1984 di George Orwell

1984

 

 

 

 

 

 

LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ
L’IGNORANZA È FORZA
Si diceva che il Ministero della Verità contenesse tremila stanze al di sopra del livello stradale e altrettante ramificazioni al di sotto. Sparsi qua e là per Londra vi erano altri tre edifici di aspetto e dimensioni simili. Face-vano apparire talmente minuscoli i fabbricati circostanti, che dal tetto degli Appartamenti Vittoria li si poteva vedere tutti e quattro simultaneamente. Erano le sedi dei quattro Ministeri fra i quali era distribuito l’intero appara-to governativo: il Ministero della Verità, che si occupava dell’informazio-ne, dei divertimenti, dell’istruzione e delle belle arti; il Ministero della Pa-ce, che si occupava della guerra; il Ministero dell’Amore, che manteneva la legge e l’ordine pubblico; e il Ministero dell’Abbondanza, responsabile per gli affari economici. In neolingua i loro nomi erano i seguenti: Miniver, Minipax, Miniamor e Miniabb.
Fra tutti, il Ministero dell’Amore incuteva un autentico terrore. Era asso-lutamente privo di finestre. Winston non vi era mai entrato, anzi non vi si era mai accostato a una distanza inferiore al mezzo chilometro. Accedervi era impossibile, se non per motivi ufficiali, e anche allora solo dopo aver attraversato grovigli di filo spinato, porte d’acciaio e nidi di mitragliatrici ben occultati. Anche le strade che conducevano ai recinti esterni erano pat-tugliate da guardie con facce da gorilla, in uniforme nera e armate di lun-ghi manganelli.
Winston si girò di scatto. Il suo volto aveva assunto quell’espressione di sereno ottimismo che era consigliabile mostrare quando ci si trovava da-vanti al teleschermo. Attraversò la stanza ed entrò nella minuscola cucina. Uscendo a quell’ora dal Ministero, non aveva potuto mangiare alla mensa e sapeva bene che in cucina c’era solo un pezzo di pane nero destinato alla prima colazione del giorno dopo. Tirò giù dalla mensola una bottiglia di liquido incolore con una semplice etichetta bianca: GIN VITTORIA. E-manava un odore nauseante, oleoso, che ricordava l’alcol di riso cinese. Winston si versò il corrispondente di una mezza tazza da tè, si preparò al colpo, poi l’ingoiò come se si trattasse di una medicina.
La faccia gli si fece subito rossa, mentre gocce d’acqua gli uscivano da-gli occhi. Quella roba sapeva di acido nitrico. Quando la si ingoiava, era
come se qualcuno vi colpisse alle spalle con uno sfollagente. In ogni caso, un attimo dopo il bruciore nel ventre di Winston si calmò e il mondo co-minciò a sembrargli meno tetro. Prese una sigaretta da un pacchetto sgual-cito con la scritta SIGARETTE VITTORIA e la tenne incautamente verti-cale, al che tutto il tabacco cadde per terra. Andò meglio con la successiva. Ritornò nel soggiorno e si sedette a un tavolino collocato alla sinistra del teleschermo. Tirò fuori dal cassetto un portapenne, una boccetta d’inchio-stro e uno spesso quaderno di grosso formato, ancora intonso, con la costa rossa e la copertina marmorizzata.
Per un qualche misterioso motivo, nel soggiorno il teleschermo si trova-va in una posizione insolita: invece che nella parete di fondo, com’era la norma, da dove avrebbe potuto controllare tutta la stanza, era stato messo sulla parete più lunga, di fronte alla finestra. A uno dei suoi lati vi era una specie di rientranza poco profonda, nella quale era seduto Winston. Nelle intenzioni di chi aveva a suo tempo costruito gli appartamenti, doveva for-se servire a contenere scaffalature per libri. Sedendo in questa rientranza con le spalle ben addossate al muro, Winston poteva restare fuori del rag-gio visivo del teleschermo. Poteva essere udito, naturalmente, ma finché non mutava posizione, non era possibile vederlo e, forse, proprio la parti-colare conformazione della stanza gli aveva suggerito ciò che ora stava per fare.
Gliel’aveva suggerito anche il quaderno che aveva appena preso dal cas-setto. Era un quaderno di rara bellezza, con la carta liscia e vellutata, appe-na ingiallita dal tempo, di un tipo che non si produceva da almeno quaran-t’anni. Winston poteva facilmente capire, tuttavia, che il quaderno era an-che più antico. L’aveva visto nella vetrina di una sudicia bottega di rigattie re in un miserabile quartiere della città, di cui aveva scordato il nome, ed era stato immediatamente assalito dall’insopprimibile desiderio di possederlo. A rigor di termini, i membri del Partito non potevano entrare nei ne-gozi normali (un’azione del genere veniva definita “fare acquisti al libero mercato”), ma il divieto non veniva rispettato in senso stretto, perché vi e-rano diverse cose, come le stringhe per le scarpe e le lamette da barba, che non ci si poteva procacciare altrimenti. Winston aveva gettato una rapida occhiata a entrambi i lati della strada, poi era entrato di soppiatto nella bot-tega e aveva comprato il quaderno, pagandolo due dollari e cinquanta cen-tesimi. In quel momento non sapeva neanche per quale motivo particolare lo desiderasse tanto. L’aveva messo nella cartella e se l’era portato a casa avvertendo un certo senso di colpa: anche se non vi era scritto niente, era
