-84 per non certificare il fallimento dello Stato di Diritto

84

Amnistia dal greco  amnestía, ”dimenticanza” con l’Amnistia si estingue il reato  e consiste nella rinuncia, da parte dello Stato  a perseguire alcuni reati, un provvedimento  di clemenza badate bene previsto nella Costituzione cosiddetta più bella del mondo, a patto che ne abbiano lette almeno due o tre, anche se la procedura dopo l’ultima amnistia datata 12 Aprile 1990 è resa più farraginosa, grazie all’avanzata di idee legalitari e giustizialiste, dopo l’onta di indignazione scaturite dallo scandalo tangentopoli, come se avere la fedina penale pulita  è sinonimo di correttezza morale ed intellettuale; il concetto di ”legalità” portata avanti da chi si definisce ”società civile”  che crede di essere superiore moralmente ed intellettualmente, a chi?  non si sa

da anni la sinistra in Italia ha preso una deriva legalitaria e di destra, il loro pensiero di ”legalità” fa rabbrividire, coincide con oppressione e giustizialismo, verso chiunque non accetti questo sistema sociale  e  lo status quo, questo clima alimentato da pseudo giornalisti liberi, che si ritengono tali solo perché non ricevono finanziamenti pubblici, che poi non sarebbe lesa maestà,se è garantito il pluralismo delle idee, siamo in italia, mica in America patria dei grandi network e dove la libertà di stampa è garantita dalla Costituzione, qui ancora oggi è soggetta a censura e sequestri, come da codice Rocco di fascistiana memoria , ma loro son liberi e non gli passa manco per l’anticamera del cervello di battersi per l’abolizione di legge censorie e punitive;

comunque torniamo all’amnistia l’anno scorso ad Aprile l’Italia ha ricevuto una condanna vincolante da parte della CEDU, è obbligata a rispettare i diritti umani nelle galere  e ad avere una giustizia rapida e giusta, ha tempo fino al 28 maggio per mettersi in regola e dare risposte , se no rischia una condanna di 300 milioni di euro, e il rischio di risarcire 20.000 detenuti tenuti in una condizione palese di violazione dei più elementari diritti umani, e semmai venissero accolte, si corre il rischio che la casse pubbliche già dissanguate dovrebbe sborsare fino a 2 miliardi di euro,

per ricordare qualche numero dal 2000 al 2014  i morti in galera son stati 2258 di cui 810 suicidi,

ai moralmente alti ed onesti , interesserà mai qualcosa di tutte queste vite spezzate, di tante persone morte in carcerazione preventive senza mai aver ricevuto una condanna definitiva e ancora per legge innocenti, in Italia si son ribaltate i principi del diritto

fateglielo capire a questi disumani il rispetto della Costituzione più bella del mondo

non vi preoccupate ora arriva la lista Tsipras, un’altra ondata di idee legalitarie e repressive

parafrasando Dalla ”cosa sara’ che ci spinge a picchiare il tuo re che ti porta a cercare il giusto dove giustizia non c’e’cosa sara”’

cosa sarà per chi non accetterà mai che il Paese di Beccaria è diventata quello dei vari Saint Just, dei Savonarola, e dei Berija,

i padri nobili della Costituzione come Calamandrei si staranno rivoltando nella tomba, forse è ora di abolire questa Costituzione,

perché se non è mai stata applicata in 66 anni, si certifica il suo fallimento

AMNISTIA,AMNISTIA,AMNISTIA, GIUSTIZIA e LIBERTA’

p.s. con un riforma seria ed ordinata del sistema carcerario e giudiziario, si risparmierebbero circa 1.3 punti percentuali di Pil, qualcosa come 16 miliardi di euro, ma loro son per la certezza della pena, in un Paese dove non esiste più la certezza del reato e tanto meno del Diritto

Johnny Spata

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La casa in riva al mare Lucio Dalla

dedicata a chi è rinchiuso in celle vere, e a chi si sente di vivere dentro una cella e non riesce a realizzare i propri sogni o avere l’amore che desidera

