‘’Cent’anni di solitudine’’ di Gabriel García Márquez

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Secondo fu il mangiatore invitto, fino al sabato disgraziato in cui comparve Carnila Sagastume, una femmina totemica nota nell’intero paese col nome di La Elefantessa. Il duello si prolungò fino allo spuntare del giorno del martedi. Nelle prime ventiquattro ore, dopo aver liquidato un vitello con contorno di tuberi e banane cotte, e inoltre una cassa e mezzo di champagne, Aureliano Secondo era sicuro di vincere. Si considerava più entusiasta, più vitale  della imperturbabile avversaria, che sfoggiava uno stile evidentemente più  professionale, ma anche meno emozionante per l’eterogeneo pubblico che  traboccò nella casa. Mentre Aureliano Secondo mangiava a quattro palmenti, smanioso di vincere, l’Elefantessa sezionava la carne con l’arte di  un chirurgo, e la mangiava senza fretta e perfino con un certo piacere. Era gigantesca e massiccia, ma contro la corpulenza colossale prevaleva la  dolcezza della femminilità, e aveva un viso cos ì grazioso, delle mani così fini e ben curate e un fascino personale cos ì irresistibile, che quando Aureliano Secondo la vide entrare in casa commentò a bassa  voce che avrebbe preferito non fare il torneo a tavola bensí a letto. Più tardi, quando la vide consumare la culatta del vitello, senza violare una sola regola della migliore urbanità, commentò seriamente che quella delicata, affascinante e insaziabile proboscidata era in un certo modo la donna ideale. Non si sbagliava. La fama di rompiossa che aveva preceduto l’Elefantessa mancava di fondamento. Non era trituratrice di buoi, né donna barbuta di un circo greco, come si diceva, ma direttrice di un’accademia di canto. Aveva imparato a mangiare quando era già una rispettabile madre di famiglia, cercando un metodo per far sì che i suoi figli si alimentassero meglio e non mediante stimoli artificiali dell’appetito bensí mediante l’assoluta tranquillità dello spirito. La sua teoria, dimostrata nella pratica, si basava sul principio che una persona che avesse perfettamente sistemato tutte le pendenze della sua coscienza, poteva mangiare senza sosta finché non fosse stata vinta dalla stanchezza. Di modo che fu per ragioni morali, e non per interesse sportivo, che tralasciò le cure dell’accademia e del focolare domestico per competere con un uomo la cui fama di grande mangiatore senza principi aveva fatto il giro del paese. Fin dalla prima volta in cui lo vide, si rese conto che Aureliano Secondo sarebbe stato vinto non dallo stomaco ma dal carattere. Alla fine della prima notte, mentre l’ Elefantessa continuava impavida, Aureliano Secondo si stava esaurendo dal gran parlare e ridere. Dormirono quattro ore. Quando si svegliarono, ognuno di loro bevve il succo di cinquanta arance, otto litri di caffè e trenta uova crude. All’inizio del secondo giorno, dopo molte ore insonni e dopo aver liquidato due maiali, un casco di banane e quattro casse di champagne, l’Elefantessa sospettò che Aureliano Secondo, senza saperlo, doveva aver scoperto il metodo da lei creato, ma per la strada assurda della irresponsabilità totale. Era, quindi, più pericoloso di quanto lei aveva pensato. Tuttavia, quando Petra Cotes portò in tavola due tacchini arrosto, Aureliano Secondo era a un passo dalla congestione.”Se non può, non mangi più,” disse l’Elefantessa. “Restiamo pari.”Lo disse col cuore, comprendendo che il rimorso di star propiziando la morte dell’avversario le avrebbe impedito di mangiare anche un solo boccone in più. Ma Aureliano Secondo lo interpretò come una nuova sfida, e si rimpinzò di tacchino al di là della sua incredibile capacità. Perse conoscenza. Cadde bocconi nel piatto degli ossi, vomitando schiumate di cane dalla bocca, e soffocando in rantoli di agonia. Sentì, in mezzo alle tenebre, che lo gettavano dal più alto di una torre verso un precipizio senza fondo, e in un ultimo sprazzo di lucidità si rese conto che alla fine diquella interminabile caduta lo stava aspettando la morte.

“Portatemi da Fernanda,” riuscì a dire.

