Eletti ed elettori

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Tutti ladri, tutti furbi, tutti bugiardi, tutti incompetenti e inaffidabili, tutti in galera, tutti alla forca, tutti al confino, chi? I politici naturalmente e senza ombra di dubbio. La classe politica è lo specchio fedele di un Paese e allora è inutile lamentarsi quando stili e comportamenti sono parte integrante dell’agire di quasi tutto un popolo, perché in Italia non manca nulla proprio nulla di esempi di furbi, di corrotti, di malcostume, di disonestà piccola o grande si trovano in tutte le parti d’Italia. C’è chi si lamenta delle tasse troppe alte e dell’evasione fiscale ed è proprietario di yacht e Ferrari con una dichiarazione dei redditi pari a zero, chi è sempre in cerca di raccomandazione per un posto di lavoro, per passare l’esame all’università, per fare una visita medica, chi dipendente pubblico timbra il cartellino alle 8.00 e alle 8.03 è già fuori dall’ufficio, chi si dà malato per una vita intera ed è sano come un pesce. Chi corrompe per vincere un appalto, chi tirava la monetina ai politici ladri e vent’anni dopo riceve la stessa sorte. Chi si rompe una gamba ed è sempre e comunque colpa di qualche politico o qualche apparato dello Stato. Grottescamente questi modi di fare sono ingigantiti dalla classe politica. Sì ha tante colpe la classe politica e dirigente di questo Paese, ma pretendere che cambi o migliori da un giorno all’altro è un vuoto a perdere, se prima non cambiano i cittadini elettori. Con l’onta qualunquista propria di qualsiasi crisi economica è facile riversare tutto il malessere sui primi imputabili, che ognuno si prende le proprie responsibilità e le prime son del popolo sempre malato di leaderismo e di chi sembra avere un potere taumaturgico che li liberi da tutti i mali, sinistra destra centro sopra sotto che sia, la catarsi collettiva dove iniziare dal popolo; ‘Pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italian’ scriveva Massimo D’Azeglio quasi due secoli fa.

Johnny Spata

Quote rose,una sconfitta per un Paese occidentale

Fornero: “Passaggio significativo, ancorché obbligato, per consentire l’effettiva partecipazione delle donne a momenti decisionali. Ci risiamo il Cdm approva una norma per la parità dei sessi, nei Cda delle aziende pubbliche. La parità tra sessi in un Paese avanzato ed occidentale non dovrebbe essere imposta per legge, per il semplice motivo che l’uguaglianza formale e sostanziale tra uomo e donna,dovrebbe essere unanimemente riconosciuta a tutti i livelli. Evidentemente in Italia si è ancora troppo indietro, per accettare questo semplice fatto di civiltà. E dire che le donne partecipano attivamente alla vita produttiva,sociale,politica di questo Paese mandano avanti famiglie,aziende,e sostituendosi al welfare. Non sarebbe ora di guardare l’uguaglianza tra i sessi sotto un altro punto di vista, e invece di fare una legge per tale scopo;magari iniziare col dire e con l’applicare la Costituzione,dando pieni diritti e riconoscimenti alle donne, ad esempio nel lavoro è cosa risaputa che in media sono sottopagate, e hanno difficoltà ad avanzare di carriera. Non sarebbe più giusto spezzare il sessismo latitante che ancora oggi esiste in varie ambiti sociali. E che ancora oggi la Donna debba trovarsi a scegliere tra carriera e famiglia.Non sarebbe giusto assicurare diritti che già esistono. Senza sentire il bisogno di imporre regole sociali e di emancipazione? Come se le Donne avessero bisogno di una legge per dimostrare il loro valore,sembra quasi un’offesa,ed è  una delle cose più antifemministe che si possa udire, Come se la società può andare avanti per quote. Una società moderna deve andare avanti per diritti pienamente riconosciuti senza nessuna discriminazione. Ad oggi la situazione Italiana è abbastanza patetica. Johnny  Spata

Il giorno della civetta. L.Sciascia 1960

… come la civetta quando
di giorno compare.
SHAKESPEARE, Enrico VI

 

 

Scrittore

Ora, quasi a mezzo della licenza, da un fascio di giornali locali che il brigadiere D’Antona aveva avuto la buona idea di mandargli, apprendeva che tutta la sua accu-rata ricostruzione dei fatti di S. era stata sfasciata come un castello di carte dal soffio di inoppugnabili alibi. O meglio: era bastato un solo alibi, quello di Diego Marchica, a sfasciarlo. Persone incensurate, assolutamente insospettabili, per censo e per cultu-ra rispettabilissime, avevano testimoniato al giudice istruttore l’impossibilita che Diego Marchica si fosse trovato a sparare su Colasberna e che fosse stato riconosciu-to dal Nicolosi, trovandosi Diego quel giorno e nell’ora in cui veniva commesso il de-litto, alla bella distanza di settantasei chilometri: quanti ce ne sono, insomma, da S. a P., dove Diego, in un giardino di proprietà del dottor Baccarella, e sotto gli occhi del dottore, uomo uso a levarsi dal letto per tempo e a seguire i lavori in giardino, stava occupato nel sereno e pacifico compito di far piovere da un tubo a spruzzo acqua sui prati. E di ciò non soltanto il dottore, ma contadini e passanti, tutti certi della identità di Diego, potevano con limpida memoria testimoniare.