Dalla sua cella lui vedeva solo il mare,
ed una casa bianca in mezzo al blu
e una donna si affacciava Maria,
è il nome che le dava lui…
Alla mattina lei apriva la finestra
e lui pensava quella è casa mia
tu sarai la mia compagna Maria,
una speranza e una follia…

E sognò la libertà,
e sognò di andare via, via
e un anello vide già,
sulla mano di Maria

Lunghi silenzi come sono lunghi gli anni,
parole dolci che si immaginò
questa sera vengo fuori Maria,
ti vengo a fare compagnia

E gli anni stan passando tutti gli anni insieme
ha già i capelli bianchi e non lo sa
dice sempre manca poco, Maria,
vedrai che bella la città…

E sognò la libertà,
e sognò di andare via, via
e un anello vide già,
sulla mano di Maria

E gli anni son passati, tutti gli anni insieme
ed i suoi occhi ormai non vedon più
Disse ancora: la mia donna sei tu,
e poi fu solo in mezzo al blu
e poi fu solo in mezzo al blu,
e poi fu solo in mezzo al blu…

un augurio…..

futuro

 

 

 

 

Che augurarsi

un augurio, a chi è solo e lo festeggierà  in compagnia di una bottiglia,

a chi si sente escluso, e si isolerà dal mondo perché anche se si

impegna certe ”feste” comandate proprio non le manda giù

a chi ha credeva di aver trovato l’amore della propria vita

ma poi è stato fottuto, annientandosi in cinque minuti

un augurio a chi è in cerca di un amore

sincero e onesto………

un augurio a chi lo  passerà tra le mura di una cella

senza diritti e dignità,  in solitudine

un augrio ai disoccupati con tanta voglia di riscatto

un augurio ai drogati ai disadattati agli emerginati

alle vittime di queste società incivili

un augurio a chi in queste ore gli è stato strappato un

affetto, un amico, un amore per colpa di una malattia

un augurio a chi crede ancora, nonostate tutto in un futuro migliore

libero da galere e idee liberticide

un augurio a tutti quelli che hanno fame e sete di Giustizia di Diritti e di libertà e di Pace

un augurio a chi non smetta mai di lottare sentendosi come Don Chisciotte contro i mulini a vento

un augurio a chi nascerà stanotte e prima di camminare saprà già usare internet

un augurio a chi ha tanti sogni da realizzare che siano realtà

un augurio………….

A tutti noi

”“… questa volta la festa
speriamo che sia
meglio di quella dell’anno passato
…via!”¹

 

1) Vasco Rossi ”’e  il mattino”

Sogno di una notte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sogno di una notte,

una notte cosi per caso,  i  bambini dall’America alla Cina, presi da un’energia  misteriosa ma positiva, si alzarono dai loro letti, e come guidati da un progetto preparato nei minimi particolari, si organizzarono  in piccoli gruppi, tutti con compiti precisi. Il gruppo energia si mise all’opera e riuscì a spegnere tutte le centrali elettriche del mondo, il gruppo ricchezza entro nei caveau di tutto il mondo,e trafugò tutti le ricchezze facendone  un enorme falò, qualcosa di mia visto prima, la luce si vide fin nello spazio, nel frattempo il gruppo libertà riuscì a liberare tutti gli animali tenuti in gabbia, e a riportarli nel loro habitat naturale.  facendoli tornare a nuova vita.  il gruppo sapienza distrusse tutta lo scibile umano scritto e scoperto fino ad allora.  il gruppo byte fece fuori le reti internet.  il gruppo terra smantello tutti i pozzi di petrolio, e fece saltare miniere di diamanti, oro, uranio. Alla fine di questo sforzo immenso, mentre sopraggiungeva l’alba,  tutti tornarono ad accucciarsi, nei loro letti,  come se nulla fosse.

Arrivò il mattino e col mattino arrivò il caos.

