1984 di George Orwell

1984

 

 

 

 

 

 

LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ
L’IGNORANZA È FORZA
Si diceva che il Ministero della Verità contenesse tremila stanze al di sopra del livello stradale e altrettante ramificazioni al di sotto. Sparsi qua e là per Londra vi erano altri tre edifici di aspetto e dimensioni simili. Face-vano apparire talmente minuscoli i fabbricati circostanti, che dal tetto degli Appartamenti Vittoria li si poteva vedere tutti e quattro simultaneamente. Erano le sedi dei quattro Ministeri fra i quali era distribuito l’intero appara-to governativo: il Ministero della Verità, che si occupava dell’informazio-ne, dei divertimenti, dell’istruzione e delle belle arti; il Ministero della Pa-ce, che si occupava della guerra; il Ministero dell’Amore, che manteneva la legge e l’ordine pubblico; e il Ministero dell’Abbondanza, responsabile per gli affari economici. In neolingua i loro nomi erano i seguenti: Miniver, Minipax, Miniamor e Miniabb.
Fra tutti, il Ministero dell’Amore incuteva un autentico terrore. Era asso-lutamente privo di finestre. Winston non vi era mai entrato, anzi non vi si era mai accostato a una distanza inferiore al mezzo chilometro. Accedervi era impossibile, se non per motivi ufficiali, e anche allora solo dopo aver attraversato grovigli di filo spinato, porte d’acciaio e nidi di mitragliatrici ben occultati. Anche le strade che conducevano ai recinti esterni erano pat-tugliate da guardie con facce da gorilla, in uniforme nera e armate di lun-ghi manganelli.
Winston si girò di scatto. Il suo volto aveva assunto quell’espressione di sereno ottimismo che era consigliabile mostrare quando ci si trovava da-vanti al teleschermo. Attraversò la stanza ed entrò nella minuscola cucina. Uscendo a quell’ora dal Ministero, non aveva potuto mangiare alla mensa e sapeva bene che in cucina c’era solo un pezzo di pane nero destinato alla prima colazione del giorno dopo. Tirò giù dalla mensola una bottiglia di liquido incolore con una semplice etichetta bianca: GIN VITTORIA. E-manava un odore nauseante, oleoso, che ricordava l’alcol di riso cinese. Winston si versò il corrispondente di una mezza tazza da tè, si preparò al colpo, poi l’ingoiò come se si trattasse di una medicina.
La faccia gli si fece subito rossa, mentre gocce d’acqua gli uscivano da-gli occhi. Quella roba sapeva di acido nitrico. Quando la si ingoiava, era
come se qualcuno vi colpisse alle spalle con uno sfollagente. In ogni caso, un attimo dopo il bruciore nel ventre di Winston si calmò e il mondo co-minciò a sembrargli meno tetro. Prese una sigaretta da un pacchetto sgual-cito con la scritta SIGARETTE VITTORIA e la tenne incautamente verti-cale, al che tutto il tabacco cadde per terra. Andò meglio con la successiva. Ritornò nel soggiorno e si sedette a un tavolino collocato alla sinistra del teleschermo. Tirò fuori dal cassetto un portapenne, una boccetta d’inchio-stro e uno spesso quaderno di grosso formato, ancora intonso, con la costa rossa e la copertina marmorizzata.
Per un qualche misterioso motivo, nel soggiorno il teleschermo si trova-va in una posizione insolita: invece che nella parete di fondo, com’era la norma, da dove avrebbe potuto controllare tutta la stanza, era stato messo sulla parete più lunga, di fronte alla finestra. A uno dei suoi lati vi era una specie di rientranza poco profonda, nella quale era seduto Winston. Nelle intenzioni di chi aveva a suo tempo costruito gli appartamenti, doveva for-se servire a contenere scaffalature per libri. Sedendo in questa rientranza con le spalle ben addossate al muro, Winston poteva restare fuori del rag-gio visivo del teleschermo. Poteva essere udito, naturalmente, ma finché non mutava posizione, non era possibile vederlo e, forse, proprio la parti-colare conformazione della stanza gli aveva suggerito ciò che ora stava per fare.
Gliel’aveva suggerito anche il quaderno che aveva appena preso dal cas-setto. Era un quaderno di rara bellezza, con la carta liscia e vellutata, appe-na ingiallita dal tempo, di un tipo che non si produceva da almeno quaran-t’anni. Winston poteva facilmente capire, tuttavia, che il quaderno era an-che più antico. L’aveva visto nella vetrina di una sudicia bottega di rigattie re in un miserabile quartiere della città, di cui aveva scordato il nome, ed era stato immediatamente assalito dall’insopprimibile desiderio di possederlo. A rigor di termini, i membri del Partito non potevano entrare nei ne-gozi normali (un’azione del genere veniva definita “fare acquisti al libero mercato”), ma il divieto non veniva rispettato in senso stretto, perché vi e-rano diverse cose, come le stringhe per le scarpe e le lamette da barba, che non ci si poteva procacciare altrimenti. Winston aveva gettato una rapida occhiata a entrambi i lati della strada, poi era entrato di soppiatto nella bot-tega e aveva comprato il quaderno, pagandolo due dollari e cinquanta cen-tesimi. In quel momento non sapeva neanche per quale motivo particolare lo desiderasse tanto. L’aveva messo nella cartella e se l’era portato a casa avvertendo un certo senso di colpa: anche se non vi era scritto niente, era
