Genealogia della morale di F.W.Nietzsche

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla prefazione dell’opera  forse più inquietante, eversiva e provocatoria di Nietzsche

Noi che ricerchiamo la conoscenza, ci siamo sconosciuti, noi stessi ignoti a noi stessi, e la cosa ha le sue buone ragioni. Noi non ci siamo mai cercati, e come avremmo mai potuto, un bel giorno, “trovarci”? Si è detto e a ragione: «Dove è il vostro tesoro, è anche il vostro cuore», il “nostro” tesoro si trova dove sono gli alveari della nostra conoscenza. E per questo siamo sempre in movimento, come veri e propri animali alati e raccoglitori di miele dello spirito, preoccupati in realtà solo e unicamente di una cosa, di «portare a casa» qualcosa. Di fronte alla vita, poi, e a quello che concerne le cosiddette «esperienze», chi di noi mai ha anche solo la serietà necessaria? O il tempo necessario? Di queste cose, temo, non ci siamo mai veramente «occupati», infatti il nostro cuore è altrove, e anche le nostre orecchie! Simili piuttosto a chi, divinamente distratto e immerso in se stesso ha appena avuto le orecchie percosse dal suono della campana che con tutta la sua forza ha annunziato il mezzogiorno con dodici rintocchi, e si sveglia all’improvviso e si chiede «che suono è mai questo?», così noi, di quando in quando, “dopo”, ci stropicciamo le orecchie tutti sorpresi e imbarazzati e chiediamo «che cosa mai abbiamo realmente vissuto:» o ancora «chi “siamo” noi in realtà?» e contiamo solo “dopo”, come si è detto, tutti e dodici i frementi rintocchi della nostra esperienza, della nostra vita, del nostro “essere” – ahimè – e sbagliamo a contare… Infatti necessariamente rimaniamo estranei a noi stessi, non ci capiamo, “dobbiamo” scambiarci per altri, per noi vale per l’eternità, la frase «ognuno è per se stesso la cosa più lontana», noi non ci riconosciamo come gente che «ricerca la conoscenza»

Qualcuno vuole forse sondare un po’ il mistero delle modalità con cui sulla terra “si fabbricano gli ideali”? Chi ne ha il coraggio?…Avanti! Ecco, questa buia officina si apre al nostro sguardo.Aspettate ancora solo un attimo, signor Pettegolo e Spericolato: il vostro occhio dovrà prima abituarsi a questa luce falsa e oscillante… Così! Basta! Adesso parlate pure! Che cosa succede là sotto? Dite quello che volete, uomo dalla più pericolosa delle curiosità – adesso sarò “io” ad ascoltare,  «Non vedo niente, ma in compenso odo molto meglio. Da ogni angolo e da ogni anfratto viene tutto un sommesso, sospettoso e maligno parlottio, un generale sussurrio. Mi sembra che tutti mentano, ogni suono sembra invischiato in una zuccherosa dolcezza. La debolezza sarà fatta passare per “merito”, è fuor di dubbio – è proprio come avete detto voi» – Avanti! «E l’impotenza aliena da sentimenti di rivincita, sarà fatta passare per ‘bontà’: la timorosa viltà per ‘umiliazione’, la sottomissione di fronte a chi si odia per ‘obbedienza’ (cioè a qualcuno che, essi dicono, ordina questa sottomissione lo chiamano Dio). Quanto di inoffensivo c’è nel debole, la viltà stessa di cui è ricco, il suo starsene alla porta, il suo inevitabile dover attendere,qui si fa un buon nome, è ‘pazienza’, anzi è “la” virtù stessa; il non-potersi-vendicare diventa non-volersi-vendicare, forse addirittura perdono (‘poiché “essi” non sanno quello che fanno – noi solo sappiamo quello che “essi fanno”!’). Parlano anche di ‘amare i propri nemici’ e sudano parlandone.»

– Avanti!