I primi adulti che fecero per accendere la luce del bagno o la tv, schiacciando il pulsante, e accorgendosi che non accadeva nulla,furono presi dal panico. Altri adulti resteranno a guardare increduli, il bancomat, era ancora in funzione grazie alla batteria di riserva,  aveva una scritta sinistra:  ‘’OUT OF ORDER’’  ‘’NO MONEY FOUND’’ , lo stesso successe ai distributori di benzina. Dopo i primi attimi di smarrimento e di paura, la maggior parte degli uomini fu presa dall’isteria e dalla paura,distruggendo tutto, si ammazzarono anche tra di loro.chi potè, si rifiugiò nelle campagne. Chi non sapeva deve scappare,fu costretto a subire le violenze.

Le forze dell’ordine non sapendo come arginare quella massa umana,preferirono non intervenire, e guardare  la follia umana in tutte le sue espressioni, iniziarono gli  atti di vandalismo e di saccheggio, per accaparrarsi l’ultimo litro di benzina, o l’ultima batteria rimasta nei supermarket .

Le violenze e i saccheggi andarono avanti per una settimana, le città erano in fiamme,  Agli angoli delle strade si contavano cataste di cadaveri, e già iniziavano le prime epidemie di colera e di tifo.  gli ospedali erano pieni di feriti,  non si trovava più un’aspirina, si curava tutti alla meno peggio. Durante l’ennesima guerriglia urbana, e scontri fratricidi, si udì l’urlo straziante di una donna

 

–          I bambini? I nostri figli dove sono?

 

L’urlo fu udito e ribattuto da un’altra donna e poi da un’altra ancora, fino a sommergere il chiasso dei tumulti. Tanto che riuscirono a fermarli. Nel giro di qualche minuto si fermarono tutti, assaliti da un senso di vuoto e di sgomento.

Presi in pieno dalla violenza e dall’odio si erano scordati dei propri, figli.

Bastò  un attimo e lasciarono perdere gli scontri, e la lucida follia, per correre  a casa.

Arrivati a casa non trovarono nessuno, neanche il più piccolo dei neonati, così un altro pensiero cupo assali la mente dei rivoltosi,

 

‘’ e se qualcuno ha ucciso tutti i nostri figli’’ mentre eravamo distratti dalla barbarie,  si chiedevano smarriti guardandosi tra di loro

Non si persero d’animo e li iniziarono a cercare i bambini, cosi ci fu chi corse verso il parco giochi, ma le altalene erano vuote, e senza vocio dei bambini, quel posto  emetteva una tristezza mai sentita prima.

Dopo fu la volta del campetto di calcio, ma anche qui c’era solo il vento a far rumore, andarono verso l’unica gelateria rimasta in piedi, ma niente. Girano tutta la città in lungo e in largo. Giorno e notte per una settimana.

Al tramonto dell’ottavo giorno ormai persi e senza speranza, in lontananza videro un cane che passo dopo passo si avvicinava. Tutti ebbero la strana sensazione che quel cane avesse qualcosa da dire, ed infatti si fermò davanti ai piedi di un uomo, guardandolo dall’alto in basso, poi si girò di spalle, per farsi seguire, senza esitazione quella massa umana, segui il cane. Per venti, interminabili km. Fino a quando non sporsero una collina. Passata la collina, si trovarono di fronte ad uno spettacolo, mai visto prima, i loro figli, quei piccoli cuccioli d’uomo si erano organizzati. Dando inizio al gruppo VITA , avevano costruito  un piccolo insediamento di casette semplici, fatte di legno, si cibavano con quello che offriva madre natura, senza uccidere o rubare vita, imparavano giocando, senza nessun adulto ad impartire ordini ,  vivevano in armonia.  Gli adulti, così sapienti e così razionali, non poterono  far altro che adeguarsi.