un oggetto compromettente.
Ciò che ora stava per fare era iniziare un diario, un atto non illegale di per sé (nulla era illegale, dal momento che non esistevano più leggi), ma si poteva ragionevolmente presumere che, se lo avessero scoperto, l’avrebbe-ro punito con la morte o, nella migliore delle ipotesi, con venticinque anni di lavori forzati. Winston inserì un pennino nella cannuccia, poi lo succhiò per rimuovere la sporcizia. Questo tipo di penna era uno strumento anti-quato che non si usava quasi più, nemmeno per firmare, ed egli era riuscito a procurarsene una, clandestinamente e non senza difficoltà, solo perché sentiva che quella bella carta vellutata meritava che ci si scrivesse sopra con un pennino vero, e non di essere graffiata da una penna qualsiasi. In effetti, non era abituato a scrivere a mano. Eccezion fatta per appunti bre-vissimi, dettava tutto al parlascrivi, che non poteva certo utilizzare in quel-la circostanza. Intinse la penna nell’inchiostro, poi ebbe un attimo di esita-zione. Tremava fin nelle viscere. Segnare quella carta era un atto de-finitivo, cruciale. A lettere piccole e goffe scrisse:
4 aprile 1984.
Appoggiò la schiena alla sedia, sopraffatto da una sensazione di totale impotenza. Tanto per cominciare, non era affatto sicuro che fosse davvero il 1984. La data doveva essere più o meno quella, perché era certo di avere trentanove anni, di essere nato nel 1944 o 1945, ma oggigiorno era possibi-le fissare una data solo con l’approssimazione di un anno o due.
Per chi, si chiese a un tratto, scriveva quel diario? Per il futuro, per gli uomini non ancora nati. La sua mente indugiò per un attimo su quella data dubbia fissata sulla pagina, poi andò a cozzare contro la parola in neolin-gua bipensiero. Solo allora si rese pienamente conto di quanto fosse teme-rario ciò che aveva intrapreso. Come fare a comunicare col futuro? Era una cosa di per se stessa impossibile. O il futuro sarebbe stato uguale al presen-te, nel qual caso non l’avrebbe ascoltato, o sarebbe stato diverso, e allora le sue asserzioni non avrebbero avuto senso.
Per qualche tempo restò come intontito a fissare la pagina, mentre dal te-leschermo proveniva una stridula marcia militare. Era curioso che non solo avesse dimenticato come esprimersi, ma che non sapesse neanche più che cosa voleva dire originariamente. Erano settimane che si preparava a que-sto momento, e aveva sempre pensato che ci volesse solo del coraggio. L’atto della scrittura sarebbe stato facile. Non avrebbe dovuto fare altro che
riportare sulla carta quel monologo diuturno e inquieto che da anni, lette-ralmente, gli scorreva nella mente. Ora, però, anch’esso si era prosciugato. L’ulcera varicosa, inoltre, aveva cominciato a prudergli in maniera insop-portabile. Non osava grattarsela perché, a farlo, si sarebbe certamente in-fiammata. I secondi passavano. Aveva coscienza soltanto della pagina vuo-ta davanti a sé, della pelle della caviglia che gli prudeva, dello strepitio della musica e di una leggera sonnolenza indotta dal gin.
All’improvviso prese a scrivere, in preda al panico più puro, consapevole solo in parte di quello che stava buttando giù. La sua calligrafia piccola e infantile si muoveva in maniera disordinata per la pagina, dapprima trascu-rando le maiuscole, poi anche i punti fermi.
4 aprile 1984. Ieri sera al cinema. Solo film di guerra. Uno ottimo di una nave piena di rifugiati bombardata da qualche parte nel Mediterrane-o. Il pubblico molto divertito dalla scena di un grassone grande e grosso che cercava di sfuggire a un elicottero che lo inseguiva. Lo si vedeva pri-ma sguazzare nell’acqua come un delfino, poi attraverso i congegni di mi-ra dell’elicottero, dopodiché era pieno di buchi e il mare attorno a lui di-ventava rosa ed egli affondava all’improvviso come se i buchi avessero fat-to entrare l’acqua. il pubblico dette in grosse risate quando l’uomo affon-dò. poi si vedeva una scialuppa di salvataggio piena di bambini con un e-licottero che le volteggiava sopra. c’era una donna di mezz’età forse un’e-brea seduta a prua con un bambino di tre anni fra le braccia. il bambino strillava dalla paura e nascondeva la testa fra i seni della madre come se volesse scavarsi un rifugio nel suo corpo e la donna lo abbracciava e lo confortava anche se era anch’essa folle di terrore, coprendolo per quanto poteva come se le sue braccia potessero allontanare da lui i proiettili. poi l’elicottero sganciò una bomba da 20 chili che li prese in pieno un baglio-re terribile poi la barca volò in mille pezzi. poi ci fu una bellissima inqua-dratura del braccio di un bambino che andava su su su nell’aria doveva averlo seguito un elicottero con una cinepresa sul muso e uno scroscio di applausi si levò dai posti riservati ai membri del Partito ma una donna nel settore destinato ai prolet cominciò a fare un gran baccano gridando che non dovevano far vedere queste cose ai bambini no finché la polizia non l’ha buttata fuori credo che non le sia successo nulla nessuno si preoccupa di quello che dicono i prolet era stata una reazione tipica dei prolet loro non…
