FIESTA di Ernest Hemingway

 

 

 

 

 

 

 

C’era luce nella stanza della concierge. Io bussai e lei mi dette

la posta. Le augurai buonanotte e salii di sopra. C’erano due lettere

e dei giornali. Li guardai sotto la lampada a gas della sala da

pranzo. Le lettere venivano dagli Stati. Una era un rendiconto di

banca. Presentava un bilancio di 4l 2432,60. Tirai fuori il libretto

degli assegni, sottrassi quattro assegni emessi dal primo del mese e

trovai di avere un bilancio di 4l 1832,60. Scrissi la cifra a tergo

del foglio. L’altra lettera era un annunzio matrimoniale. Il signore

e la signora Aloysius Kirby annunciavano il matrimonio della figlia

Caterina: non conoscevo né la ragazza né lo sposo. Dovevano aver

riempito la città di annunzi. Era un nome buffo. Ero certo di potermi

ricordare di chiunque avesse un nome come Aloysius. Era un buon nome

cattolico. C’era uno stemma sull’annunzio. Come Zizi il duca greco. E

quel conte. Il conte era buffo. Anche Brett aveva un titolo. Lady

Ashley. All’inferno Brett. All’inferno Vossignoria, Lady Ashley.

Accesi la lampada accanto al letto, spensi il gas e aprii la

finestra. Il letto era lontano dalla finestra ed io con la finestra

aperta mi sedetti sul letto e mi svestii. Fuori in strada un tram

notturno correva sui binari, portava la verdura ai mercati. Facevano

rumore la notte quando uno non poteva dormire. Spogliandomi mi

guardai nello specchio del grande armadio oltre il letto. Questo era

un tipico modo francese di arredare una stanza. Pratico anche,

suppongo. Essere pieno di ferite. Suppongo che fosse buffo. Misi il

pigiama e entrai a letto. Presi i giornali e strappai le fascette.

Erano giornali di corride. Uno era arancione. L’altro giallo. Avevano

tutti e due le stesse notizie, così bastava leggerne uno e l’altro

diventava inutile. Le Toril era il migliore, così cominciai a

leggerlo. Lo lessi da cima a fondo, compresa la Piccola Posta e gli

Annunzi Economici. Spensi la lampada. Forse sarei riuscito a dormire.

La mia testa cominciò a lavorare. La solita faccenda. Bene, era una

lurida faccenda essere ferito durante la fuga, su un fronte da burla

come quello italiano. Nell’ospedale italiano stavamo per formare

un’associazione. Aveva un buffo nome italiano. Fu nell’Ospedale

Maggiore di Milano, padiglione Ponte. L’edificio accanto era il

padiglione Zonda. C’era una statua di Ponte. O forse era Zonda. Fu

qui che il colonnello comandante del reggimento venne a visitarmi. Fu

buffo. Fu almeno la prima cosa buffa. Io ero tutto bendato. Ma gli

avevano detto come stava la cosa. Lui allora fece quel magnifico

discorso: “Voi, uno straniero, un inglese” (ogni straniero era un

inglese) “avete dato più della vostra vita”. Che discorso! Avrei

voluto averlo in cornice per appenderlo in ufficio. Non rise mai. Si

metteva nei miei panni, immagino. “Che disgrazia” diceva “che

disgrazia!”

Non ci ho ancora fatta l’abitudine, suppongo. Cerco solo di non

occuparmene e di non aver pasticci con la gente. Probabilmente mai

avrei avuto pasticci se non avessi incontrato Brett quando mi

spedirono in Inghilterra. Suppongo che lei volesse solo quello che

non poteva avere. Bene, la gente è fatta così. All’inferno la gente.

La Chiesa cattolica aveva un modo assai buono di considerare tutta la

faccenda. Buon sistema, ad ogni modo. Quello di non pensarci. Oh, un

ottimo sistema. Provare per credere.

Giacevo sveglio a pensare e il cervello mi saltava in aria. Non

riuscii a non pensarci, pensai a Brett e a tutto il resto che era

stato. Pensavo a Brett, e il cervello smise di saltarmi in aria,

cominciò dolcemente a navigare. Allora improvvisamente cominciai a

piangere. Dopo un poco mi sentii meglio, rimasi disteso nel letto

ascoltando i pesanti tram andare e venire giù nella strada, poi mi

addormentai.

