio all’inizio del terzo millennio, all’inizio di quella che tanti giovani pensavano fosse The New Age, la nuova era di pace e serenità, l’uomo ha innescato un pericolosissimo processo di nuova barbarie. Proprio quando una serie di regole del convivere umano parevano assicurate e condivise dai più, proprio quando le Nazioni Unite sembravano diventare la sede per la risoluzione dei conflitti, proprio quando le varie convenzioni sui diritti umani, sulla protezione dell’infanzia, della donna e dell’ ambiente parevano aver gettato le basi per una nuova etica internazionale, tutto è stato sconvolto e l’amministrazione della morte altrui è tornata ad essere una routine tecnicoburocratica come per Eichmann era diventato alla fine il trasporto degli ebrei. Sotto gli occhi di soldati occidentali, a volte con la loro attiva partecipazione, prigionieri con le mani legate dietro la schiena vengono fucilati ed il massacro, definito convenientemente una « rivolta carceraria », viene archiviato. Interi villaggi di contadini, la cui unica colpa è di essere nelle vicinanze di una montagna chiamata Tora Bora, vengono rasi al suolo dai bombardamenti a tappeto. Le vittime sono centinaia, ma la loro esistenza viene spudoratamente negata con l’affermazione che « tutti gli obiettivi colpiti sono militari». Una personalità di rilievo come il segretario alla Difesa Rumsfeld descrive i combattenti di Osama bin Laden come « animali feriti », per questo particolarmente pericolosi e con ciò possibilmente da abbattere, anche quando il rifiutare la resa di un combattente disarmato è un crimine di guerra secondo le Convenzioni di Ginevra. Il fatto che le quasi quotidiane apparizioni del segretario Rumsfeld al podio del Pentagono siano diventate uno dei programmi più popolari e più seguiti d’America dice molto sullo stato attuale di gran parte dell’umanità. La tortura stessa cessa di essere un tabù nella coscienza occidentale e nei talk-show si discute ormai apertamente sulla legittimità di ricorrervi quando si tratti di estrarre al sospetto-torturato delle informazioni che salvino vite americane. Pochissimi protestano. Nessuno chiede apertamente se i marines, le forze speciali e gli agenti della CIA, che stanno interrogando centinaia di talebani e arabi per scoprire dove si nasconda Osama bin Laden, lo facciano rispettando le norme secondo cui i prigionieri di guerra son tenuti solo a dare le proprie generalità. La « comunità internazionale » ha ormai accettato che l’interesse nazionale americano prevalga su qualsiasi altro principio,compreso quello finora sacrosanto della sovranità nazionale.  La stessa stampa americana ha messo da parte molti dei vecchi principi che l’hanno in passato resa importante nel suo ruolo di controllore del potere. Ho visto con i miei occhi l’originale di un articolo scritto dall’Afghanistan da un corrispondente di un grande quotidiano e quel che poi è stato pubblicato. Un tempo sarebbe stato motivo discandalo. Non ora. « Ormai siamo diventati la Pravda », diceva il giornalista.Quando un altro corrispondente ha proposto di scrivere un ritratto psicologico del mullah Omar per spiegare, fra l’altro, come e perché il capo supremo dei talebani, non consegnando Bin Laden, abbia messo in gioco l’esistenza del suo regime, la risposta della redazione è stata: « No. Il pubblico americano non è ancora pronto ». La verità è che si deve evitare tutto ciò che può umanizzare la figura del « nemico », tutto ciò che può spiegare le sue ragioni. Il nemico va demonizzato, va presentato come un inaccettabile mostro da eliminare. Solo per un attimo c’è stato nel servizio in diretta della CNN sul massacro dei prigionieri nella fortezza di Mazar-i-Sharif un tocco di compassione per quelle centinaia di cadaveri sparpagliati oscenamente nel cortile e fra i quali un soldato dell’ Alleanza del Nord già andava a giro con delle orribili pinze a cercare di recuperare dei denti d’oro dalle bocche spalancate. Sullo schermo è comparso uno svizzero del Comitato Internazionale della Croce Rossa che ha spiegato d’essere lì per fotografare e cercare di identificare quei morti. « Ognuno di loro ha una famiglia », ha aggiunto.Quei pochi fotogrammi con quelle poche parole sono scomparsi da tutte le edizioni in cui il servizio è stato poi, più volte, ritrasmesso. Non è scomparsa invece – anzi è stata ripetuta a non finire, specie nelle emissioni radio della Voice of America e della BBC rivolte all’Asia – la storia secondo cui negli ultimi giorni gruppi di talebani allo sbaraglio avrebbero fermato gli autobus sulla strada bad, e dopo