– «Non c’è dubbio, tutti questi falsari che parlottano nei loro anfratti sono dei miserabili, anche se se ne stanno accucciati insieme al caldo – eppure mi dicono che la loro miseria è un segno che Dio li ha scelti e segnati, che si frustano i cani che amiamo di più; e che forse questa miseria è una preparazione, una prova, una scuola, e forse anche qualcosa di più – qualcosa che un giorno verrà ricompensata con enormi interessi in oro, anzi in felicità. E questa la chiamano ‘beatitudine’.

– Avanti!

– «Adesso mi lasciano intendere che essi non sono solo migliori dei potenti, dei signori della terra, i cui sputi sono costretti a leccare (“non” per paura, assolutamente no! ma perché Dio ha ordinato di onorare ogni autorità) – che non sono solo migliori, ma anche che ‘stanno meglio’, o che comunque ‘staranno meglio’, un giorno. Basta!Basta! Non ne posso più. Aria viziata! Aria viziata! Mi sembra che questa officina dove si “fabbricano ideali”, sappia proprio di fetide menzogne.»No, ancora un attimo! Non mi avete ancora parlato del capolavoro di questi negromanti che da tutto ciò che è nero ricavano il bianco, il latte e l’innocenza – non avete notato a qual grado di perfezione arrivano i loro procedimenti di raffinazione o il loro tocco d’artista audacissimo, finissimo, ingegnosissimo e falsissimo? Fate attenzione! Questi insetti striscianti gonfi di vendetta e d’odio – come la trasformano la vendetta e l’odio? Avete mai ascoltato parole simili? Potreste mai immaginare, fidandovi solo delle loro parole, di trovarvi proprio in mezzo agli uomini del “ressentiment”?  «Capisco, e apro ancora una volta le orecchie (ahimè, ahimè, ahimè! mi “tappo” il naso). Adesso soltanto ascolto quello che andavano ripetendo senza sosta: ‘Noi buoni – “noi siamo i giusti”‘ – quello che esigono, non la chiamano ritorsione, ma ‘trionfo della “giustizia”‘ quello che odiano non è il loro nemico, no! essi odiano ‘l’ingiustizia’ ‘l’empietà’, quello in cui credono e sperano non è la speranza della vendetta, l’ebbrezza della dolce vendetta (‘più dolce del miele’ – così già la chiamava Omero), ma la vittoria di Dio, del Dio “giusto” sugli empi; quel che resta loro da amare sulla terra, non sono i loro fratelli nell’odio ma i loro ‘fratelli nell’amore’, come essi dicono, tutti i buoni e i giusti della terra.»  E come chiamano quello che serve loro come consolazione per tutte le sofferenze della vita – la loro fantasmagoria della anticipazione di una beatitudine a venire? – «Come? Ho capito bene? Lo chiamano ‘il giudizio universale’, l’avvento del “Caro” regno, del ‘regno di Dio’ – nel frattempo, però, essi vivono ‘nella fede’, ‘nell’amore’, nella speranza.» – Basta! Basta! Nella fede di che? Nell’amore di chi? Nella speranza di che? – Questi deboli! – a un certo momento, infatti, vogliono anch’essi essere i forti, senza dubbio, e un bel giorno arriverà anche il “loro” «regno» «il regno di Dio» lo definiscono semplicemente così, come si è detto: bisogna pur essere umili in tutto! Già solo per poter vivere “questo”, bisogna vivere a lungo, oltre la morte – anzi bisogna avere una vita eterna, per potersi consolare eternamente, nel «regno di Dio», di quella vita terrena vissuta «nella fede, nell’amore, nella speranza». Consolarsi di che? Consolarsi con che?… Credo che Dante abbia commesso un grosso errore ponendo, con terrificante ingenuità, sulla porta del suo inferno la scritta «fecemi l’eterno amore» – su quella del paradiso invece e della sua «beatitudine eterna» potrebbe stare, comunque a maggior diritto, l’iscrizione «fecemi l’eterno “odio”» – posto che una verità possa stare sulla porta che conduce a una menzogna! Infatti che “cos’è” la beatitudine di quel paradiso?