Winston smise di scrivere, anche perché gli era venuto un crampo alla mano. Non sapeva che cosa lo avesse indotto a buttar giù quella robaccia, ma il fatto curioso era che mentre scriveva gli era affiorato alla mente un ricordo del tutto diverso, in maniera così nitida che quasi sentiva di poterlo descrivere con accuratezza. Anzi, ora si rendeva conto che era stato pro-prio quell’avvenimento a spingerlo a tornare a casa in anticipo e a dare ini-zio al suo diario.
Era accaduto (sempre che si potesse dire che un qualcosa di così indi-stinto fosse realmente accaduto) quella mattina al Ministero.
Erano quasi le undici e nell’Archivio dove lavorava Winston stavano ti-rando le sedie fuori dai cubicoli per raggnipparle al centro della sala, di fronte al grande teleschermo, in preparazione dei Due Minuti d’Odio. Win-ston stava giusto prendendo posto in una delle file centrali, quando ina-spettatamente erano entrate due persone che lui conosceva di vista, ma a cui non aveva mai rivolto la parola. Una era una ragazza che aveva spesso incontrato nei corridoi. Ne ignorava il nome, ma sapeva che lavorava al Reparto Finzione. Forse (infatti l’aveva vista qualche volta con una chiave inglese in mano, le dita unte di grasso) aveva qualche incarico di natura puramente meccanica relativo a una di quelle macchine scrivi-romanzi. Era una ragazza dall’aria risoluta, di circa ventisette anni, folti capelli neri, la faccia punteggiata di lentiggini e movimenti rapidi, atletici. Una sottile fascia scarlatta, simbolo della Lega Giovanile Antisesso, le girava più vol-te intorno alla vita, sufficientemente stretta per mettere in mostra la forma armoniosa dei fianchi. Winston l’aveva detestata dal primo momento in cui l’aveva vista, e sapeva anche il perché: era a motivo di quell’aria da campi di hockey, bagni freddi, gite di gruppo e indefettibile rigore morale che emanava dalla sua persona. Detestava quasi tutte le donne, soprattutto quelle giovani e graziose. Erano infatti le donne — e specialmente le più giovani — a fornire al Partito i suoi affiliati più bigotti, pronte com’erano a ingoiare ogni slogan, a prestarsi a fare le spie dilettanti e le scopritrici dei comportamenti eterodossi. Questa ragazza, in particolare, gli dava l’im-pressione di essere più pericolosa delle altre. Una volta, mentre percorre-vano il corridoio, lei gli aveva lanciato una rapida occhiata obliqua, come se volesse attraversarlo da parte a parte. Per un istante si era sentito pren-dere dal terrore. Aveva perfino pensato che potesse essere un’agente della Psicopolizia, anche se la cosa era assai improbabile. In ogni caso, tutte le volte che la ragazza si trovava nelle sue vicinanze, lui continuava ad avver-tire un certo disagio, un misto di paura e ostilità.
L’altra persona era un uomo di nome O’Brien, membro del Partito Inter-no e titolare di un qualche incarico così importante e inattingibile, che Winston se ne poteva fare solo un’idea vaga. Per un attimo, nel vedere l’uniforme nera di un membro del Partito Interno che si avvicinava, un mormorio percorse le file di quanti si affaccendavano attorno alle sedie. O-‘Brien era un uomo corpulento, tarchiato, con il collo largo, il volto tozzo e brutale, ma non privo di una certa arguzia. Malgrado l’aspetto terrificante, i suoi modi erano garbati. Aveva il vezzo di riaggiustarsi di continuo gli oc-chiali sul naso: un gesto curiosamente disarmante perché, per qualche stra-no motivo, lo si associava a una persona beneducata; un gesto che, se fosse stato possibile pensare in questi termini, avrebbe potuto evocare un genti-luomo del Settecento che offrisse una presa dalla sua tabacchiera. Winston lo aveva visto sì e no una dozzina di volte in altrettanti anni. Si sentiva profondamente attratto da lui, e non solo perché era incuriosito dal contra-sto fra i modi urbani che esibiva e il suo fisico da pugile. Molto più lo affascinava la segreta convinzione (ma forse era una speranza, più che una convinzione) che l’ortodossia politica di O’Brien non fosse perfetta. Qual-cosa nel suo volto pareva suggerirlo in maniera irresistibile. O forse a es-sergli stampata in faccia non era tanto l’eterodossia ma, semplicemente, l’intelligenza