aver controllato, come facevano quando erano al potere, la lunghezza «islamica» delle barbe dei passeggeri, avrebbero mozzato naso e orecchie a tutti quelli che se l’erano accorciata. Le vittime sarebbero state portate negli ospedali di Kabul e Jalalabad. Una mattina ho fatto il giro di tutti gli ospedali della capitale alla ricerca di quei malcapitati. Non ne ho trovato uno. Non esistono. Quella storia era falsa, ma una volta trasmessa nessuno si è preoccupato di smentirla. Allo stesso modo era falsa,anche se è stata persino usata dalla moglie di Tony Blair come esempio degli « orrori »talebani, la storia secondo cui sotto il regime del mullah Omar le donne che avevano le unghie laccate se le vedevano strappare via di forza. Le emozioni suscitate da tutta una serie di notizie false, compresa quella delle fiale di gas nervino « trovate » in un campo di Al Qaeda vicino a Jalalabad, sono servite a rendere accettabili gli orrori della guerra, a mettere le vittime nel conto dell’«inevitabile prezzo » da pagare per liberare il mondo dal pericolo del terrorismo. Questo era il fine della politica di informazione e disinformazione fatta da Washington e questo è quel che ha alimentato l’opinione pubblica del mondo occidentale. L’ autocensura dei mezzi d’informazione americani, e in gran parte anche di quelli europei, ha fatto il resto.La determinazione con cui gli Stati Uniti hanno inteso tacitare ogni voce dissidente e seccare ogni possibile fonte di verità alternativa è stata dimostrata dal missile caduto «per sbaglio » sulla sede a Kabul della televisione araba Al Jazeera. Sono andato a vedere. Non c’è stato alcuno sbaglio. La villetta in cui stava la redazione era la terza di una fila di costruzioni tutte uguali, in cemento, ad un piano, con un giardinetto attorno, in un viale uguale a tanti altri nel quartiere Wazir Akbar Khan. Nei paraggi non c’erano caserme, ministeri, carri armati o altri possibili obiettivi militari. Nel mezzo della notte un singolo missile, lanciato da un aereo ad alta quota, è caduto esattamente lì, su quella villetta, sventrandola. Un colpo alla libertà di espressione, ma un colpo ormai dato per scontato, accettato, giustificato: un colpo entrato a far parte della nostra vita come i tribunali speciali americani, gli arresti senza garanzie legali, le sentenze di morte senza appello. Eppure niente di tutto questo – non i morti innocenti, non i massacri di prigionieri, non la limitazione dei nostri diritti fondamentali, non l’ingiustizia profonda della guerra – ha scosso l’opinione pubblica. Certo non quella americana, ma neppure quella europea. L’attuale, diffusa indifferenza verso quel che sta succedendo agli afghani, ma in verità -senza che ce ne accorgiamo – anche a noi stessi, ha radici profonde. Anni di sfrenato materialismo hanno ridotto e marginalizzato il ruolo della morale nella vita della gente,facendo di valori come il danaro, il successo e il tornaconto personale il solo metro di giudizio. Senza tempo per fermarsi a riflettere, preso sempre più nell’ingranaggio di una vita altamente competitiva che lascia sempre meno spazio al privato, l’uomo del benessere e dei consumi ha come perso la sua capacità di commuoversi e di indignarsi. È tutto concentrato su di sé, non ha occhi né cuore per quel che gli succede attorno. È questo nuovo tipo di uomo occidentale, cinico e insensibile, egoista e politicamente corretto – qualunque sia la politica -, prodotto della nostra società di sviluppo e ricchezza, che oggi mi fa paura quanto l’uomo col Kalashnikov e l’aria da grande tagliagole che ora è ad ogni angolo di strada a Kabul. I due si equivalgono, sono esempi diversi dello stesso fenomeno: quello dell’uomo che dimentica d’avere una coscienza, che non ha chiaro il suo ruolo nell’universo e diventa il più distruttivo di tutti gli esseri viventi, ora inquinando le acque della terra, ora tagliandone le foreste, uccidendone gli animali ed usando sempre più sofisticate forme di varia violenza contro i suoi simili. In Afghanistan tutto questo mi appare chiaro. E mi brucia e mi riempie di rabbia.Per questo, a pensarci bene, l’unico momento di gioia che ho avuto in questo paese è stato quando ci son passato sopra. Dall’oblò di un piccolo aereo a nove posti delle Nazioni Unite in rotta da Islamabad a Kabul, il mondo appariva come se l’uomo non fosse mai esistito e non ci avesse lasciato alcuna traccia di sé. Da lassù il mondo era semplicemente meraviglioso: senza frontiere, senza conflitti, senza bandiere per cui morire, senza patrie da difendere. Ho pietà di coloro che l’amore di