L’essere e il nulla Jean-Paul Sartre

 

 

 

 

 

Essere e fare: la libertà

 La condizione prima dell’azione è la libertà

È strano che si sia potuto ragionare all’infinito sul determinismo ed il libero arbitrio, citare esempi in favore dell’una o dell’altra tesi, senza tentare anzitutto di esprimere le strutture contenute nell’idea stessa di azione. Il concetto di atto contiene effettivamente numerose nozioni subordinate che noi ordineremo e organizzeremo: agire vuol dire modificare l’aspetto del mondo, disporre dei mezzi in vista di un fine, produrre un complesso strumentale e organizzato tale, che, mediante una serie di concatenazioni e di legami, la modifica apportata ad uno degli anelli della catena, porti delle modifiche in tutta la serie e in fine produca un risultato previsto. Tuttavia, non è ancora questo ciò che ci interessa. Conviene dapprima osservare che un’azione è per principio intenzionale. Il fumatore distratto, che ha fatto, per sbadataggine, esplodere una polveriera, non ha agito. Invece, l’operaio incaricato di dare la dinamite ad una cava e che ha obbedito agli ordini che gli sono stati dati, ha agito nel momento in cui egli ha provocato l’esplosione prevista: egli sapeva veramente ciò che faceva o, se si preferisce, egli realizzava intenzionalmente un progetto cosciente. Ciò non significa, certamente, che si debbano prevedere tutte le conseguenze di ogni atto: l’imperatore Costantino non prevedeva, andando a stabilirsi a Bisanzio, che avrebbe creato una città di cultura e lingua greca, il cui apparire avrebbe provocato in seguito uno scisma nella chiesa cristiana e avrebbe contribuito perciò all’indebolirsi dell’impero romano. Egli ha perciò compiuto un atto nella misura che gli ha permesso di realizzare il suo progetto di creare una nuova residenza in oriente per gli imperatori. L’adeguazione del risultato all’intenzione è qui sufficiente perché possiamo parlare di azione.

Ma, se deve essere così, constatiamo che l’azione implica necessariamente come condizione il riconoscimento di un “desideratum”, cioè di una deficienza obiettiva o per meglio dire d’una negatività. L’intenzione di suscitare a Roma una rivale non può venire a Costantino che cogliendo una deficienza obiettiva: Roma manca di un contrappeso; a questa città ancora profondamente pagana, bisognerebbe contrapporre una città cristiana che, al

momento, manca. Il fatto di creare Costantinopoli può essere compreso come atto, solo se dapprima il concetto d’una città nuova ha preceduto l’azione stessa, oppure se, almeno, questo concetto serve come tema organizzatore a tutti gli sviluppi futuri.

Tuttavia questo concetto non può essere la pura rappresentazione della città come possibile. Esso la coglie nella sua caratteristica essenziale, la quale è di essere un possibile desiderabile e non realizzato. Ciò significa che dal momento della concezione dell’atto, la coscienza ha potuto ritirarsi dal mondo pieno, di cui è coscienza, e abbandonare il terreno dell’essere per affrontare francamente quello del non-essere. Fintanto che ciò che è, è considerato esclusivamente nel suo essere, la coscienza è rinviata continuamente dall’essere all’essere e non saprebbe trovare nell’essere un motivo per scoprire il non-essere. Il sistema imperiale, fintanto che Roma ne è la capitale, funziona positivamente e da un certo lato reale che si lascia facilmente svelare. Si dirà che le tasse funzionano male, che Roma non è al riparo delle invasioni, che non ha la posizione geografica adatta alla capitale di un impero mediterraneo minacciato dai barbari, e dove la corruzione dei costumi rende difficile la divulgazione della religione cristiana? Come non vedere che tutte queste considerazioni sono negative, cioè mirano a ciò che non è, e non a ciò che è? Dire che il 60 100 delle tasse previste è stato corrisposto può a rigor di termini passare per un apprezzamento positivo della situazione, quale essa è. Dire che si riscuotono a stento, significherebbe considerare la situazione attraverso una situazione posta come fine assoluto e che precisamente non è. Dire che la corruzione dei costumi impedisce la diffusione del cristianesimo, non vuol dire considerare questa diffusione per quello che è, cioè per una propagazione ad un ritmo che i rapporti degli ecclesiastici possono metterci in grado di determinare: vuol dire porla in se stessa come insufficiente, cioè come sofferente di un nulla segreto. Ella non appare però tale, che, se la si sorpassa verso una situazione limite posta a priori come valore per esempio verso un certo ritmo delle conversioni religiose, verso una certa moralità della massa,-e questa situazione limite non può essere concepita partendo dalla semplice considerazione dello stato reale delle cose, poiché la più bella ragazza del mondo non può dare che ciò che ha e parimenti, la più miserabile delle situazioni non può da sola che indicarsi come è, senza alcun riferimento ad un nulla ideale. Fintanto che l’uomo è immerso nella situazione storica, gli capita di non cogliere i difetti e le mancanze di una organizzazione politica o economica determinata, non come si dice scioccamente perché egli “ne ha l’abitudine”, ma perché egli la coglie nella sua interezza d’essere e non può al tempo stesso immaginare che possa essere diversamente. Qui, bisogna,