 

Pagine tratte dal libro ”1984 di George Orwell”

Annunci

un augurio…..

futuro

 

 

 

 

Che augurarsi

un augurio, a chi è solo e lo festeggierà  in compagnia di una bottiglia,

a chi si sente escluso, e si isolerà dal mondo perché anche se si

impegna certe ”feste” comandate proprio non le manda giù

a chi ha credeva di aver trovato l’amore della propria vita

ma poi è stato fottuto, annientandosi in cinque minuti

un augurio a chi è in cerca di un amore

sincero e onesto………

un augurio a chi lo  passerà tra le mura di una cella

senza diritti e dignità,  in solitudine

un augrio ai disoccupati con tanta voglia di riscatto

un augurio ai drogati ai disadattati agli emerginati

alle vittime di queste società incivili

un augurio a chi in queste ore gli è stato strappato un

affetto, un amico, un amore per colpa di una malattia

un augurio a chi crede ancora, nonostate tutto in un futuro migliore

libero da galere e idee liberticide

un augurio a tutti quelli che hanno fame e sete di Giustizia di Diritti e di libertà e di Pace

un augurio a chi non smetta mai di lottare sentendosi come Don Chisciotte contro i mulini a vento

un augurio a chi nascerà stanotte e prima di camminare saprà già usare internet

un augurio a chi ha tanti sogni da realizzare che siano realtà

un augurio………….