sé lega alla patria; la patria è soltanto un campo di tende in un deserto di sassi dice un vecchio canto himalayano citato da Fosco Maraini nel suo Segreto Tibet. Se anche ci fossero state, quelle tende non le avrei viste. Per stare al sicuro l’aereo volava a dieci chilometri di altezza e la terra, ora ocra ora violetta e grigia, era come la pelle grinzosa d’un vecchio gigante; i fiumi le sue vene. Dinanzi, come un mare in tempesta che improvvisamente fosse diventato di ghiaccio, avevamo la barriera innevata dell’Hindu Kush, « l’assassino di indù », a causa delle centinaia di migliaia di indiani morti di freddo in quelle montagne mentre venivano trasportati come schiavi verso l’Asia centrale dai loro conquistatori moghul. L’Afghanistan è stato da sempre, per la sua posizione geografica, il grande corridoio del mondo. Da qui son passate tutte le grandi religioni, le grandi civiltà, i grandi imperi; da qui son passate tutte le razze, tutte le idee, tutte le merci, tutte le arti. Qui sono nati un visionario filosofo come Zarathustra, un poeta come Rumi, qui sono nati gli inni vedici che sono all’origine delle scritture sacre indiane, e da qui è venuta la prima analisi grammaticale del sanscrito, la lingua a cui tutte le nostre debbono qualcosa. Da qui son passati tutti quelli che nei secoli sono andati a derubare l’India delle sue ricchezze materiali e da qui è passata la ricchezza spirituale dell’India, il buddhismo, prima di diffondersi nell’Asia centrale, in Cina, in Corea e alla fine in Giappone. E proprio in Afghanistan il buddhismo, incontrando la grecità che Alessandro il Macedone si era lasciato dietro, s’è espresso nelle sue più raffinate forme artistiche. L’Afghanistan è una vasta,profonda miniera di storia umana, sepolta nella terra di posti come Mazar-i-Sharif,Kabul, Kunduz, Herat, Ghazni e Balkh, l’antica Bactria, conosciuta come «madre di tutte le città».« E voi, che ci fate qui? » chiese nel 1924 un viaggiatore americano, sorpreso di vedere a Kabul, fra quelle delle grandi potenze, anche un’ambasciata italiana. « L’ archeologia », si sentì rispondere dall’allora ministro plenipotenziario Paternò dei Marchi. Dall’inizio del secolo scorso tanti sono stati gli scavi fatti in Afghanistan da nostre missioni scientifiche ed era davvero penoso, nelle prime settimane dei bombardamenti, sentire che i B-52 americani, alla caccia dei talebani, praticavano ora una loro nuova forma di archeologia andando a scavare, a suon di bombe a tappeto,proprio in quei posti preziosi.Questo, d’essere al centro di un qualche interesse altrui, è il destino dell’Afghanistan. E così che dai greci ai persiani, ai mongoli, ai turchi, fino ai russi e agli inglesi nell’ Ottocento, il paese è sempre stato la posta di un qualche Grande Gioco. Ancora oggi è esattamente così. Quando l’aereo delle Nazioni Unite s’è posato sulla pista di Bagram, un posto che duemila anni fa fu la capitale di una grande civiltà – Kushan – di cui le guerre han spazzato via ogni traccia in superficie, i nuovi giocatori erano tutti lì, su quella pista di cemento in mezzo ad una valle ora deserta e punteggiata dalla spettrale presenza di carcasse di carri armati, elicotteri, camion, aerei e cannoni. Mentre tre marines e un cane lupo, anche lui americano, venivano ad annusare meticolosamente i miei bagagli, dei soldati russi trafficavano, poco più in là, attorno a un loro aereo e a una fila di camion dai tendoni chiusi su cui era scritto: «Dalla Russia per i bambini dell’Afghanistan ». Dinanzi alle rovine di una caserma sivedevano le sagome di alcuni soldati inglesi. Bisognava guardare le stupefacenti montagne che al calar del sole sembrano prendere vita e muoversi col mutare delle ombre e dei colori, per non disperarsi: la vecchia storia stava semplicemente ricominciando. La « comunità internazionale » pensa di aver trovato una soluzione per i problemi dell’ Afghanistan in una formula che combina violenza e soldi, milizie afghane colpevoli di vari misfatti, ma ora tenute a bada anche loro dai B-52, e una persona per bene come il nuovo capo dell’esecutivo Hamid Karzai, unico e debole pashtun fra i rappresentanti forti delle altre etnie.Spero che la formula funzioni, ma non ci credo. Certo, anche a Kabul la vita riprende.L’ho vista riprendere a Phnom Penh dopo la fine dei khmer rossi, l’ho vista riprendere nelle foreste del Laos e del Vietnam defoliate dagli agenti chimici e cancerogeni degli americani. Ma che vita? Una vita nuova, una vita più consapevole, più tollerante, più serena, o la solita vita di ora: aggressiva, rapace, violenta?

