1984 di George Orwell

1984

 

 

 

 

 

 

LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ
L’IGNORANZA È FORZA
Si diceva che il Ministero della Verità contenesse tremila stanze al di sopra del livello stradale e altrettante ramificazioni al di sotto. Sparsi qua e là per Londra vi erano altri tre edifici di aspetto e dimensioni simili. Face-vano apparire talmente minuscoli i fabbricati circostanti, che dal tetto degli Appartamenti Vittoria li si poteva vedere tutti e quattro simultaneamente. Erano le sedi dei quattro Ministeri fra i quali era distribuito l’intero appara-to governativo: il Ministero della Verità, che si occupava dell’informazio-ne, dei divertimenti, dell’istruzione e delle belle arti; il Ministero della Pa-ce, che si occupava della guerra; il Ministero dell’Amore, che manteneva la legge e l’ordine pubblico; e il Ministero dell’Abbondanza, responsabile per gli affari economici. In neolingua i loro nomi erano i seguenti: Miniver, Minipax, Miniamor e Miniabb.
Fra tutti, il Ministero dell’Amore incuteva un autentico terrore. Era asso-lutamente privo di finestre. Winston non vi era mai entrato, anzi non vi si era mai accostato a una distanza inferiore al mezzo chilometro. Accedervi era impossibile, se non per motivi ufficiali, e anche allora solo dopo aver attraversato grovigli di filo spinato, porte d’acciaio e nidi di mitragliatrici ben occultati. Anche le strade che conducevano ai recinti esterni erano pat-tugliate da guardie con facce da gorilla, in uniforme nera e armate di lun-ghi manganelli.
Winston si girò di scatto. Il suo volto aveva assunto quell’espressione di sereno ottimismo che era consigliabile mostrare quando ci si trovava da-vanti al teleschermo. Attraversò la stanza ed entrò nella minuscola cucina. Uscendo a quell’ora dal Ministero, non aveva potuto mangiare alla mensa e sapeva bene che in cucina c’era solo un pezzo di pane nero destinato alla prima colazione del giorno dopo. Tirò giù dalla mensola una bottiglia di liquido incolore con una semplice etichetta bianca: GIN VITTORIA. E-manava un odore nauseante, oleoso, che ricordava l’alcol di riso cinese. Winston si versò il corrispondente di una mezza tazza da tè, si preparò al colpo, poi l’ingoiò come se si trattasse di una medicina.
La faccia gli si fece subito rossa, mentre gocce d’acqua gli uscivano da-gli occhi. Quella roba sapeva di acido nitrico. Quando la si ingoiava, era
come se qualcuno vi colpisse alle spalle con uno sfollagente. In ogni caso, un attimo dopo il bruciore nel ventre di Winston si calmò e il mondo co-minciò a sembrargli meno tetro. Prese una sigaretta da un pacchetto sgual-cito con la scritta SIGARETTE VITTORIA e la tenne incautamente verti-cale, al che tutto il tabacco cadde per terra. Andò meglio con la successiva. Ritornò nel soggiorno e si sedette a un tavolino collocato alla sinistra del teleschermo. Tirò fuori dal cassetto un portapenne, una boccetta d’inchio-stro e uno spesso quaderno di grosso formato, ancora intonso, con la costa rossa e la copertina marmorizzata.
Per un qualche misterioso motivo, nel soggiorno il teleschermo si trova-va in una posizione insolita: invece che nella parete di fondo, com’era la norma, da dove avrebbe potuto controllare tutta la stanza, era stato messo sulla parete più lunga, di fronte alla finestra. A uno dei suoi lati vi era una specie di rientranza poco profonda, nella quale era seduto Winston. Nelle intenzioni di chi aveva a suo tempo costruito gli appartamenti, doveva for-se servire a contenere scaffalature per libri. Sedendo in questa rientranza con le spalle ben addossate al muro, Winston poteva restare fuori del rag-gio visivo del teleschermo. Poteva essere udito, naturalmente, ma finché non mutava posizione, non era possibile vederlo e, forse, proprio la parti-colare conformazione della stanza gli aveva suggerito ciò che ora stava per fare.