infatti, capovolgere l’opinione generale e riconoscere che non è la durezza della situazione o le sofferenze che essa impone a dar luogo alla concezione di un altro stato di cose nel quale tutto il mondo migliorerebbe; invece è appunto dal giorno in cui si può concepire un altro stato di cose che una luce nuova cade sulle nostre pene e sulle nostre sofferenze, e allora noi decidiamo che esse sono intollerabili. L’operaio del 1830 è capace di ribellarsi se si abbassano i salari, perché egli immagina facilmente una situazione in cui il suo miserabile livello di vita sarebbe meno basso a confronto di quello che gli si vorrebbe imporre. Egli tuttavia non si rappresenta le sue sofferenze come intollerabili, si adatta, non per rassegnazione, ma per il fatto che egli manca di quella cultura e di quella riflessione necessarie per fargli concepire uno stato sociale in cui le sue sofferenze non esisterebbero. Perciò egli non agisce. Diventati padroni di Lione, in seguito ad una sommossa, gli operai della croce rossa non sanno che farsene della vittoria ottenuta, tornano a casa, disorientati, e l’esercito regolare non fa fatica a sorprenderli. I loro guai non sembrano loro “abituali”, ma piuttosto naturali: essi sono, ecco, essi costituiscono la condizione dell’operaio; non sono separati, non sono visti in piena luce e, di conseguenza, sono integrati dall’operaio al suo essere; egli soffre senza considerare la propria sofferenza e senza darle valore: soffrire ed essere non sono che un tutto per lui; la sua sofferenza è il puro contenuto affettivo della sua coscienza non posizionale, tuttavia egli non la contempla. Essa non potrebbe essere dunque per se stessa un movente per i suoi atti. Al contrario, solo quando egli avrà fatto il progetto di mutarla, essa gli sembrerà insopportabile.

Ciò significa che egli dovrà essersi posto a distanza da essa, dal punto di vista dell’osservatore, e aver operato un doppio annullamento: da un lato, allora, bisognerà che egli ponga uno stato di cose ideale come puro nulla presente, da un altro bisognerà che egli ponga la situazione attuale come nulla in rapporto a questo stato di cose. Sarà necessario che egli immagini una felicità legata alla sua classe come pura possibilità-cioè momentaneamente come un certo nulla d’altra parte, egli ritornerà sulla situazione presente per illuminarla alla luce di questo nulla e per annullarla a sua volta, dichiarando: “io non sono felice”. Ne derivano queste due conseguenze importanti: 1 nessuno stato di fatto, qualunque esso sia struttura politica, economica della società, “stato” psicologico ecc. Non è suscettibile di causare per se stesso un atto qualsiasi. Un atto è una proiezione del per-sé verso ciò che non è e ciò che è non può affatto determinare da solo ciò che non è; 2 nessuno stato di fatto può determinare la coscienza a coglierlo come negatività o come manchevolezza. Per meglio

