Il Partigiano Johnny Beppe Fenoglio

“Scrivo per un’infinità di motivi.
Non certo per divertimento.
Ci faccio una fatica nera.
La più facile delle mie pagine esce
spensierata da una decina
di penosi rifacimenti.”

– Morto. L’ho lasciato dietro, dentro la torretta. Piaceva anche a te? Una pallottola attraverso il finestrino.

Si inchiodarono ritti sul fango, come alcune pallottole, molto sperse ma maligne, ronzarono fra di loro, in traiettoria fra la collina e gli argini. E un ragazzo di Johnny urlando mostrò le sue due braccia trapassate da una singola palla. Dalle colline raddoppiarono il fuoco e tutti si abbatterono con la faccia nel fango. I fascisti li avevano già avanzati sulla destra e dall’alto? Poi il selvaggio urlo di un partigiano verso la collina l’avvisò che chi sparava erano i partigiani postati sulle colline, che li scambiavano per la prima linea fascista avanzante. Uno scoppio di improperi e minacce e quel fuoco cessò, mortificatissimo, e null’altro risuonò più se non lo scroscio della pioggia.

La squadra era giunta ai piedi dell’ultimo pendio, e Johnny sospirò al calvario che esso comportava: era cosi plasmato di fango lievitante che la superficie ne pulsava tutta. L’argilla bulicante aveva pochissimi, quasi ironici cespi di erba fradicia. Johnny prese ad inerpicarsi sui ginocchi, ancorandosi al fango con la mano libera; s’inerpicò e ricadde. Cosi gli uomini, l’angoscia strappando loro bestemmie ed insulti. In una scivolata si perdeva in un lampo quel che era costato minuti di penosa ascesa. Il ricadente precipitava su quello che saliva speranzoso, ed entrambi crollavano al fondo in un abbraccio di disperazione ed ingiurie. Un altro munizionamento della Browning andò perduto e la metà degli uomini, disperando di raggiungere il ciglione, presero ad allontanarsi per la pianura e andarono così perduti per l’ultima difesa.

Johnny giaceva a mezza costa, ansante e pazzamente assetato, in quell’orgia d’acqua; attraverso le maniche il fango gli si era insinuato fino alle ascelle. Si voltò a guardare dalla parte del nemico; fra una fascia di vapori vide l’avanguardia fascista a mezzo chilometro, che annusava i muri perimetrali di San Casciano. La pioggia era così greve che ogni goccia ora ammaccava la pelle già troppo battuta. Allora sbatté più su la mitragliatrice, come un traguardo embedded nel fango, la raggiunse salendo sul ventre, la risbatté più su ed ancora la raggiunse, finché emerse, una statua di fango, sul ciglione.

Non c’era nessuno, né vista né voce di difensori. Poi uno degli uomini restatigli gli additò l’aja della cascina. Ci stava uno sparuto, perplesso gruppo, molti della categoria minorenni, probabilmente gli erronei tiratori di poco fa. Ecco le centinaia di uomini freschi, le armi intatte e le pile di munizioni alte come alberi. Ma non si rivoltò, e pure nessuno dei suoi uomini, la disperatezza della situazione quasi li lusingava. Arrivarono poi i forti anziani che avevano sgombrato San Casciano ed anch’essi stettero senza mugugnare, dandosi subito a preparare il necessario per mettere il tetto al grosso edificio della sconfitta.

Johnny abbassò gli occhi sulla città sottostante, segnata: stava, cinta dalle acque, in nuda, tremante carne. Tossì, affidò la Browning al nuovo mitragliere e andò alla fattoria per bere. Il capitano Marini stava sull’uscio e da uno spigolo si sporse anche il suo aiutante, che stava tempestando invano un telefono da campo.

– Piacere di rivederti, – disse Marini. – Partita perduta. Non posso biasimare né Lampus né Nord che non intendono buttare in campo altri uomini, altre armi e munizioni. Se i fascisti prendessero per le colline sull’abbrivio di oggi non ci resterebbero che pietre a tirargli. Vediamo di fare del nostro meglio da soli. Vuoi bere? Fà con calma, penso ci daranno un quarto d’ora di respiro.

Johnny non rispose, trovava l’amarezza troppo grande, troppo eccelsa per sminuirla con recriminazioni. E poi l’aiutante era cosi devota e compassionevole figura: ancora in tela mimetica, tremava e sgrondava come l’avessero appena estratto da in fondo a un pozzo. Si accaniva, sempre invano, col telefono.

Dentro, la famiglia dei mezzadri, atterrita, incespicante, balbuziente, tirava macchinalmente secchi d’acqua dalla pompa interna e macchinalmente li porgeva. In attesa del suo turno Johnny si affacciò alla finestra e approvò con gli occhi la presa di posizione dei ragazzi rimastigli, fra due olmi sgocciolanti. Dalla finestra accanto Marini chiedeva con voce aspra qualcosa di sotto a proposito di una mitragliera. Uno del reparto che aveva evacuato la terza villa rispose che la mitragliera era inservibile, aveva perso un pezzo essenziale. Johnny chiese una sigaretta a Marini, stranamente godendo di quel cumulo di disgrazie: il capitano gli porse in una convulsa manciata la rovina di un pacchetto di sigarette.

Pagine tratte da ”Il Partigiano Johnny” Beppe Fenoglio

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