Gliel’aveva suggerito anche il quaderno che aveva appena preso dal cas-setto. Era un quaderno di rara bellezza, con la carta liscia e vellutata, appe-na ingiallita dal tempo, di un tipo che non si produceva da almeno quaran-t’anni. Winston poteva facilmente capire, tuttavia, che il quaderno era an-che più antico. L’aveva visto nella vetrina di una sudicia bottega di rigattie re in un miserabile quartiere della città, di cui aveva scordato il nome, ed era stato immediatamente assalito dall’insopprimibile desiderio di possederlo. A rigor di termini, i membri del Partito non potevano entrare nei ne-gozi normali (un’azione del genere veniva definita “fare acquisti al libero mercato”), ma il divieto non veniva rispettato in senso stretto, perché vi e-rano diverse cose, come le stringhe per le scarpe e le lamette da barba, che non ci si poteva procacciare altrimenti. Winston aveva gettato una rapida occhiata a entrambi i lati della strada, poi era entrato di soppiatto nella bot-tega e aveva comprato il quaderno, pagandolo due dollari e cinquanta cen-tesimi. In quel momento non sapeva neanche per quale motivo particolare lo desiderasse tanto. L’aveva messo nella cartella e se l’era portato a casa avvertendo un certo senso di colpa: anche se non vi era scritto niente, era
un oggetto compromettente.
Ciò che ora stava per fare era iniziare un diario, un atto non illegale di per sé (nulla era illegale, dal momento che non esistevano più leggi), ma si poteva ragionevolmente presumere che, se lo avessero scoperto, l’avrebbe-ro punito con la morte o, nella migliore delle ipotesi, con venticinque anni di lavori forzati. Winston inserì un pennino nella cannuccia, poi lo succhiò per rimuovere la sporcizia. Questo tipo di penna era uno strumento anti-quato che non si usava quasi più, nemmeno per firmare, ed egli era riuscito a procurarsene una, clandestinamente e non senza difficoltà, solo perché sentiva che quella bella carta vellutata meritava che ci si scrivesse sopra con un pennino vero, e non di essere graffiata da una penna qualsiasi. In effetti, non era abituato a scrivere a mano. Eccezion fatta per appunti bre-vissimi, dettava tutto al parlascrivi, che non poteva certo utilizzare in quel-la circostanza. Intinse la penna nell’inchiostro, poi ebbe un attimo di esita-zione. Tremava fin nelle viscere. Segnare quella carta era un atto de-finitivo, cruciale. A lettere piccole e goffe scrisse:
4 aprile 1984.
Appoggiò la schiena alla sedia, sopraffatto da una sensazione di totale impotenza. Tanto per cominciare, non era affatto sicuro che fosse davvero il 1984. La data doveva essere più o meno quella, perché era certo di avere trentanove anni, di essere nato nel 1944 o 1945, ma oggigiorno era possibi-le fissare una data solo con l’approssimazione di un anno o due.
Per chi, si chiese a un tratto, scriveva quel diario? Per il futuro, per gli uomini non ancora nati. La sua mente indugiò per un attimo su quella data dubbia fissata sulla pagina, poi andò a cozzare contro la parola in neolin-gua bipensiero. Solo allora si rese pienamente conto di quanto fosse teme-rario ciò che aveva intrapreso. Come fare a comunicare col futuro? Era una cosa di per se stessa impossibile. O il futuro sarebbe stato uguale al presen-te, nel qual caso non l’avrebbe ascoltato, o sarebbe stato diverso, e allora le sue asserzioni non avrebbero avuto senso.