dire, nessuno stato di fatto può indurre la coscienza a definirlo ed a circoscriverlo perché, come abbiamo visto, la formula di Spinoza: “omnis determinatio est negatio” resta profondamente vera. Ora, ogni azione ha per condizione espressa, non solamente la scoperta di uno stato di cose come “mancanza di…” cioè come negatività, ma ancora e “innanzitutto” la costituzione dello stato di cose considerato come sistema isolato. Non c’è stato di fatto soddisfacente o meno che per la potenza annullatrice del per-sé. Ma questa potenza di annullamento non può limitarsi a realizzare un semplice retrocedere in rapporto al mondo. Fintantoché, veramente, la coscienza è “investita” dall’essere, finché sopporta semplicemente ciò che è, deve essere inglobata nell’essere: è la forma organizzata: operaio trovante la sua sofferenza naturale, che deve essere superata e negata perché possa essere oggetto di una contemplazione rivelante. Ciò significa che è per puro distacco da se stesso, e dal mondo, che l’operaio può porre la sua sofferenza come sofferenza insopportabile e, di conseguenza, farne il movente della sua azione rivoluzionaria. Ciò implica dunque per la coscienza la possibilità permanente di fare un taglio netto col proprio passato, di staccarsi per poterlo considerare alla luce di un non-essere e per potergli conferire il significato che ha partendo dal progetto di un senso che non ha. In nessun caso e in nessuna maniera, il passato può produrre un’azione da solo, cioè la posizione di un fine che si riversa su di lui per rischiararlo. Questo è ciò che aveva intravisto Hegel quando scriveva che “lo spirito è il negativo”, ancorch’egli sembri non essersene ricordato quando dovette esporre la sua teoria dell’azione e della libertà. Veramente, poiché si attribuisce alla coscienza questo potere negativo di fronte al mondo e a se stesa, poiché l’annullamento fa parte integrante della posizione di un fine, bisogna riconoscere che la condizione indispensabile e fondamentale di ogni azione è la libertà dell’essere agente.

Così noi possiamo cogliere in partenza il difetto di queste discussioni fastidiose fra deterministi e partigiani della libertà d’indifferenza. Questi ultimi si preoccupano di trovare casi di decisione per i quali non esista alcun motivo anteriore, o deliberazioni riferentisi a due atti opposti, ugualmente possibili, e i cui motivi e i moventi sono rigorosamente dello stesso peso. Al che i deterministi hanno buon gioco di rispondere che non c’è azione senza motivo e che il gesto più insignificante alzare la mano destra piuttosto che la mano sinistra ecc. Rinvia a motivi ed a moventi che gli conferiscono il significato. Non potrebbe essere diversamente perché ogni azione deve essere intenzionale: essa deve, effettivamente, avere un fine ed il fine a sua volta si riferisce ad un motivo. Tale è, in effetti, l’unità delle tre ek-stasi temporali: la fine o temporalizzazione del mio futuro implica un motivo o

movente cioè accenna verso il mio passato, mentre il presente è il sorgere dell’atto. Parlare di un atto senza motivo significa parlare di un atto al quale manchi la struttura intenzionale di ogni atto e i partigiani della libertà cercandola al livello dell’atto in corso di formazione non potrebbero giungere ad altro che a renderlo assurdo.

I deterministi, a loro volta, rendono il loro compito troppo facile, arrestando le loro ricerche alla pura designazione del motivo e del movente.

La questione essenziale è in effetti al di là dell’organizzazione complessa “motivo intenzione atto fine”: noi dobbiamo allora domandarci come mai un motivo o un movente possa essere costituito come tale. Ora, come abbiamo appena visto, se non ci sono atti senza motivi, questo non è affatto da intendersi nel senso in cui si può dire che non ci sono fenomeni senza causa.

Per essere veramente motivo, il motivo deve essere provato come tale.

Certo, questo non significa affatto che debba essere tematicamente concepito e manifestato come nel caso della deliberazione. Cionondimeno significa che il per-sé deve conferirgli il suo valore di movente o di motivo. E noi abbiamo appena visto che questa costituzione del motivo, come tale, non potrebbe rinviare ad un altro esistente reale e positivo, cioè ad un motivo anteriore. Altrimenti la natura stessa dell’atto, come impegnato intenzionalmente nel non-essere, svanirebbe. Il movente non si comprende che col fine, cioè mediante il non esistente: il movente è dunque in se stesso una negatività. Se accetto un salario misero è senza dubbio per paura e la paura è un movente. Ma è: paura di morire di fame; cioè tale paura non ha senso che al difuori di se stessa in un fine posto idealmente, che è la conservazione di una vita che io colgo come “in pericolo”. E questa paura, a sua volta, non si comprende che in rapporto al valore che io implicitamente do a questa vita, cioè si riferisce a questo sistema gerarchico di oggetti ideali che sono i valori. Così il movente si fa conoscere per ciò che è mediante l’insieme degli esseri che “non sono”, mediante le esistenze ideali e l’avvenire. Come il futuro torna sul presente e sul passato per illuminarlo, parimenti è l’insieme dei miei progetti che torna indietro per dare al movente la sua struttura di movente.