un oggetto compromettente.
Ciò che ora stava per fare era iniziare un diario, un atto non illegale di per sé (nulla era illegale, dal momento che non esistevano più leggi), ma si poteva ragionevolmente presumere che, se lo avessero scoperto, l’avrebbe-ro punito con la morte o, nella migliore delle ipotesi, con venticinque anni di lavori forzati. Winston inserì un pennino nella cannuccia, poi lo succhiò per rimuovere la sporcizia. Questo tipo di penna era uno strumento anti-quato che non si usava quasi più, nemmeno per firmare, ed egli era riuscito a procurarsene una, clandestinamente e non senza difficoltà, solo perché sentiva che quella bella carta vellutata meritava che ci si scrivesse sopra con un pennino vero, e non di essere graffiata da una penna qualsiasi. In effetti, non era abituato a scrivere a mano. Eccezion fatta per appunti bre-vissimi, dettava tutto al parlascrivi, che non poteva certo utilizzare in quel-la circostanza. Intinse la penna nell’inchiostro, poi ebbe un attimo di esita-zione. Tremava fin nelle viscere. Segnare quella carta era un atto de-finitivo, cruciale. A lettere piccole e goffe scrisse:
4 aprile 1984.
Appoggiò la schiena alla sedia, sopraffatto da una sensazione di totale impotenza. Tanto per cominciare, non era affatto sicuro che fosse davvero il 1984. La data doveva essere più o meno quella, perché era certo di avere trentanove anni, di essere nato nel 1944 o 1945, ma oggigiorno era possibi-le fissare una data solo con l’approssimazione di un anno o due.
Per chi, si chiese a un tratto, scriveva quel diario? Per il futuro, per gli uomini non ancora nati. La sua mente indugiò per un attimo su quella data dubbia fissata sulla pagina, poi andò a cozzare contro la parola in neolin-gua bipensiero. Solo allora si rese pienamente conto di quanto fosse teme-rario ciò che aveva intrapreso. Come fare a comunicare col futuro? Era una cosa di per se stessa impossibile. O il futuro sarebbe stato uguale al presen-te, nel qual caso non l’avrebbe ascoltato, o sarebbe stato diverso, e allora le sue asserzioni non avrebbero avuto senso.
Per qualche tempo restò come intontito a fissare la pagina, mentre dal te-leschermo proveniva una stridula marcia militare. Era curioso che non solo avesse dimenticato come esprimersi, ma che non sapesse neanche più che cosa voleva dire originariamente. Erano settimane che si preparava a que-sto momento, e aveva sempre pensato che ci volesse solo del coraggio. L’atto della scrittura sarebbe stato facile. Non avrebbe dovuto fare altro che
riportare sulla carta quel monologo diuturno e inquieto che da anni, lette-ralmente, gli scorreva nella mente. Ora, però, anch’esso si era prosciugato. L’ulcera varicosa, inoltre, aveva cominciato a prudergli in maniera insop-portabile. Non osava grattarsela perché, a farlo, si sarebbe certamente in-fiammata. I secondi passavano. Aveva coscienza soltanto della pagina vuo-ta davanti a sé, della pelle della caviglia che gli prudeva, dello strepitio della musica e di una leggera sonnolenza indotta dal gin.
All’improvviso prese a scrivere, in preda al panico più puro, consapevole solo in parte di quello che stava buttando giù. La sua calligrafia piccola e infantile si muoveva in maniera disordinata per la pagina, dapprima trascu-rando le maiuscole, poi anche i punti fermi.
4 aprile 1984. Ieri sera al cinema. Solo film di guerra. Uno ottimo di una nave piena di rifugiati bombardata da qualche parte nel Mediterrane-o. Il pubblico molto divertito dalla scena di un grassone grande e grosso che cercava di sfuggire a un elicottero che lo inseguiva. Lo si vedeva pri-ma sguazzare nell’acqua come un delfino, poi attraverso i congegni di mi-ra dell’elicottero, dopodiché era pieno di buchi e il mare attorno a lui di-ventava rosa ed egli affondava all’improvviso come se i buchi avessero fat-to entrare l’acqua. il pubblico dette in grosse risate quando l’uomo affon-dò. poi si vedeva una scialuppa di salvataggio piena di bambini con un e-licottero che le volteggiava sopra. c’era una donna di mezz’età forse un’e-brea seduta a prua con un bambino di tre anni fra le braccia. il bambino strillava dalla paura e nascondeva la testa fra i seni della madre come se volesse scavarsi un rifugio nel suo corpo e la donna lo abbracciava e lo confortava anche se era anch’essa folle di terrore, coprendolo per quanto poteva come se le sue braccia potessero allontanare da lui i proiettili. poi l’elicottero sganciò una bomba da 20 chili che li prese in pieno un baglio-re terribile poi la barca volò in mille pezzi. poi ci fu una bellissima inqua-dratura del braccio di un bambino che andava su su su nell’aria doveva averlo seguito un elicottero con una cinepresa sul muso e uno scroscio di applausi si levò dai posti riservati ai membri del Partito ma una donna nel settore destinato ai prolet cominciò a fare un gran baccano gridando che non dovevano far vedere queste cose ai bambini no finché la polizia non l’ha buttata fuori credo che non le sia successo nulla nessuno si preoccupa di quello che dicono i prolet era stata una reazione tipica dei prolet loro non…