Per qualche tempo restò come intontito a fissare la pagina, mentre dal te-leschermo proveniva una stridula marcia militare. Era curioso che non solo avesse dimenticato come esprimersi, ma che non sapesse neanche più che cosa voleva dire originariamente. Erano settimane che si preparava a que-sto momento, e aveva sempre pensato che ci volesse solo del coraggio. L’atto della scrittura sarebbe stato facile. Non avrebbe dovuto fare altro che
riportare sulla carta quel monologo diuturno e inquieto che da anni, lette-ralmente, gli scorreva nella mente. Ora, però, anch’esso si era prosciugato. L’ulcera varicosa, inoltre, aveva cominciato a prudergli in maniera insop-portabile. Non osava grattarsela perché, a farlo, si sarebbe certamente in-fiammata. I secondi passavano. Aveva coscienza soltanto della pagina vuo-ta davanti a sé, della pelle della caviglia che gli prudeva, dello strepitio della musica e di una leggera sonnolenza indotta dal gin.
All’improvviso prese a scrivere, in preda al panico più puro, consapevole solo in parte di quello che stava buttando giù. La sua calligrafia piccola e infantile si muoveva in maniera disordinata per la pagina, dapprima trascu-rando le maiuscole, poi anche i punti fermi.
4 aprile 1984. Ieri sera al cinema. Solo film di guerra. Uno ottimo di una nave piena di rifugiati bombardata da qualche parte nel Mediterrane-o. Il pubblico molto divertito dalla scena di un grassone grande e grosso che cercava di sfuggire a un elicottero che lo inseguiva. Lo si vedeva pri-ma sguazzare nell’acqua come un delfino, poi attraverso i congegni di mi-ra dell’elicottero, dopodiché era pieno di buchi e il mare attorno a lui di-ventava rosa ed egli affondava all’improvviso come se i buchi avessero fat-to entrare l’acqua. il pubblico dette in grosse risate quando l’uomo affon-dò. poi si vedeva una scialuppa di salvataggio piena di bambini con un e-licottero che le volteggiava sopra. c’era una donna di mezz’età forse un’e-brea seduta a prua con un bambino di tre anni fra le braccia. il bambino strillava dalla paura e nascondeva la testa fra i seni della madre come se volesse scavarsi un rifugio nel suo corpo e la donna lo abbracciava e lo confortava anche se era anch’essa folle di terrore, coprendolo per quanto poteva come se le sue braccia potessero allontanare da lui i proiettili. poi l’elicottero sganciò una bomba da 20 chili che li prese in pieno un baglio-re terribile poi la barca volò in mille pezzi. poi ci fu una bellissima inqua-dratura del braccio di un bambino che andava su su su nell’aria doveva averlo seguito un elicottero con una cinepresa sul muso e uno scroscio di applausi si levò dai posti riservati ai membri del Partito ma una donna nel settore destinato ai prolet cominciò a fare un gran baccano gridando che non dovevano far vedere queste cose ai bambini no finché la polizia non l’ha buttata fuori credo che non le sia successo nulla nessuno si preoccupa di quello che dicono i prolet era stata una reazione tipica dei prolet loro non…
Winston smise di scrivere, anche perché gli era venuto un crampo alla mano. Non sapeva che cosa lo avesse indotto a buttar giù quella robaccia, ma il fatto curioso era che mentre scriveva gli era affiorato alla mente un ricordo del tutto diverso, in maniera così nitida che quasi sentiva di poterlo descrivere con accuratezza. Anzi, ora si rendeva conto che era stato pro-prio quell’avvenimento a spingerlo a tornare a casa in anticipo e a dare ini-zio al suo diario.
Era accaduto (sempre che si potesse dire che un qualcosa di così indi-stinto fosse realmente accaduto) quella mattina al Ministero.