Uo-mini

 

 

 

 

 

 

 

 

Magari dovrei fare come te

Che non sbagli mai…….

Che ci sei sempre………

Dovrei dire sempre si……

E non avere mai problemi……..

No scusa viene il vomito………

Ma dove sono gli Uo-mini…..

Quelli che non si piegano…

oggi ci sono quelli che …

per  vivere……….

Per favore mi dai……….

Anche se non mi è dato…

Dico sempre quello che mi va

Libertà che è come il vento….

non puoi tenerla scivola via….

Scapperà in cerca di Libertà…….

E di Amore………

E affronto la mia sorte…….

Atroce……..senza chiedere

Per favore mi dai……..

di Johnny Spata

Libertà di Paul Eluard

Immagine

Sui miei quaderni di scolaro

Sui miei banchi e sugli alberi

Sulla sabbia e sulla neve

Io scrivo il tuo nome

Su tutte le pagine lette

Su tutte le pagine bianche

Pietra sangue carta cenere

Io scrivo il tuo nome

Sulle dorate immagini

Sulle armi dei guerrieri

Sulla corona dei re

Io scrivo il tuo nome

Sulla giungla e sul deserto

Sui nidi sulle ginestre

Sull’eco della mia infanzia

Io scrivo il tuo nome

Sui prodigi della notte

Sul pane bianco dei giorni

Sulle stagioni promesse

Io scrivo il tuo nome

Su tutti i miei squarci d’azzurro

Sullo stagno sole disfatto

Sul lago luna viva

Io scrivo il tuo nome

Sui campi sull’orizzonte

Sulle ali degli uccelli

Sul mulino delle ombre

Io scrivo il tuo nome

Su ogni soffio d’aurora

Sul mare sulle barche

Sulla montagna demente

Io scrivo il tuo nome

Sulla schiuma delle nuvole

Sui sudori dell’uragano

Sulla pioggia fitta e smorta

Io scrivo il tuo nome

Sulle forme scintillanti

Sulle campane dei colori

Sulla verità fisica

Io scrivo il tuo nome

Sui sentieri ridestati

Sulle strade aperte

Sulle piazze dilaganti

Io scrivo il tuo nome

Sul lume che s’accende

Sul lume che si spegne

Sulle mie case raccolte

Io scrivo il tuo nome

Sul frutto spaccato in due

Dello specchio e della mia stanza

Sul mio letto conchiglia vuota

Io scrivo il tuo nome

Sul mio cane goloso e tenero

Sulle sue orecchie ritte

Sulla sua zampa maldestra

Io scrivo il tuo nome

Sul trampolino della mia porta

Sugli oggetti di famiglia

Sull’onda del fuoco benedetto

Io scrivo il tuo nome

Su ogni carne consentita

Sulla fronte dei miei amici

Su ogni mano che si tende

Io scrivo il tuo nome

Sui vetri degli stupori

Sulle labbra intente

Al di sopra del silenzio

Io scrivo il tuo nome

Su ogni mio infranto rifugio

Su ogni mio crollato faro

Sui muri della mia noia

Io scrivo il tuo nome

Sull’assenza che non desidera

Sulla nuda solitudine

Sui sentieri della morte

Io scrivo il tuo nome

Sul rinnovato vigore

Sullo scomparso pericolo

Sulla speranza senza ricordo

Io scrivo il tuo nome

E per la forza di una parola

Io ricomincio la mia vita

Sono nato per conoscerti

Per nominarti

Libertà.

Paul Eluard (1924)