La confessione resa al capitano Bellodi, aveva spiegato Diego, era dovuta ad una sorta di ripicco: il capitano gli aveva fatto credere di essere stato infamato dal Pizzuco, e lui, accecato dall’ira, aveva voluto restituire il colpo; e si era infamato da sé, pur di dare guai al Pizzuco. Da parte sua, trovandosi di fronte all’infamità di Die-go, il Pizzuco aveva tirato fuori un fuoco d’artificio di menzogne: caricando se stesso di piccole colpe, pur di mettere la pietra al collo al Marchica che lo aveva infamato. Il fucile? Ecco: Pizzuco doveva rispondere di abusiva detenzione; e il fatto di aver dato incarico al cognato di farlo sparire, soltanto alla preoccupazione di sapere l’arma vietata dalle leggi era dovuto.

In quanto a don Mariano, dai giornali fotografato e intervistato, inutile dire che il paziente rammendo di indizi che il capitano e il procuratore della Repubblica ave-vano fatto a suo carico, si era dissolto nell’aria: e una taddema di innocenza gli illu-minava la testa greve, pareva anche dalle fotografie, di saggia malizia. A un giornali-sta, che gli aveva chiesto del capitano Bellodi, don Mariano aveva detto «è un uomo» e insistendo il giornalista per sapere se intendeva dire che, come uomo, era soggetto ad errore, o se invece non mancasse un aggettivo a completare il giudizio, don Ma-riano aveva detto «che aggettivo e aggettivo: l’uomo non ha bisogno di aggettivo; e se dico che il capitano è un uomo, è un uomo: e basta» risposta che il giornalista giu-dicò sibillina, e dettata sicuramente da irascibilità, probabilmente da malanimo. Ma don Mariano aveva voluto esprimere, come un generale vittorioso nei confronti del-l’avversario sconfitto, un sereno giudizio, un elogio: e così veniva ad aggiungere un tocco di ambiguità, piacere e insieme irritazione, ai sentimenti che si agitavano tem-pestosi nell’animo del capitano.

Altre notizie, segnate in rosso dal brigadiere D’Antona, dicevano che, natural-mente, le indagini sui tre omicidi erano state riaperte: e la squadra mobile di PS era già sulla buona strada per la soluzione del caso Nicolosi, avendo fermato la vedova e l’amante di costei, certo Passerello, sui quali fortissimi indizi, inspiegabilmente tra-scurati dal capitano Bellodi, gravavano. Ancora una notizia segnata, in una pagina di cronaca provinciale, diceva che il comandante la Stazione di S., maresciallo maggio-re Arturo Ferlisi, era stato trasferito, a sua domanda, ad Ancona: e il corrispondente

del giornale, riconoscendone l’equilibrio e l’abilità, gli dava viatico di saluti ed augu-ri.

Rimuginando queste notizie e vampando di impotente rabbia, il capitano andava a caso per le strade di Parma: e pareva diretto a un appuntamento e preoccupato di giungervi in ritardo. E non sentì il suo amico Brescianelli che dal marciapiede oppo-sto lo chiamava per nome; e restò sorpreso e contrariato quando l’amico lo raggiunse e gli si parò davanti, sorridente affettuoso, scherzosamente reclamando almeno un sa-luto in nome dei lieti, e ahimé lontani giorni del liceo. Bellodi con serietà si scusò per non aver sentito, disse che non si sentiva bene: dimenticando che Brescianelli era medico, e non avrebbe facilmente mollato un vecchio amico che non stava bene.

Infatti indietreggiò di un passo per osservarlo meglio, constatò che era dimagri-to, e si vedeva dal cappotto che gli stava addosso un po’ largo e cascante; poi si avvi-cinò a guardarlo negli occhi, che avevano nel bianco, disse, un po’ di terra di Siena, che voleva dire disfunzione epatica: e domandò dei sintomi, e nominò medicine. Bel-lodi ascoltava con un sorriso distratto.

«Mi senti?» disse Brescianelli. «O forse ti sto seccando?».

«No no» protestò Bellodi «ho tanto piacere a rivederti. Anzi: dov’è che vai?…» e senza attendere risposta prese sottobraccio l’amico e disse «Ti accompagno».

E appoggiandosi al braccio dell’amico, un gesto che aveva quasi dimenticato, sentì davvero bisogno di compagnia, bisogno di parlare, di svagare in cose lontane la sue collera.

Ma Brescianelli domandò della Sicilia: com’era, come ci si stava; e dei delitti.

Bellodi disse che la Sicilia era incredibile.

«Eh sì, dici bene: incredibile… Ho conosciuto anch’io dei siciliani: straordinari… E ora hanno la loro autonomia, il loro governo… Il governo della lupara, dico io… In-credibile: è la parola che ci vuole».

Incredibile è anche l’Italia: e bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l’Italia.

«Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed e già, oltre Roma…» si fermò improvvisamente e disse, ad una giovane donna che veniva loro incontro ridente «Sei incredibile anche tu: bellissima…».

«Come, anch’io? E l’altra chi e?».

«La Sicilia… Donna anche lei: misteriosa, implacabile, vendicativa; e bellissi-ma… Come te. Il capitano Bellodi, che ti presento, stava raccontandomi della Sici-lia… E questa è Livia» disse rivolto a Bellodi «Livia Giannelli, che tu forse ricordi bambina: ed ora è donna, e di me non vuol saperne».

«Lei viene dalla Sicilia?» domandò Livia.

 

Pagine tratte da ”Il Giorno della Civetta” di Leonardio Sciascia