Winston smise di scrivere, anche perché gli era venuto un crampo alla mano. Non sapeva che cosa lo avesse indotto a buttar giù quella robaccia, ma il fatto curioso era che mentre scriveva gli era affiorato alla mente un ricordo del tutto diverso, in maniera così nitida che quasi sentiva di poterlo descrivere con accuratezza. Anzi, ora si rendeva conto che era stato pro-prio quell’avvenimento a spingerlo a tornare a casa in anticipo e a dare ini-zio al suo diario.
Era accaduto (sempre che si potesse dire che un qualcosa di così indi-stinto fosse realmente accaduto) quella mattina al Ministero.
Erano quasi le undici e nell’Archivio dove lavorava Winston stavano ti-rando le sedie fuori dai cubicoli per raggnipparle al centro della sala, di fronte al grande teleschermo, in preparazione dei Due Minuti d’Odio. Win-ston stava giusto prendendo posto in una delle file centrali, quando ina-spettatamente erano entrate due persone che lui conosceva di vista, ma a cui non aveva mai rivolto la parola. Una era una ragazza che aveva spesso incontrato nei corridoi. Ne ignorava il nome, ma sapeva che lavorava al Reparto Finzione. Forse (infatti l’aveva vista qualche volta con una chiave inglese in mano, le dita unte di grasso) aveva qualche incarico di natura puramente meccanica relativo a una di quelle macchine scrivi-romanzi. Era una ragazza dall’aria risoluta, di circa ventisette anni, folti capelli neri, la faccia punteggiata di lentiggini e movimenti rapidi, atletici. Una sottile fascia scarlatta, simbolo della Lega Giovanile Antisesso, le girava più vol-te intorno alla vita, sufficientemente stretta per mettere in mostra la forma armoniosa dei fianchi. Winston l’aveva detestata dal primo momento in cui l’aveva vista, e sapeva anche il perché: era a motivo di quell’aria da campi di hockey, bagni freddi, gite di gruppo e indefettibile rigore morale che emanava dalla sua persona. Detestava quasi tutte le donne, soprattutto quelle giovani e graziose. Erano infatti le donne — e specialmente le più giovani — a fornire al Partito i suoi affiliati più bigotti, pronte com’erano a ingoiare ogni slogan, a prestarsi a fare le spie dilettanti e le scopritrici dei comportamenti eterodossi. Questa ragazza, in particolare, gli dava l’im-pressione di essere più pericolosa delle altre. Una volta, mentre percorre-vano il corridoio, lei gli aveva lanciato una rapida occhiata obliqua, come se volesse attraversarlo da parte a parte. Per un istante si era sentito pren-dere dal terrore. Aveva perfino pensato che potesse essere un’agente della Psicopolizia, anche se la cosa era assai improbabile. In ogni caso, tutte le volte che la ragazza si trovava nelle sue vicinanze, lui continuava ad avver-tire un certo disagio, un misto di paura e ostilità.
L’altra persona era un uomo di nome O’Brien, membro del Partito Inter-no e titolare di un qualche incarico così importante e inattingibile, che Winston se ne poteva fare solo un’idea vaga. Per un attimo, nel vedere l’uniforme nera di un membro del Partito Interno che si avvicinava, un mormorio percorse le file di quanti si affaccendavano attorno alle sedie. O-‘Brien era un uomo corpulento, tarchiato, con il collo largo, il volto tozzo e brutale, ma non privo di una certa arguzia. Malgrado l’aspetto terrificante, i suoi modi erano garbati. Aveva il vezzo di riaggiustarsi di continuo gli oc-chiali sul naso: un gesto curiosamente disarmante perché, per qualche stra-no motivo, lo si associava a una persona beneducata; un gesto che, se fosse stato possibile pensare in questi termini, avrebbe potuto evocare un genti-luomo del Settecento che offrisse una presa dalla sua tabacchiera. Winston lo aveva visto sì e no una dozzina di volte in altrettanti anni. Si sentiva profondamente attratto da lui, e non solo perché era incuriosito dal contra-sto fra i modi urbani che esibiva e il suo fisico da pugile. Molto più lo affascinava la segreta convinzione (ma forse era una speranza, più che una convinzione) che l’ortodossia politica di O’Brien non fosse perfetta. Qual-cosa nel suo volto pareva suggerirlo in maniera irresistibile. O forse a es-sergli stampata in faccia non era tanto l’eterodossia ma, semplicemente, l’intelligenza