Pagine tratte da ”Lettere contro la guerra” di  Tiziano Terzani

”La fine è il mio inizio” Tiziano Terzani

  Scoprimmo una cosa curiosa a Malmantile: c’era un posto che si chiamava la Cava Terzani, un posto in cui questa famiglia per secoli e secoli cavava la pietra, la tagliava e la    portava a Firenze. T’immagini, era un lavoro da egizi che costruivano le piramidi, quello di portare quelle pietre in città!

La cosa che ci impressionò di più quando ci andammo con la Mamma era che i Terzani stavano dentro le mura di Malmantile, il che voleva dire proprio in una tana scura, buia, in cui si entrava attraverso una piccola porta. Io notai immediatamente un enorme tavolo di legno che era impossibile ci fosse stato portato perché le mura erano di pietra solida. Loro ci dissero che gli antenati lo avevano costruito dentro casa e che era il tavolo al quale mangiava la famiglia.

Mio nonno Livio era nato in quella casa. Aveva dei bei baffi bianchi, era un uomo dritto, pieno di belle storie, incazzereccio. Ritiro molto da lui. Aveva quattro figli, Gerardo, Gusmano, Vannetto, Annetta, più due che sono poi morti, e sua moglie, la mia nonna Eleonora, quando doveva uscire legava questi sei malandrini alle quattro gambe del

tavolo di cucina e due alle gambe di una panca di legno. Dovevano stare fermi lì finché lei non tornava. Stupende storie, no?