Erano quasi le undici e nell’Archivio dove lavorava Winston stavano ti-rando le sedie fuori dai cubicoli per raggnipparle al centro della sala, di fronte al grande teleschermo, in preparazione dei Due Minuti d’Odio. Win-ston stava giusto prendendo posto in una delle file centrali, quando ina-spettatamente erano entrate due persone che lui conosceva di vista, ma a cui non aveva mai rivolto la parola. Una era una ragazza che aveva spesso incontrato nei corridoi. Ne ignorava il nome, ma sapeva che lavorava al Reparto Finzione. Forse (infatti l’aveva vista qualche volta con una chiave inglese in mano, le dita unte di grasso) aveva qualche incarico di natura puramente meccanica relativo a una di quelle macchine scrivi-romanzi. Era una ragazza dall’aria risoluta, di circa ventisette anni, folti capelli neri, la faccia punteggiata di lentiggini e movimenti rapidi, atletici. Una sottile fascia scarlatta, simbolo della Lega Giovanile Antisesso, le girava più vol-te intorno alla vita, sufficientemente stretta per mettere in mostra la forma armoniosa dei fianchi. Winston l’aveva detestata dal primo momento in cui l’aveva vista, e sapeva anche il perché: era a motivo di quell’aria da campi di hockey, bagni freddi, gite di gruppo e indefettibile rigore morale che emanava dalla sua persona. Detestava quasi tutte le donne, soprattutto quelle giovani e graziose. Erano infatti le donne — e specialmente le più giovani — a fornire al Partito i suoi affiliati più bigotti, pronte com’erano a ingoiare ogni slogan, a prestarsi a fare le spie dilettanti e le scopritrici dei comportamenti eterodossi. Questa ragazza, in particolare, gli dava l’im-pressione di essere più pericolosa delle altre. Una volta, mentre percorre-vano il corridoio, lei gli aveva lanciato una rapida occhiata obliqua, come se volesse attraversarlo da parte a parte. Per un istante si era sentito pren-dere dal terrore. Aveva perfino pensato che potesse essere un’agente della Psicopolizia, anche se la cosa era assai improbabile. In ogni caso, tutte le volte che la ragazza si trovava nelle sue vicinanze, lui continuava ad avver-tire un certo disagio, un misto di paura e ostilità.
L’altra persona era un uomo di nome O’Brien, membro del Partito Inter-no e titolare di un qualche incarico così importante e inattingibile, che Winston se ne poteva fare solo un’idea vaga. Per un attimo, nel vedere l’uniforme nera di un membro del Partito Interno che si avvicinava, un mormorio percorse le file di quanti si affaccendavano attorno alle sedie. O-‘Brien era un uomo corpulento, tarchiato, con il collo largo, il volto tozzo e brutale, ma non privo di una certa arguzia. Malgrado l’aspetto terrificante, i suoi modi erano garbati. Aveva il vezzo di riaggiustarsi di continuo gli oc-chiali sul naso: un gesto curiosamente disarmante perché, per qualche stra-no motivo, lo si associava a una persona beneducata; un gesto che, se fosse stato possibile pensare in questi termini, avrebbe potuto evocare un genti-luomo del Settecento che offrisse una presa dalla sua tabacchiera. Winston lo aveva visto sì e no una dozzina di volte in altrettanti anni. Si sentiva profondamente attratto da lui, e non solo perché era incuriosito dal contra-sto fra i modi urbani che esibiva e il suo fisico da pugile. Molto più lo affascinava la segreta convinzione (ma forse era una speranza, più che una convinzione) che l’ortodossia politica di O’Brien non fosse perfetta. Qual-cosa nel suo volto pareva suggerirlo in maniera irresistibile. O forse a es-sergli stampata in faccia non era tanto l’eterodossia ma, semplicemente, l’intelligenza