 

Pagine tratte dal libro ”1984 di George Orwell”

Lettere dal carcere Antonio Gramsci

Carissimo Carlo,                                                           12. IX. 1927

ho ricevuto insieme la tua lettera del 30 agosto e l’assicurata del 2 settembre.

Ti ringrazio di tutto cuore. Non so cosa ti ha scritto Mario; ho l’impressione che ti abbia troppo allarmato,

mentre  io pensavo che la sua visita avrebbe contribuito a rassicurare la mamma. Mi sono sbagliato.

La tua lettera del 30 agosto è poi addirittura drammatica. Ti voglio, d’ora innanzi, scrivere spesso,

per cercare di convincerti che il tuo stato d’animo non è degno di un uomo (e tu non sei piú tanto

giovane, ormai). È lo stato d’animo di chi è in preda al panico, di chi vede

pericoli e minacce da  tutte le parti, e perciò diventa impotente ad operare seriamente e

a vincere le difficoltà reali, dopo averle bene determinate e circoscritte da quelle immaginarie

che la sola fantasia ha creato. E prima di tutto voglio dirti che tu e anche gli altri di casa non mi

conoscete che ben poco e avete perciò una opinione completamente sbagliata sulla mia forza di resistenza.

Mi pare che siano quasi 22 anni da che io ho lasciato la famiglia; da 14 anni poi sono venuto

a casa solo due volte, nel 20 e nel 24. Ora in tutto questo tempo non ho mai fatto il signore; tutt’altro;

ho spesso attraversato dei periodi cattivissimi e ho anche fatto la fame nel senso piú letterale della parola.

A un certo punto questa cosa bisogna dirla, perché [ … ] si riesce a rassicurare.

Probabilmente tu qualche volta mi hai un po’ invidiato perché mi è stato possibile studiare.

Ma tu non sai certamente come io ho potuto studiare. Ti voglio solo ricordare ciò che mi è successo

negli anni dal 1910 al 1912. Nel 10, poiché Nannaro era impiegato a Cagliari, andai a stare con lui.

Ricevetti la prima mesata, poi non ricevetti piú nulla: ero tutto a carico di Nannaro, che non guadagnava

piú di 100 lire al mese. Cambiammo di pensione. Io ebbi una stanzetta che aveva perduto

tutta la calce per l’umidità e aveva solo un finestrino che dava in una specie di pozzo, piú latrina che cortile.