Non c’era l’asilo.

Quando la famiglia aveva un soldo in più, compravano un uovo. Tutti i figli stavano seduti su quella panca e ognuno doveva ciucciare una volta, perché l’uovo fresco era

considerato di grandissimo valore nutritivo.

Mio padre, Gerardo, diventò tornitore. Fece la terza elementare, credo, e cominciò a lavorare giovanissimo. Scriveva, leggeva, ma non era che la cosa gli fosse molto familiare. Più tardi imparò bene a fare di conto perché aveva da gestire una piccola autorimessa che aveva messo su insieme a un socio. E lì di nuovo le storie dei poveri, meravigliose.

Lui conobbe la Lina, mia madre, perché lei stava in via del Porcellana e faceva la cappellaia a Porta al Prato, sai, a quel tempo le donne portavano i cappelli. Ogni giorno lui vedeva passare questa bella donna – perché la nonna Lina era molto bella, aveva un incarnato bianco, di velluto, ed era corvina di capelli – e in qualche modo lui, che era un tappettino, se la conquistò.

Mia madre non era molto intelligente. Era limitata, piena di pregiudizi. “Io son di Firenze, eh! i’ mi’ babbo lavorava da i’ marchese Gondi! ‘Un era mica i’ fornaio di Monticelli, eh!” Lei odiava Monticelli perché era fuori le mura, non c’era l’ombra del Cupolone. Le pareva di essere in esilio, per cui non stava con quelle becere campagnole di Monticelli. Lei era così. Aveva questa aspirazione che, devo dire, in qualche modo si è riflessa anche in me, a essere qualcos’altro.

Non andò mai d’accordo con mia nonna Eleonora, sua suocera. Litigavano in continuazione. Mia nonna l’accusava di fare la signora, di credere d’essere chissà chi. Una volta mia madre aveva un cappellino, le piaceva essere elegante, e in una bottega la

nonna le tirò una botta per levarglielo di testa. “Ma che la crede d’essere, una signora!?” E -poff! glielo tolse di testa.

Tipici rapporti fra suocera e nuora.

Mia madre era portatrice di tutte le bischerate dei poveri che aspirano a diventare un po’ più ricchi. Insomma, le storie che tu hai sentito sono stupende, no? Lei si vantava

che suo padre, il mio nonno Giovanni, faceva il cuoco. Faceva il cuoco in casa del marchese Gondi di  cui era il  beniamino perché una volta, avendo scoperto che la marchesa lo aveva tradito, il marchese era andato al cassetto e aveva preso la rivoltella per ammazzarla. Mio nonno si mise di mezzo e tolse al marchese la pistola di mano. Grande coraggio, per  un  cuoco,  togliere  la  pistola di  mano  a  un  marchese! Ma  il marchese gliene fu grato per il resto della vita e fu sempre cortesissimo con il cuoco Giovanni, specie verso la fine che non tardò ad arrivare perché, come le altre due sorelle di mia madre, anche mio nonno morì di tubercolosi.

Dopo il suo funerale buttarono fuori dalle finestre del terzo piano tutto quello che apparteneva alla famiglia per bruciarlo in un falò per strada perché il male non passasse

ad altri. Mia nonna venne allora a vivere con noi con solo quello che aveva indosso e un

 

fagotto con dei vestiti neri e una spilla d’oro con qualche piccola perla. La mia meravigliosa nonna Elisa da cui io ritiro molto!

Aveva degli occhi azzurrissimi, una pelle bella, diafana, e il naso un po’ a patata che ho ripreso io e poi la Saskia. Era saggia, stupendamente saggia, e aveva un senso di sé, una

modestia e anche una sua sicurezza con cui è riuscita a trovare uno spazio nella sua nuova famiglia in cui è vissuta per quasi dieci anni.