 

Pagine tratte dal libro ”1984 di George Orwell”

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Lettere contro la guerra Tiziano Terzani

 

 

 

 

 

 

 

 

Dedicato alla giornalista Mika Yamamoto, uccisa in Siria,durante gli scontri di questi tragici giorni,e a tutti i giornalisti che con sacrificio e impegno provano a raccontare le guerre di cui è pieno il mondo

Ci sono giorni nella vita in cui non succede niente, giorni  che passano senza nulla da ricordare, senza lasciare una traccia, quasi non si fossero vissuti. A pensarci bene, i più sono giorni così, e solo quando il numero di quelli che ci restano si fa chiaramente più limitato, capita di chiedersi come sia stato possibile lasciarne passare, distrattamente, tantissimi. Ma siamo fatti così: solo dopo si apprezza il prima e solo quando qualcosa è nel passatoci si rende meglio conto di come sarebbe averlo nel presente. Ma non c’è più.

Un giorno, tornando a casa in bicicletta, un cecchino dell’Alleanza del Nord lo ha centrato in una gamba spappolandogliela sopra al ginocchio. « Se non è morto, quel tipo è ora di nuovo a Kabul », ho commentato come soprappensiero. «Lei lo ha perdonato? » « No. No. Se potessi lo ammazzerei con le mie mani », mi ha risposto. Tutti quelli che ci stavano a sentire erano d’accordo. Nella sezione delle donne una ragazzina di 13 anni impara a camminare con un nuovo piede di plastica, muovendosi lentamente lungo un tracciato di orme rosse sul pavimento. Un giorno, sei mesi fa, la madre le ha chiesto di andare a cercare un po’ di legna per il fuoco. Poco dopo ha sentito un’esplosione e le urla. Chiedo alla fisioterapista che l’aiuta, anche lei senza una gamba, persa anni fa su una mina nascosta nel cortile della scuola, se ritiene possibile un mondo senza guerra. Ride, come avessi raccontato una barzelletta. « Impossibile. Impossibile », dice. Ogni politico in visita a Kabul si fa vedere al centro di Alberto Cairo e porta aiuti perché lui continui il suo convincentissimo lavoro. Quel che nessuno ha il coraggio di dire è che l’unico modo di metter fine a quel lavoro, agli aiuti e alle visite dei politici è quello di proibire, ora, subito, la fabbricazione e il commercio di tutte le mine possibili. Che la « comunità internazionale » mandi una « Forza di pace » a smantellare qualunque fabbrica di mine, dovunque si trovi nel mondo! Cairo è in Afghanistan da 12 anni e conta di restarci per il resto della vita. Di lavoro ne ha: oltre al milione di vecchie mine, ci sono ora tutte quelle nuove seminate dal cielo dagli americani. Anche lui sorride della mia speranza in un mondo senza guerra. « In Afghanistan la guerra è il sale della vita », dice. « La guerra è più saporita della pace. » Il suo non è cinismo; è rassegnazione. Ma io non posso rassegnarmi, anche se mi rendo conto che quello che stiamo vivendo è un momento particolarmente tragico per l’umanità. Da settimanetutto quello che vedo e che sento a proposito di questa guerra sembra fatto per dimostrare che l’uomo non è assolutamente la parte più nobile del creato e che nel suo cammino di incivilimento sta subendo ora, davanti ai nostri