Mi accorsi subito che non si poteva andare avanti, per il malumore di Nannaro che se

la prendeva sempre con me. Incominciai col non prendere piú il poco caffè al mattino,

poi rimandai il pranzo sempre piú tardi e cosí risparmiavo la cena. Per 8 mesi circa mangiai cosí una sola

volta al giorno e giunsi alla fine del 3° anno di liceo, in condizioni di denutrizione molto gravi.

Solo alla fine dell’anno scolastico seppi che esisteva la borsa di studio del Collegio Carlo Alberto,

ma nel concorso si doveva fare l’esame su tutte le materie dei tre anni di Liceo; dovevo

perciò fare uno sforzo enorme nei tre mesi di vacanze. Solo zio Serafino si accorse delle deplorevoli condizioni

di debolezza in cui mi trovavo, e mi invitò a stare con lui ad Oristano, come ripetitore di Delio.

Vi rimasi 1 mese ½ e per poco non divenni pazzo. Non potevo studiare per il concorso,

dato che Delio mi assorbiva completamente e la preoccupazione, unita alla debolezza, mi fulminava.

Scappai di nascosto. Avevo solo un mese di tempo per studiare. Partii per Torino come se fossi in istato

di sonnambulismo. Avevo 55 lire in tasca; avevo speso 45 lire per il viaggio in terza delle 100 lire avute da casa.

C’era l’Esposizione e dovevo pagare 3 lire al giorno solo per la stanza.

Mi fu rimborsato il viaggio in seconda,un’ottantina di lire ma non c’era da ballare perché gli esami

duravano circa 15 giorni e solo per la stanza dovevo spendere una cinquantina di lire.

Non so come ho fatto a dar gli esami, perché sono svenuto due o tre volte. Riuscii ma incominciarono i guai.

Da casa tardarono circa due mesi a inviarmi le carte per l’iscrizione all’università, e siccome l’iscrizione era sospesa,

erano sospese anche le 70 lire mensili della borsa. Mi salvò un bidello che mi trovò una pensione di 70 lire, dove

mi fecero credito; io ero cosí avvilito che volevo farmi rimpatriare dalla questura.

Cosí ricevevo 70 lire e spendevo 70 lire per una pensione molto misera.

E passai l’inverno senza soprabito, con un abitino da mezza stagione buono per Cagliari.

Verso il marzo 1912 ero ridotto tanto male che non parlai piú per qualche mese: nel parlare sbagliavo le parole.

Per di piú abitavo proprio sulle rive della Dora, e la nebbia gelata mi distruggeva.

Perché ti ho scritto tutto ciò? Perché ti convinca che mi sono trovato in condizioni terribili,

senza perciò disperarmi, altre volte. Tutta questa vita mi ha rinsaldato il carattere.

Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto,

bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Mi sono convinto che bisogna sempre

contare solo su se stessi e sulle proprie forze; non attendersi niente da nessuno e

quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via.

La mia posizione morale è ottima: chi mi crede un satanasso, chi mi crede quasi un santo.

Io non voglio fare né il martire né l’eroe. Credo di essere semplicemente un uomo medio,

che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo.

Ti potrei raccontare qualche aneddoto divertente. Nei primi mesi che ero qui a Milano, un agente di custodia

mi domandò ingenuamente se era vero che io, se avessi cambiato bandiera, sarei stato ministro.

Gli risposi sorridendo che ministro era un po’ troppo, ma che sottosegretario alle Poste o ai Lavori Pubblici avrei potuto esserlo,

dato che tali erano gli incarichi che nei governi si davano ai deputati sardi.

Scosse le spalle e mi domandò perché dunquen on avevo cambiato bandiera, toccandosi la fronte col dito.

Aveva preso sul serio la mia risposta e mi credeva matto da legare.

Dunque, allegro, e non lasciarti sommergere dall’ambiente paesano e sardo: bisogna sempre

essere superiori all’ambiente in cui si vive, senza perciò disprezzarlo o credersi superiori.

Capire e ragionare, non piagnucolare come donnette! Hai capito?

Devo proprio essere io, che sono in prigione, con delle prospettive abbastanza brutte,

a far coraggio a un giovanotto che può muoversi

liberamente, può esplicare la sua intelligenza nel lavoro quotidiano e rendersi utile?

Ti abbraccio affettuosamente insieme con tutti di casa.

Nino

Ciò che hai promesso di mandarmi, mandalo appena puoi,

perché ne ho proprio bisogno.

Spero in seguito di non dover piú ricorrere al tuo aiuto.