A tutti noi

”“… questa volta la festa
speriamo che sia
meglio di quella dell’anno passato
…via!”¹

 

1) Vasco Rossi ”’e  il mattino”

La casa in collina, Cesare Pavese

Quel giro di portico intorno al cortile, quelle scalette di mattoni per cui dai corridoi s’andava

sotto i tetti, e la grande cappella semibuia, facevano un mondo che avrei voluto anche piú chiuso,

piú isolato, piú tetro. Fui bene accolto da quei preti che del resto, lo capii, c’erano avvezzi:

parlavano del mondo esterno, della vita, dei fatti della guerra con un distacco che mi piacque.

Intravidi e ignorai i ragazzi, rumorosi e innocui. Trovavo sempre un’aula vuota, una scala, dove

passare un altro poco di tempo, allungarmi la vita star solo. I primi giorni trasalivo a ogni insolito

gesto, a ogni voce: avevo l’occhio a pilastri, a passaggi, a porticine, sempre pronto a rintanarmi e

sparire. Per molti giorni e molte notti mi durò in bocca quel sapore di sangue, e i rari momenti che

riuscivo a calmarmi e ricordare la giornata della fuga e dei boschi tremavo all’idea del pericolo cui

ero scampato, del cielo aperto, delle strade e degli incontri. Avrei voluto che la soglia del collegio,

quel freddo portone massiccio, fosse murata, fosse come una tomba.

Nel giro del portico passarono i giorni. Cappella, refettorio, lezioni, refettorio, cappella. Il

tempo cosí sminuzzato chiudeva i pensieri, trascorreva e viveva in luogo mio. Entravo in cappella

con gli altri, ascoltavo le voci, chinavo il capo e lo rialzavo, ripetevo le preghiere. Ripensavo

all’Elvira, se l’avesse saputo. Ma ripensavo anche alla pace, alla scoperta di quel giorno della chiesa,

e coprendomi gli occhi covavo il tumulto terribile. Le vetrate della cappella erano povere e scure, il

tempo s’era guastato e oscurato, piovigginava giorno e notte, io covavo nel freddo il terrore e la

chiusa speranza. Quando seduto in refettorio sotto il baccano dei ragazzi mi umiliavo in un

cantuccio e scaldavo le mani a quel piatto, mi compiacevo di esser come un mendicante. Che certi

ragazzi brontolassero sulla preghiera, sul servizio, sui cibi, mi metteva a disagio, mi riempiva di un

superstizioso rancore, di cui del resto mi accusavo. Ma per quanto tacessi, chinassi la testa,

raccogliessi i pensieri, non ritrovavo piú la pace di quel giorno della chiesa. Entrai qualche volta da

solo in cappella, nel freddo buio mi raccolsi e cercai di pregare; l’odore antico dell’incenso e della

pietra mi ricordò che non la vita importa a Dio ma la morte. Per commuovere Dio, per averlo con sé

— ragionavo come fossi credente — bisogna aver già rinunciato, bisogna essere pronti a sparger

sangue. Pensavo a quei martiri di cui si studia al catechismo. La loro pace era una pace oltre la

tomba, tutti avevano sparso del sangue. Com’io non volevo.