occhi, con la nostra partecipazione, una grande battuta d’arresto.Proprio all’inizio del terzo millennio, all’inizio di quella che tanti giovani pensavano fosse The New Age, la nuova era di pace e serenità, l’uomo ha innescato un pericolosissimo processo di nuova barbarie. Proprio quando una serie di regole del convivere umano parevano assicurate e condivise dai più, proprio quando le Nazioni Unite sembravano diventare la sede per la risoluzione dei conflitti, proprio quando le varie convenzioni sui diritti umani, sulla protezione dell’infanzia, della donna e dell’ ambiente parevano aver gettato le basi per una nuova etica internazionale, tutto è stato sconvolto e l’amministrazione della morte altrui è tornata ad essere una routine tecnicoburocratica come per Eichmann era diventato alla fine il trasporto degli ebrei. Sotto gli occhi di soldati occidentali, a volte con la loro attiva partecipazione, prigionieri con le mani legate dietro la schiena vengono fucilati ed il massacro, definito convenientemente una « rivolta carceraria », viene archiviato. Interi villaggi di contadini, la cui unica colpa è di essere nelle vicinanze di una montagna chiamata Tora Bora, vengono rasi al suolo dai bombardamenti a tappeto. Le vittime sono centinaia, ma la loro esistenza viene spudoratamente negata con l’affermazione che « tutti gli obiettivi colpiti sono militari». Una personalità di rilievo come il segretario alla Difesa Rumsfeld descrive i combattenti di Osama bin Laden come « animali feriti », per questo particolarmente pericolosi e con ciò possibilmente da abbattere, anche quando il rifiutare la resa di un combattente disarmato è un crimine di guerra secondo le Convenzioni di Ginevra. Il fatto che le quasi quotidiane apparizioni del segretario Rumsfeld al podio del Pentagono siano diventate uno dei programmi più popolari e più seguiti d’America dice molto sullo stato attuale di gran parte dell’umanità. La tortura stessa cessa di essere un tabù nella coscienza occidentale e nei talk-show si discute ormai apertamente sulla legittimità di ricorrervi quando si tratti di estrarre al sospetto-torturato delle informazioni che salvino vite americane. Pochissimi protestano. Nessuno chiede apertamente se i marines, le forze speciali e gli agenti della CIA, che stanno interrogando centinaia di talebani e arabi per scoprire dove si nasconda Osama bin Laden, lo facciano rispettando le norme secondo cui i prigionieri di guerra son tenuti solo a dare le proprie generalità. La « comunità internazionale » ha ormai accettato che l’interesse nazionale americano prevalga su qualsiasi altro principio,compreso quello finora sacrosanto della sovranità nazionale.  La stessa stampa americana ha messo da parte molti dei vecchi principi che l’hanno in passato resa importante nel suo ruolo di controllore del potere. Ho visto con i miei occhi l’originale di un articolo scritto dall’Afghanistan da un corrispondente di un grande quotidiano e quel che poi è stato pubblicato. Un tempo sarebbe stato motivo discandalo. Non ora. « Ormai siamo diventati la Pravda », diceva il giornalista.Quando un altro corrispondente ha proposto di scrivere un ritratto psicologico del mullah Omar per spiegare, fra l’altro, come e perché il capo supremo dei talebani, non consegnando Bin Laden, abbia messo in gioco l’esistenza del suo regime, la risposta della redazione è stata: « No. Il pubblico americano non è ancora pronto ». La verità è che si deve evitare tutto ciò che può umanizzare la figura del « nemico », tutto ciò che può spiegare le sue ragioni. Il nemico va demonizzato, va presentato come un inaccettabile mostro da eliminare. Solo per un attimo c’è stato nel servizio in diretta della CNN sul massacro dei prigionieri nella fortezza di Mazar-i-Sharif un tocco di compassione per quelle centinaia di cadaveri sparpagliati oscenamente nel cortile e fra i quali un soldato dell’ Alleanza del Nord già andava a giro con delle orribili pinze a cercare di recuperare dei denti d’oro dalle bocche spalancate. Sullo schermo è comparso uno svizzero del Comitato Internazionale della Croce Rossa che ha spiegato d’essere lì per fotografare e cercare di identificare quei morti. « Ognuno di loro ha una famiglia », ha aggiunto.Quei pochi fotogrammi con quelle poche parole sono scomparsi da tutte le edizioni in cui il servizio è stato poi, più volte, ritrasmesso. Non è scomparsa invece – anzi è stata ripetuta a non finire, specie nelle emissioni radio della Voice of America e della BBC rivolte all’Asia – la storia secondo cui negli ultimi giorni gruppi di talebani allo sbaraglio avrebbero fermato gli autobus