Gli amici che lo deposero in casa credettero che avesse mantenuto la promessa fatta alla moglie di non morire nel letto della concubina. Petra Cotes aveva incerato gli stivaletti di vernice che lui voleva portare con sé nella bara, e stava già cercando qualcuno che glieli recapitasse,quando vennero a dirle che Aureliano Secondo era fuori pericolo. Si ristabilí, in effetti, in meno di una settimana, e quindici giorni dopo stava celebrando con una baldoria senza precedenti l’avvenimento della sopravvivenza. Continuò a vivere in casa di Petra Cotes, ma andava a trovare Fernanda tutti i giorni e certe volte si fermava a mangiare in famiglia, come se il destino avesse invertito la situazione, e lo avesse trasformato in marito dalla concubina e amante dalla moglie. Fu un sollievo per Fernanda. Nel tedio dell’abbandono, le sue uniche distrazioni erano gli esercizi di clavicembalo nell’ora della siesta, e le lettere dei suoi figli. Nelle dettagliate missive che spediva ogni quindici giorni, non c’era una sola linea di verità. Nascondeva loro le sue pene.Celava la tristezza di una casa che nonostante la luce sulle begonie, nonostante l’afa delle due dei pomeriggio, nonostante le frequenti raffiche di festa che arrivavano dalla strada, somigliava sempre di riti alla magione coloniale dei suoi padri. Fernanda vagava sola tra tre fantasmi vivi e il fantasma morto di José Arcadio Buenda, che a volte veniva a sedersi con un’applicazione inquisitiva nella penombra del salotto, mentre lei sonava il clavicembalo. Il colonnello Aureliano Buendía era un’ombra. Dall’ultima volta che era uscito in strada per proporre una guerra senza avvenire al colonnello Gerineldo Màrquez, lasciava il laboratorio soltanto per andare a orinare sotto il castagno. Non riceveva altre visite che quelle del barbiere ogni tre settimane. Si alimentava di qualsiasi cosa gli portava Ursula una volta al giorno, e benché continuasse a fabbricare pesciolini d’oro con la stessa passione di un tempo, smise di venderli quando venne a sapere che la gente non li comprava come gioielli ma come reliquie storiche. Aveva fatto nel patio un falò delle bambole di Remedios, che decoravano la stanza da letto fin dal giorno del suo matrimonio.La vigile Ursula si accorse di quello che stava facendo suo figlio, ma non poté impedirlo.

“Hai un cuore di pietra,” gli disse.

“Questa non é una questione di cuore,” disse lui. “La stanza si sta riempiendo di tarme.” Amaranta tesseva il suo sudario. Fernanda non capiva perché mai di tanto in tanto scriveva lettere occasionali a Meme, e le mandava perfino dei regali, e invece non voleva sentire nemmeno parlare di José Arradio. “Morirete senza sapere perché,” rispose Amaranta quando lei glielo chiese tramite Ursula, e quella risposta seminò nel suo cuore un enigma che non riuscì mai a chiarire. Alta, eretta, altera, sempre vestita con abbondanti sottane di pizzo e con un’aria di distinzione che resisteva agli anni e ai cattivi ricordi, Amaranta sembrava portare sulla fronte la croce di cenere della verginità. In realtà la portava sulla mano, nella benda nera che non si toglieva mai nemmeno quando dormiva, e che lei stessa lavava e stirava. La vita le si esauriva nel ricamo del sudario. Si sarebbe detto che ricamava durante il giorno per disfare il lavoro di notte, e non con la speranza di sconfiggere in quel modo la solitudine, ma tutto al contrario, per sostenerla. La maggiore preoccupazione di Fernanda nei suoi anni di abbandono era che Meme venisse a passare le prime vacanze in casa e non vi trovasse Aureliano Secondo. La congestione mise fine a quel timore. Quando Meme tornò, i suoi genitori si erano messi d’accordo non soltanto per far sì che la bambina continuasse a credere Aureliano Secondo un marito domestico, ma anche perché non si notasse la tristezza della casa. Tutti gli anni, per due mesi, Aureliano Secondo recitava la sua parte di marito esemplare, e organizzava feste con gelati e biscottini, che la lieta e vivace studentessa rallegrava col clavicembalo. Era evidente fin da allora che aveva ereditato assai poco del carattere della madre. Sembrava piuttosto una seconda versione di Amaranta, quando questa non conosceva l’amarezza e andava mettendo sossopra la casa coi suoi passi di ballo, a dodici, a quattordici anni, prima che la passione segreta per Pietro Crespi facesse definitivamente cambiar strada al suo cuore.

Pagine tratte da ‘’ Cent’anni di solitudine’’ di Gabriel García Márquez