… Potremmo forse anche indovinarlo, ma è meglio che ce lo dimostri chiaramente una indiscussa autorità in materia, Tommaso d’Aquino, il gran maestro e santo. «”Beati in regno coelesti” – dice mansueto come un agnello – “videbunt poenas damnatorum, ut beatitudo illis magis complaceat”.» O preferiamo sentircelo dire con accenti più forti, forse dalla bocca di uno di quei trionfanti Padri della Chiesa, che sconsiglia ai suoi cristiani i crudeli piaceri degli spettacoli pubblici – e perché poi?: «La fede ci offre molto ma molto di più – dice, “de Spectac.” c. 29 s.s. – qualcosa di “molto più forte”; grazie alla redenzione abbiamo a disposizione gioie tutte diverse; invece degli atleti abbiamo i nostri martiri; e se volessimo del sangue, ebbene, ecco il sangue di Cristo… E che cosa mai ci attenderà nel giorno del suo ritorno, del suo trionfo!» e così continua, questo visionario in estasi: «At enim supersunt alia spectacula, ille ultimus et perpetuus judicii dies, ille nationibus insperatus, ille derisus, cum tanta saeculi vetustas et tot eius nativitates uno igne haurientur! Quae tunc spectaculi latitudo! “Quid admirer! Quid rideam! Ubi gaudeam! Ubi exultem” spectans tot et tantos reges, qui in coelum recepti nuntiabantur, cum ipso Jove et ipsis suis testibus in imis tenebris congemescentes! Item praesides (i governatori delle province) persecutores dominici nominis saevioribus quam ipsi flammis saevierunt insultantibus contra Christianos liquescentes! Quos praeterea sapientes illos philosophos coram discipulis suis una conflagrantibus erubescentes, quibus nihil ad deum pertinere suadebant, quibus anemas aut nullas aut non in pristina corpora redituras affirmabant! Etiam poetas non ad Rhadamanti nec ad Minois sed ad inopinati Christi tribunal palpitantes! Tunc magis tragoedi audiendi, magis scilicet vocales (meglio in voce, urlatori ancora più cattivi) in sua propria calamitate, tunc histriones cognoscendi, solutiores multo per ignem; tunc spectandus auriga in flammea rota totus rubens, tunc xystici contemplandi non in gymnasiis, sed in igne jaculati, nisi quod ne tunc quidem illos velim vivos, ut qui malim ad eos potius conspectum “insatiabilem” conferre, qui in dominun desaevierunt. ‘Hic est ille, dicam, fabri aut quaestuariae filius (come dimostra tutto il brano seguente e in particolare anche questa definizione che ci è nota dal Talmud, della madre di Gesù, Tertulliano, a partire da questo punto, si riferisce agli Ebrei), sabbati destructor, Samarites et daemonium habens. Hic est, quem a Juda redemistis, hic est ille arundine et colaphis diverberatus, sputamentis dedecoratus, felle et aceto potatus. Hic est, quem clam discentes subripuerunt, ut resurrexisse dicatur vel hortulanus detraxit, ne lactucae suae frequentia commeantium laederentur.’ Ut talia spectes “ut talibus exultes”, quis tibi praetor aut consul aut quaestor aut sacerdos de sua liberalitate praestabit? Et tamen haec jam habemus quodammondo “perfidem spiritu imaginante repraesentata. Ceterum qualia illa sunt, quae nec oculos vidit nec auris audivit nec in cor hominis ascenderunt? (1 Cor., 2,9). Credo certo et utraque cavea (prima e quarta fila o, secondo altri teatro comico e tragico) et omni stadio gratiora». Per fidem: così sta scritto.

Pagine tratte da ”Genealogia della morale”  di F.W.Nietzsche