sulla strada bad, e dopo aver controllato, come facevano quando erano al potere, la lunghezza «islamica» delle barbe dei passeggeri, avrebbero mozzato naso e orecchie a tutti quelli che se l’erano accorciata. Le vittime sarebbero state portate negli ospedali di Kabul e Jalalabad. Una mattina ho fatto il giro di tutti gli ospedali della capitale alla ricerca di quei malcapitati. Non ne ho trovato uno. Non esistono. Quella storia era falsa, ma una volta trasmessa nessuno si è preoccupato di smentirla. Allo stesso modo era falsa,anche se è stata persino usata dalla moglie di Tony Blair come esempio degli « orrori »talebani, la storia secondo cui sotto il regime del mullah Omar le donne che avevano le unghie laccate se le vedevano strappare via di forza. Le emozioni suscitate da tutta una serie di notizie false, compresa quella delle fiale di gas nervino « trovate » in un campo di Al Qaeda vicino a Jalalabad, sono servite a rendere accettabili gli orrori della guerra, a mettere le vittime nel conto dell’«inevitabile prezzo » da pagare per liberare il mondo dal pericolo del terrorismo. Questo era il fine della politica di informazione e disinformazione fatta da Washington e questo è quel che ha alimentato l’opinione pubblica del mondo occidentale. L’ autocensura dei mezzi d’informazione americani, e in gran parte anche di quelli europei, ha fatto il resto.La determinazione con cui gli Stati Uniti hanno inteso tacitare ogni voce dissidente e seccare ogni possibile fonte di verità alternativa è stata dimostrata dal missile caduto «per sbaglio » sulla sede a Kabul della televisione araba Al Jazeera. Sono andato a vedere. Non c’è stato alcuno sbaglio. La villetta in cui stava la redazione era la terza di una fila di costruzioni tutte uguali, in cemento, ad un piano, con un giardinetto attorno, in un viale uguale a tanti altri nel quartiere Wazir Akbar Khan. Nei paraggi non c’erano caserme, ministeri, carri armati o altri possibili obiettivi militari. Nel mezzo della notte un singolo missile, lanciato da un aereo ad alta quota, è caduto esattamente lì, su quella villetta, sventrandola. Un colpo alla libertà di espressione, ma un colpo ormai dato per scontato, accettato, giustificato: un colpo entrato a far parte della nostra vita come i tribunali speciali americani, gli arresti senza garanzie legali, le sentenze di morte senza appello. Eppure niente di tutto questo – non i morti innocenti, non i massacri di prigionieri, non la limitazione dei nostri diritti fondamentali, non l’ingiustizia profonda della guerra – ha scosso l’opinione pubblica. Certo non quella americana, ma neppure quella europea. L’attuale, diffusa indifferenza verso quel che sta succedendo agli afghani, ma in verità -senza che ce ne accorgiamo – anche a noi stessi, ha radici profonde. Anni di sfrenato materialismo hanno ridotto e marginalizzato il ruolo della morale nella vita della gente,facendo di valori come il danaro, il successo e il tornaconto personale il solo metro di giudizio. Senza tempo per fermarsi a riflettere, preso sempre più nell’ingranaggio di una vita altamente competitiva che lascia sempre meno spazio al privato, l’uomo del benessere e dei consumi ha come perso la sua capacità di commuoversi e di indignarsi. È tutto concentrato su di sé, non ha occhi né cuore per quel che gli succede attorno. È questo nuovo tipo di uomo occidentale, cinico e insensibile, egoista e politicamente corretto – qualunque sia la politica -, prodotto della nostra società di sviluppo e ricchezza, che oggi mi fa paura quanto l’uomo col Kalashnikov e l’aria da grande tagliagole che ora è ad ogni angolo di strada a Kabul. I due si equivalgono, sono esempi diversi dello stesso fenomeno: quello dell’uomo che dimentica d’avere una coscienza, che non ha chiaro il suo ruolo nell’universo e diventa il più distruttivo di tutti gli esseri viventi, ora inquinando le acque della terra, ora tagliandone le foreste, uccidendone gli animali ed usando sempre più sofisticate forme di varia violenza contro i suoi simili. In Afghanistan tutto questo mi appare chiaro. E mi brucia e mi riempie di rabbia.Per questo, a pensarci bene, l’unico momento di gioia che ho avuto in questo paese è stato quando ci son passato sopra. Dall’oblò di un piccolo aereo a nove posti delle Nazioni Unite in rotta da Islamabad a Kabul, il mondo appariva come se l’uomo non fosse mai esistito e non ci avesse lasciato alcuna traccia di sé. Da lassù il mondo era semplicemente meraviglioso: senza frontiere, senza conflitti, senza bandiere per cui morire, senza patrie da difendere. Ho pietà di coloro che l’amore di sé lega alla