Mi svegliai. C’era chiasso sulle scale. Stetti ad ascoltare e mi

sembrò di riconoscere una voce. Misi una vestaglia e andai alla

porta. Al pianterreno la concierge parlava. Era molto infuriata.

Sentii fare il mio nome e chiamai giù.

“Siete voi, Monsieur Barnes?” la concierge gridò.

“Sì, sono io.”

“C’è qui un tipo di donna che ha svegliato tutta la strada.

Guardate se è un lavoro da fare a quest’ora di notte! Dice che deve

vedervi. Io le ho detto che stavate dormendo.”

Poi sentii la voce di Brett. Mezzo addormentato ero sicuro che si

trattasse di Georgette. Non so perché. Georgette non poteva sapere il

mio indirizzo.

“Volete farla venir su, per favore?”

Brett venne su. Vidi che era completamente ubriaca.

“Cosa idiota” disse. “Fare una scena simile. Dico, tu non stavi

mica dormendo, vero?”

“Che pensavi che stessi facendo?”

“Non so. Che ora è?”

Guardai l’orologio. Erano le quattro e mezzo.

“Non avevo idea che ora fosse” disse Brett. “Senti, mi posso

sedere? Non essere in collera, tesoro. Ho lasciato il conte adesso.

Mi ha portata qui.”

“Che tipo è?” Stavo prendendo i bicchieri e la bottiglia del

brandy.

“Solo un poco” disse Brett. “Non cercare di ubriacarmi. Il conte?

Oh, mica male. E’ proprio uno dei nostri.”

“E’ un conte?”

“E’ almeno come se lo fosse. Io credo che lo sia, sai. Merita di

esserlo, ad ogni modo. Sa tutto quello che bisogna sapere sulla

gente. Non so dove ha imparato tante cose. Ha un circuito di

pasticcerie negli Stati.”

Mise la cannuccia nel bicchiere e succhiò.

“Pensa che l’ha chiamato un circuito. Qualcosa del genere. Tutte

collegate una con l’altra. Me ne ha parlato un poco. Maledettamente

interessante. E’ uno dei nostri, però. Sul serio si può dire che è

uno dei nostri.”

Prese un altro sorso.

“Questo è il mio pane” disse. “Ci sto bene in queste cose. Non ti

dispiace, vero? Sai, lui è occupato con Zizi.”

“E’ davvero un duca anche Zizi?”

“Non mi stupirebbe. Greco, sai. Infame pittore. Mi piace di più il

conte.”

“Dove sei stata con lui?”

“Oh, dappertutto. Mi ha portata qui adesso. Mi ha offerto diecimila

dollari per andare a Biarritz con lui. Quanto è in sterline?”

“Duemila circa.”

“Un sacco di soldi. Io gli ho detto che conoscevo troppa gente a

Biarritz.”

Rise.

“Dico, come sei lento” disse. Io avevo appena toccato il mio

brandy. Ne bevvi un gran sorso.

“Così va meglio” disse Brett. “Molto buffo. Allora lui voleva che

andassi a Cannes con lui. Gli ho detto che conoscevo troppa gente a

Cannes. Monte Carlo. Gli ho detto che conoscevo troppa gente a Monte

Carlo. Gli ho detto che conoscevo troppa gente dappertutto. Ed è

vero, anche. Così gli ho chiesto di portarmi qui.”

Mi guardò, con una mano sul tavolo, tenendo il bicchiere.

“Non fare quella faccia” disse. “Gli ho detto che sono innamorata

di te. Ed è vero, anche. Non fare quella faccia. Lui è stato molto

carino. Ci vuole a pranzo con lui domani sera. Ne hai voglia?”

“Perché no?”

“Adesso è meglio che vada.”

“Perché?”

“Volevo solo vederti. Un’idea così. Vuoi vestirti e venir giù? Lui

è giù in strada con la macchina.”

“Il conte?”