Pensa, mio padre cosa le fece, che carino! Con la sua grande genialità fece una stanza per la nonna che ogni sera veniva ricostruita. Piantava un palo di ferro nel pavimento del salotto e fra il palo e il muro attaccò una tenda con due ganci. La nonna Elisa dormiva lì,

quella era la sua camera da letto. La mattina appena si alzava smontava tutto, il palo andava sotto il letto e la tenda veniva ripiegata. La sera, quando la vita di famiglia era finita, io l’aiutavo a rimontare la tenda e lei si ritirava lì dietro. È morta dietro a quella tenda. Pensa agli spazi che noi abbiamo ora, alle case!

FOLCO: In India molti vivono ancora così.

TIZIANO: E per vivere così, con dignità, con pulizia – lei era pulitissima, odorava sempre di borotalco – ci vuole tanta disciplina, tanta disciplina che mia madre invece non aveva.

Mia madre era orgogliosa del fatto che suo padre fosse stato il beniamino di un marchese al punto che diceva a me, che ero bambino “Il marchese gli voleva così bene al

nonno che gli dava gli avanzi del suo mangiare”. Mangiare era importantissimo. Quando il marchese aveva finito di mangiare il pollo, gli avanzi li dava a mio nonno, e questo fatto era citato in famiglia come esempio di grande generosità del marchese e di grande prestigio del nonno. A me già allora questo mi faceva girare un po’… Io ero un anarchico.

FOLCO: Già allora?

TIZIANO: Forse si nasce così, c’è nel DNA. Io sono sempre stato un anarchico. Vedevo uno vestito da poliziotto e mi veniva da tirargli dei calci. Il potere mi è sempre stato alieno. Il potere mi ha sempre orticato.

FOLCO: Strano, perché il nonno e la nonna non erano certo dei tipi ribelli.

TIZIANO: No, ma c’era l’altra parte della famiglia, la nonna Elisa e suo fratello, lo zio

Torello, che erano matti. Erano contadini ma si sentivano signori. Andavano col calesse, erano diversi. Era gente che aveva una marcia in più.

FOLCO: Allora tu avevi questi altri esempi.

TIZIANO: Sì, c’era quella parte della famiglia un po’ più matta che vedevamo spesso perché ci venivano a trovare. Siccome non c’erano svaghi, l’unica cosa da fare era di

andarsi a trovare a vicenda la domenica. Sempre attenti di non andare a mangiare! Bisognava arrivare dopo che avevano mangiato e anche se ti offrivano qualcosa – e io avevo una fame da cani di cioccolata, di biscotti – dovevo dire almeno tre, quattro, cinque volte “No, grazie!”

Questa era l’educazione che mi è stata data. E non c’erano cristi. Io, di nuovo ribelle, ricordo che mi sono preso uno schiaffo una volta perché una sorella della mia nonna Elisa, che mi adorava, appena arrivavo mi dava dei baci tutti unti e sbrodolati e io subito dopo mi pulivo le guance. E i miei si vergognavano. Per dirtelo subito, io non quagliavo con questi qui.

FOLCO: Non ti sentivi parte della tua famiglia?

TIZIANO: No. E fin da piccolo tutti hanno capito che non ero di quella banda lì. Proprio non c’entravo nulla. Infatti mi ricordo anche che c’erano allusioni dello zio stronzo, Vannetto, che in fondo, chi lo sa se ero veramente figlio di mio padre? Scherzava ovviamente, ma si vedeva che non ero dei loro. Il loro mondo non era il mio. Avevo

sempre in testa che dovevo scapparne.

C’era l’idea, che era solita allora, che finite le scuole elementari io sarei andato a lavorare con mio padre che faceva il meccanico. Così funzionava. Da apprendista andavi nell’officina, cominciavi col pulire l’olio e poi mettevi i pezzi insieme. Così nasceva un altro meccanico. In casa mia lo dicevano “Quando hai finito, vai! Così puoi aiutare i’

babbo”. E anche mio padre ci teneva perché così era la vita, così la vedevano loro.

Ma io avevo ben altre idee.

 

Pagine tratte da ”La fine è il mio inizio” Tiziano Terzani