patria; la patria è soltanto un campo di tende in un deserto di sassi dice un vecchio canto himalayano citato da Fosco Maraini nel suo Segreto Tibet. Se anche ci fossero state, quelle tende non le avrei viste. Per stare al sicuro l’aereo volava a dieci chilometri di altezza e la terra, ora ocra ora violetta e grigia, era come la pelle grinzosa d’un vecchio gigante; i fiumi le sue vene. Dinanzi, come un mare in tempesta che improvvisamente fosse diventato di ghiaccio, avevamo la barriera innevata dell’Hindu Kush, « l’assassino di indù », a causa delle centinaia di migliaia di indiani morti di freddo in quelle montagne mentre venivano trasportati come schiavi verso l’Asia centrale dai loro conquistatori moghul. L’Afghanistan è stato da sempre, per la sua posizione geografica, il grande corridoio del mondo. Da qui son passate tutte le grandi religioni, le grandi civiltà, i grandi imperi; da qui son passate tutte le razze, tutte le idee, tutte le merci, tutte le arti. Qui sono nati un visionario filosofo come Zarathustra, un poeta come Rumi, qui sono nati gli inni vedici che sono all’origine delle scritture sacre indiane, e da qui è venuta la prima analisi grammaticale del sanscrito, la lingua a cui tutte le nostre debbono qualcosa. Da qui son passati tutti quelli che nei secoli sono andati a derubare l’India delle sue ricchezze materiali e da qui è passata la ricchezza spirituale dell’India, il buddhismo, prima di diffondersi nell’Asia centrale, in Cina, in Corea e alla fine in Giappone. E proprio in Afghanistan il buddhismo, incontrando la grecità che Alessandro il Macedone si era lasciato dietro, s’è espresso nelle sue più raffinate forme artistiche. L’Afghanistan è una vasta,profonda miniera di storia umana, sepolta nella terra di posti come Mazar-i-Sharif,Kabul, Kunduz, Herat, Ghazni e Balkh, l’antica Bactria, conosciuta come «madre di tutte le città».« E voi, che ci fate qui? » chiese nel 1924 un viaggiatore americano, sorpreso di vedere a Kabul, fra quelle delle grandi potenze, anche un’ambasciata italiana. « L’ archeologia », si sentì rispondere dall’allora ministro plenipotenziario Paternò dei Marchi. Dall’inizio del secolo scorso tanti sono stati gli scavi fatti in Afghanistan da nostre missioni scientifiche ed era davvero penoso, nelle prime settimane dei bombardamenti, sentire che i B-52 americani, alla caccia dei talebani, praticavano ora una loro nuova forma di archeologia andando a scavare, a suon di bombe a tappeto,proprio in quei posti preziosi.Questo, d’essere al centro di un qualche interesse altrui, è il destino dell’Afghanistan. E così che dai greci ai persiani, ai mongoli, ai turchi, fino ai russi e agli inglesi nell’ Ottocento, il paese è sempre stato la posta di un qualche Grande Gioco. Ancora oggi è esattamente così. Quando l’aereo delle Nazioni Unite s’è posato sulla pista di Bagram, un posto che duemila anni fa fu la capitale di una grande civiltà – Kushan – di cui le guerre han spazzato via ogni traccia in superficie, i nuovi giocatori erano tutti lì, su quella pista di cemento in mezzo ad una valle ora deserta e punteggiata dalla spettrale presenza di carcasse di carri armati, elicotteri, camion, aerei e cannoni. Mentre tre marines e un cane lupo, anche lui americano, venivano ad annusare meticolosamente i miei bagagli, dei soldati russi trafficavano, poco più in là, attorno a un loro aereo e a una fila di camion dai tendoni chiusi su cui era scritto: «Dalla Russia per i bambini dell’Afghanistan ». Dinanzi alle rovine di una caserma sivedevano le sagome di alcuni soldati inglesi. Bisognava guardare le stupefacenti montagne che al calar del sole sembrano prendere vita e muoversi col mutare delle ombre e dei colori, per non disperarsi: la vecchia storia stava semplicemente ricominciando. La « comunità internazionale » pensa di aver trovato una soluzione per i problemi dell’ Afghanistan in una formula che combina violenza e soldi, milizie afghane colpevoli di vari misfatti, ma ora tenute a bada anche loro dai B-52, e una persona per bene come il nuovo capo dell’esecutivo Hamid Karzai, unico e debole pashtun fra i rappresentanti forti delle altre etnie.Spero che la formula funzioni, ma non ci credo. Certo, anche a Kabul la vita riprende.L’ho vista riprendere a Phnom Penh dopo la fine dei khmer rossi, l’ho vista riprendere nelle foreste del Laos e del Vietnam defoliate dagli agenti chimici e cancerogeni degli americani. Ma che vita? Una vita nuova, una vita più consapevole, più tollerante, più serena, o la solita vita di ora: aggressiva, rapace, violenta?

Pagine tratte da ”Lettere contro la guerra” di  Tiziano Terzani