“Lui. Con la macchina e lo chauffeur in livrea. Vuol portarmi a far

colazione al Bois. Panieri di roba. Preso tutto da Zelli. Dozzine di

bottiglie di Mumms. Ti tenta?”

“Ho da lavorare nella mattinata” dissi “e sono troppo indietro

rispetto a voi per raggiungervi ormai più. Non sarei divertente.”

“Non far lo scemo.”

“Non posso.”

“Bene. Gli invii un tenero messaggio?”

“Niente.”

“Buonanotte, tesoro.”

“Non fare la sentimentale.”

“Sei tu che mi rovini.”

Ci baciammo per darci la buonanotte e Brett rabbrividì. “Meglio che

vada” disse. “Buonanotte, tesoro.”

“Nessuno ti obbliga ad andar via.”

“Sì, devo.”

Ci baciammo ancora sulle scale e quando io chiamai con il cordone,

la concierge di dietro la porta borbottò qualche cosa. Rientrai in

casa e dalla finestra aperta vidi Brett traversare la strada verso la

grossa limousine ferma all’angolo, sotto il lampione. Brett entrò e

l’auto partì. Mi voltai. Sul tavolo c’erano un bicchiere vuoto e un

bicchiere semipieno di brandy. Li portai in cucina e vuotai il

bicchiere semipieno nel lavandino. Spensi il gas in camera da pranzo,

seduto sul letto buttai via le pantofole, poi entrai sotto le

lenzuola. Questa era Brett, quella per cui ero stato capace di

piangere. Pensai allora a Brett che traversava la strada e saliva in

macchina, come l’avevo vista l’ultima volta, e dopo un attimo,

naturalmente, di nuovo mi sentii l’inferno dentro. E’

straordinariamente facile fare il superiore su ogni cosa di giorno,

ma di notte è un’altra faccenda.

 

pagine tratte da ”FIESTA, Il sole sorge ancora” di Ernest Hemingway

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La tregua di Primo Levi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Austria confina con l’Italia, e St. Valentin non dista

da Tarvisio piú di trecento chilometri; eppure il 15 ottobre,

trentunesimo giorno di viaggiò, attraversavamo una

nuova frontiera ed entravamo a Monaco, in preda ad una

sconsolata stanchezza ferroviaria, ad una nausea definitiva

di binari, di precari sonni su tavolati dì legno, di sobbalzi,

di stazioni; per cui gli odori familiari, comuni a tutte

le ferrovie del mondo, l’odore acuto delle traversine

impregnate, dei freni caldi, del carbone combusto, ci affliggevano

di un disgusto profondo. Eravamo stanchi di

ogni cosa, stanchi in specie di perforare inutili confini.

Ma, per un altro verso, il fatto di sentire per la prima

volta, sotto i nostri piedi, un lembo di Germania: non di

Alta Slesia o di Austria, ma di Germania propria, sovrapponeva

alla nostra stanchezza uno stato d’animo complesso,

fatto di insofferenza, di frustrazione e di tensione.

Ci sembrava di avere qualcosa da dire, enormi cose da

dire, ad ogni singolo tedesco, e che ogni tedesco avesse

da dirne a noi: sentivamo l’urgenza di tirare le somme, di

domandare, spiegare e commentare, come i giocatori di

scacchi al termine della partita. Sapevano, «loro», di Auschwitz,

della strage silenziosa e quotidiana, a un passo

dalle loro porte? Se sí, come potevano andare per via,

tornare a casa e guardare i loro figli, varcare le soglie di

una chiesa? Se no, dovevano, dovevano sacramente, udire,

imparare da noi, da me, tutto e subito: sentivo il numero

tatuato sul braccio stridere come una piaga.

Errando per le vie di Monaco piene di macerie, intorno

alla stazione dove ancora una volta il nostro treno

giaceva incagliato, mi sembrava di aggirarmi fra torme

di debitori insolventi, come se ognuno mi dovesse qualcosa,

e rifiutasse di pagare. Ero fra loro, nel campo di

Agramante, fra il popolo dei Signori: ma gli uomini erano

pochi, molti mutilati, molti vestiti di stracci come

noi. Mi sembrava che ognuno avrebbe dovuto interrogarci,

leggerci in viso chi eravamo, e ascoltare in umiltà

il nostro racconto. Ma nessuno ci guardava negli occhi,

nessuno accettò la contesa: erano sordi, ciechi e muti,

asserragliati fra le loro rovine come in un fortilizio di

sconoscenza voluta, ancora forti, ancora capaci di odio e

di disprezzo, ancora prigionieri dell’antico nodo di superbia

e di colpa.