In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di esser ben nascosto. Non

chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia. Volevo esser buono per essere salvo. Lo capii cosí

bene che un giorno mollai. Naturalmente non fu in chiesa, ero in cortile coi ragazzi. I ragazzi

vociavano e giocavano al calcio. Nel cielo chiaro — quel mattino aveva smesso di piovere — vidi

nuvole rosee, ventose. Il freddo, il baccano, la repentina libertà del cielo, mi gonfiarono il cuore e

capii che bastava un soprassalto d’energia, un bel ricordo, per ritrovare la speranza. Capii che ogni

giorno trascorso era un passo verso la salvezza. Il bel tempo tornava, come tante stagioni passate, e

mi trovava ancora libero, ancor vivo. Anche stavolta la certezza durò poco piú di un istante, ma fu

come un disgelo, una grazia. Potei respirare, guardarmi d’attorno, pensare al domani. Quella sera

ripresi a pregare — non osavo interrompere — ma pregando pensai con meno angoscia alle

Fontane, e mi dicevo che tutto era caso, era gioco, ma appunto per questo potevo ancora salvarmi

L’ora piú cruda era l’alba, quando attendevo la campana del risveglio nel tettuccio in soffitta.

Tendevo l’orecchio nell’ombra, se mi giungessero rimbombi, tintinnii, secchi comandi. Era l’ora in

cui si fanno le irruzioni, in cui si sorprendono nei nascondigli i fuggiaschi. Nel caldo del letto

pensavo alle celle, ai visi noti, ai tanti morti. Nel silenzio rivedevo il passato, riandavo i discorsi,

chiudevo gli occhi e immaginavo di soffrire con gli altri. Già questo filo di coraggio mi faceva

trasalire. Poi venivano suoni lontani, chioccolii, tonfi vaghi. Pensavo alla grande pianura nella

nebbia, nell’ombra, ai boschi rigidi, ai pantani, alla campagna. Vedevo i posti di blocco e le ronde.

Quando la luce s’annunciava per le fessure dell’imposta, ero da un pezzo tutto sveglio, inquieto

A poco a poco entrai nel giro del collegio; dopo quindici giorni assistevo i ragazzi nelle ore

di studio. Me ne toccò un gruppetto di dodicenni, e fu fortuna perché dei maggiori qualcuno, in

divisa di avanguardista volontario, avrebbe potuto farmi domande. Altri assistenti come me

intravedevo in refettorio e nel cortile; ufficiali nascosti, si diceva, giovanotti del Sud separati dai

suoi. Cercai di evitarli. Nelle ore di studio sorvegliavo i ragazzi che se ne stavano in pace al loro

banco, tutt’al piú litigandosi per un pennino; io leggicchiavo per conto mio i loro libri. L’ora piú

bella era il mattino, quando i ragazzi se ne andavano a scuola, e il collegio diventava vuoto e

silenzioso. Allora i giovanotti assistenti se la battevano anch’essi, infilavano il portone, la viuzza,

correvano Chieri, i caffè, le ragazze. La loro imprudenza mi faceva tremare. Ma la mattina

silenziosa nel cortile o in un’aula vuota, leggicchiando guardando le nuvole, seguendo il sole sotto

gli archi, mi ridava un respiro, una calma. Bastava una visita o un passo perché sparissi dietro un

angolo, adocchiassi la scaletta che metteva sul tetto. Tuttavia troppe volte ormai mi ero allarmato a

vuoto, per patirci gran che. La stessa cappella poteva servirmi, perché metteva in sacrestia e di qui

in una chiesa aperta in piazza. Ma non tutti se ne andavano dal collegio la mattina, qualche prete

appariva e spariva sotto il portico; sovente parlavo con loro. Uno ce n’era che ascoltava la radio,

padre Felice, e mi dava le notizie e ci scherzava con un fare infantile e impassibile. Scorreva il

giornale con me. Per lui la guerra era una mena di “quei tali”, un pasticcio clamoroso e lontano, una

cosa che a Chieri importava ben poco. — Sciocchezze, — diceva, — queste campagne hanno

bisogno di concime e non di bombe —. Passarono un giorno nel cielo due o tre formazioni nemiche,

luccicanti d’argento; tremava la terra ai motori, il fragore copriva le nostre voci. Padre Felice corse a

vederli, suonò lui stesso la campana dell’allarme, qualche altro prete corse fuori, voleva scendere in

cantina. — Se venivano a Chieri, eravamo già morti, — disse lui strattonando la fune. Poi si

sentirono esplosioni in lontananza. Padre Felice tendeva l’orecchio, con una smorfia di disgusto, e

muoveva le labbra. Non si capiva se pregava o contava le botte. Io lo invidiavo perché mi

accorgevo che non faceva differenza tra quel pericolo mortale e un terremoto o una disgrazia.

Discorrendo con me, mi accettò sempre a prima vista; non mi chiedeva perché vivessi nascosto;

diceva soltanto: — Dev’essere brutto per un uomo come lei starsene chiuso —. Una volta gli dissi

che ci stavo benissimo. Lui chinò il capo consentendo. — Si capisce, una vita tranquilla. Ma un po’

d’aria non guasta —. Era giovane, appena trentenne, figlio di contadini. Coi ragazzi, contadinotti

quasi tutti e teste dure, sapeva fare, rabbonirli, e tenerseli intorno. — Sono come i vitelli, — diceva,

— non si sa perché li mandano a scuola —. Mi chiedevo se anche Dino stava in mezzo ai ragazzi;

se andava a scuola come prima, se l’Elvira gli parlava. Mi chiedevo cosa fosse successo alla villa, se

mi avevano cercato a Torino. Tutto questo appariva remoto, di là dalla tomba, e l’idea di ricevere

qualche notizia mi faceva spavento. Meglio cosí, starmene al buio.

Invece vennero notizie, e inaspettate. Mi chiamarono in parlatorio. — Una donna vi cerca —

. Era l’Elvira con veletta e borsa, e Dino rosso e ravviato. — Non s’è visto nessuno, — mi dissero.

— Hanno tutt’altro da pensare. — Nemmeno in paese? — esclamai. — Nemmeno in paese.

— Mi avranno cercato dai miei, — dissi allora.

— Sua sorella le ha scritto.

Mi diede la lettera. Aprii la lettera, col cuore in gola. C’erano ancora quei paesi, quel

passato. Era stata spedita da pochissimi giorni, diceva le solite cose invernali. Nessuno — era chiaro

— mi aveva cercato neanche là.

Poi vidi a terra una valigia, e l’Elvira mi prevenne. — C’è la roba di Dino, siamo venuti col

carretto…

Dino guardava per il vetro il porticato e l’alto muro. Un prete attraversava il cortile

—… Siamo stati l’altro giorno alle Fontane. Nemmeno la porta avevano chiuso, ma tutto è al

suo posto. Bisogna dire che la gente è ancora onesta…

Parlava aggressiva, con un inutile bisbiglio. Era rossa e commossa. Si volse a Dino e disse a

un tratto: — Qui ti piace?

Venne un ragazzo a chiamare Dino dal rettore. Guardai l’Elvira stupefatto. Lei gli disse di

andare e dare buone risposte, poi volgendosi a me tentò un sorriso. — Siamo venuti con il parroco, mi disse. — Il parroco dice che questo ragazzo non può crescere abbandonato. Ha bisogno di

scuola, di guida. Frequentare a Torino non può, chi l’accompagna? Il parroco spera di farlo accettare

in collegio. Lo prenderanno, è quasi un orfano.

La strana idea mi rivoltò, per il pericolo evidente. Dino poteva far da pista e tradirmi, e

l’idea che ormai fosse solo al mondo non riuscivo a pensarla, mi pigliava sprovvisto,

— Qui fanno una retta, — insisté l’Elvira, — eccezionale, per i casi come il nostro. Costerà

poco o niente. È una grossa carità…

Cosí Dino rimase in collegio, e l’Elvira ci lasciò scrutandomi inquieta, assicurandomi che

avrebbe portato altra roba, che adesso Dino ci faceva paravento. Mi passò anche i saluti di sua

madre e dell’Egle. Disse che a tavola mettevano il mio piatto ogni sera. Era successo che sia lei che sua madre mi avevano sognato che scendevo le scale, e queste cose si avverano sempre.

Pagine tratte da ”La casa in collina” di Cesare Pavese