Mi sorpresi a cercare fra loro, fra quella folla anonima

di visi sigillati, altri visi, ben definiti, molti corredati da un

nome: di chi non poteva non sapere, non ricordare, non

rispondere; di chi aveva comandato e obbedito, ucciso,

umiliato, corrotto. Tentativo vano e stolto: ché non loro,

ma altri, i pochi giusti, avrebbero risposto in loro vece.

Se a Szób avevamo imbarcato un ospite, dopo Monaco

ci accorgemmo di averne imbarcato una intera nidiata:

i nostri vagoni non erano piú sessanta, bensí sessantuno.

In coda al treno viaggiava con noi verso l’Italia un

vagone nuovo, stipato di giovani ebrei, ragazzi e ragazze,

provenienti da tutti i paesi dell’Europa orientale. Nessuno

di loro dimostrava piú di vent’anni, ma erano gente

estremamente sicura e risoluta: erano giovani sionisti, andavano

in Israele, passando dove potevano e aprendosi

la strada come potevano. Una nave li attendeva a Bari: il

vagone l’avevano acquistato, e per agganciarlo al nostro

treno, era stata la cosa piú semplice del mondo, non avevano

chiesto il permesso a nessuno; l’avevano agganciato

e basta. Me ne stupii, ma risero del mio stupore: – Forse

che Hitler non è morto? – mi disse il loro capo, dall’intenso

sguardo di falco. Si sentivano immensamente liberi

e forti, padroni del mondo e del loro destino.

Per Garmisch-Partenkirchen giungemmo la sera al

campo di sosta di Mittenwald, fra i monti, sul confine

austriaco, in un favoloso disordine. Vi pernottammo, e

fu l’ultima nostra notte di gelo. Il giorno seguente il treno

discese su Innsbruck, e qui si riempí di contrabbandieri

italiani, i quali, nella carenza delle autorità costituite,

ci portarono il saluto della patria, e distribuirono

generosamente cioccolato, grappa e tabacco.

Nella salita verso il confine italiano il treno, piú stanco

di noi, si strappò in due come una fune troppo tesa:

vi furono diversi feriti, e questa fu l’ultima avventura. A

notte fatta passammo il Brennero, che avevamo varcato

verso l’esilio venti mesi prima: i compagni meno provati,

in allegro tumulto; Leonardo ed io, in un silenzio gremito

di memoria. Di seicentocinquanta, quanti eravamo

partiti, ritornavamo in tre. E quanto avevamo perduto,

in quei venti mesi? Che cosa avremmo ritrovato a casa?

Quanto di noi stessi era stato eroso, spento? Ritornavamo

piú ricchi o piú poveri, piú forti o piú vuoti? Non lo

sapevamo: ma sapevamo che sulle soglie delle nostre case,

per il bene o per il male, ci attendeva una prova, e la

anticipavamo con timore. Sentivamo fluirci per le vene,

insieme col sangue estenuato, il veleno di Auschwitz:

dove avremmo attinto la forza per riprendere a vivere,

per abbattere le barriere, le siepi che crescono spontanee

durante tutte le assenze intorno ad ogni casa deserta,

ad ogni covile vuoto? Presto, domani stesso, avremmo

dovuto dare battaglia, contro nemici ancora ignoti,

dentro e fuori di noi: con quali armi, con quali energie

con quale volontà? Ci sentivamo vecchi di secoli, oppressi

da un anno di ricordi feroci, svuotati e inermi. I

mesi or ora trascorsi, pur duri, di vagabondaggio ai margini

della civiltà, ci apparivano adesso come una tregua,

una parentesi di illimitata disponibilità, un dono provvidenziale

ma irripetibile del destino. [[…]]