Il Carcere di Cesare Pavese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C’era un giovane dalla barbetta ricciuta, che, seduto in un angolo, confabulava talvolta con la guardia di finanza. Non aveva mai salutato Stefano, e come veniva se ne andava, senza dare a Gaetano il tempo di canzonare. Stefano non era certo, ma gli pareva lo stesso che, seduto a cavalcioni di una sedia davanti alla bottega del barbiere, guardava la piazzetta deserta sotto il sole quel pomeriggio ch’egli era uscito dalla stazioncina ammanettato e carico di una valigia, e coi suoi carabinieri era entrato nel Municipio. Di quell’arrivo Stefano non riusciva a chiarirsi il ricordo. La stanchezza esasperata, l’afa marina, le braccia intormentite, le occhiate sazie e svogliate alla gente, gli turbinavano ancora nel cuore confondendo i nuovi visi in un balenio. E poi s’era guardato subito dattorno, cercando il mare, le rocce, le piante e le strade; e non riusciva a riconoscere quali facce l’avessero visto traversare la piazza. Ora gli pareva che tutto fosse stato indifferente e quasi deserto; ore che, come la folla di una fiera, molti si fossero raccolti o voltati al suo passaggio. Era stato di domenica: e adesso sapeva che la domenica molti sfaccendati attendevano quel treno.
Questo giovanotto si chiamava Giannino e gli pareva ostile. Poggiato di schiena al banco, ecco che un giorno accese la sigaretta e parlò a Vincenzo.
— Che ti dice quel giornale? Gli algerini hanno già consumato il tuo sapone? Se lo sono mangiato come burro sul pane?
— Voi scherzate, don Giannino, ma se avessi la vostra età ritornerei laggiú. Paese d’oro, Algeri bianca! — e Vincenzo si baciò la punta delle dita.
— Perché bianca, quando tutti sono neri? L’avrà lavata lui? — rispose Giannino, e si staccò dal banco e andò alla porta.
— Vincenzo tornerà in Algeria, quando tu, Giannino, tornerai a San Leo, — disse Gaetano.
Giannino sorrise compiaciuto. — Meglio averci dietro le donne che non la finanza. Le donne piú ti conoscono e piú ti cercano. Proprio come le guardie —. Giannino rise serrando le labbra, e se ne andò.
Dopo qualche minuto anche Stefano uscí nella strada.
S’incamminava al Municipio per finire il pomeriggio e chieder posta, quando Giannino sbucò da una strada.
— Una parola, ingegnere.
Stefano, stupito, si fermò.
— Ho bisogno dell’opera vostra. V’intendete di case? Mio padre ha disegnato una villetta e ci ha dimenticato le scale. L’ha provveduta d’ogni cosa, anche il terrazzo, ma ci ha dimenticato le scale. V’intendete di progetti?
— Sono elettrotecnico e da un anno appena, — disse Stefano sorridendo.
— Ma via, ve ne intendete. Venite da noi. Gli darete consigli per l’illuminazione. Questa sera?
— La sera non posso —. Stefano sorrise un’altra volta.
— Già. Ma il maresciallo è amico mio. Venite…
— Meglio di no. Venite voi da me.
Tutta quella sera, Giannino sorrise in un modo sollecito e tentante, nella penombra del cortile. Non occorreva la luce per vedergli i denti chiari e sentirne la voce cortese. S’era seduto a cavalcioni della seggiola, e il contralto con l’alone di luce della porta lo fondeva nella notte, immergendo le sue parole nei sussurri e nei tonfi del mare.
— Nella stanza fa caldo e c’è odore, — diceva Stefano. — Ho conservato le abitudini del carcere. Non ci si può affezionare a una cella. Non si può farsene una camera.
— Quella luce dal soffitto vi deve toglier gli occhi: è troppo cruda. Sarebbe meglio una candela.
Nella stanza, sopra una cassa, s’intravedeva la valigia non ancora disfatta.
— Sempre pronto per ripartire? — aveva detto Giannino dalla soglia.
— È lí per scongiuro. Può arrivare anche domani l’ordine di trasferirmi. Come ci si volta nel letto. Prigione o confino, non è mica star chiusi: è dipendere da un foglio di carta.
Seduti a fronte, si guardavano. Il mare sciacquava. Stefano sorrise.
— Da noi si dice che voialtri siete sporchi. Credo di essere piú sporco di voi.
Giannino rideva e si fece serio a un tratto.
— Lo siamo sporchi, — disse. — Ma io vi capisco, ingegnere. È per la stessa ragione per cui voi tenete la valigia pronta. Siamo gente inquieta che sta bene in tutto il mondo ma non al suo paese.
– Non è un brutto paese.
– Vi crederò quando avrete disfatta la valigia, – disse Giannino, poggiandosi la gota sul braccio
La case di Giannino dava anch’essa sul mare, ma Stefano ci andò di malavoglia, l’indomani, perché svegliandosi lo aveva preso l’angoscia consueta. Si svegliava sempre all’alba, inquieto, e giaceva nel letto con gli occhi socchiusi, ritardando l’istante che avrebbe ripreso coscienza. Ma la dolcezza del dormiveglia non esisteva per lui: la luce e il mare lo chiamavano, la stanza si schiariva, e gli doleva il cuore, di un’angoscia carnale, perduto in vaghi brandelli di sogni. Balzando dal letto, si riscuoteva. Quel mattino tuttavia durò la pena fin che non fu uscito in strada: la pace della sera precedente era sfumata, al pensiero di aver troppo parlato di sé.
Giannino non c’era. Venne la madre che non sapeva nulla di Stefano e lo fece entrare in un salotto pieno di carte polverose e dal pavimento a mattonelle rosse. I muri di quella case erano spessi come roccia. Da una piccola finestra si scorgeva un po’ di verde. Giannino era partito all’alba. Quando seppe dei progetti, la madre storse la bocca e si mise a sorridere.
Poi entrò il padre: un uomo secco, dai baffi spioventi e ingialliti, che non mostrava i settant’anni. Sapeva di Stefano, ma liquidò i progetti con un gesto. – Vorrei che ne parlaste con mio figlio, – disse. – La mia parse io l’ho già fatta.

– Non credo che vi sarò molto utile, – disse Stefano. I1 padre di Giannino allargò le braccia, muovendo i baffi in sollecitudine complimentosa.
La madre, ch’era una donna grande, dal viso massiccio andò a fare il caffè. Da un bricco d’argento lo versò in minuscole tazzine dorate disposte senza vassoio sul tavolo. I1 padre Catalano intanto, che ridendosela s’era messo a passeggiare avanti alla parete scrostata, venne a sedersi.
Solamente Stefano bevve il caffè. Le altre due tazze rimasero sul tavolo semivuote
– So del cave vostro, ingegnere, – diceva il vecchio con le mani sulle ginocchia. – Non siete il solo. Conosco i tempi.
– Come vi trovate, qui? – disse la signora
Il vecchio scattò. – Come vuoi che si trovi? Paesacci! Lavorare non potete?
Stefano fissava le fotografie sui mobili e i tappeti scoloriti, e rispondeva pacato. In quel vecchio salotto c’era un freddo di pietra che saliva le gambe. Rifiutò dell’altro caffè, e la signora li lasciò.
– Spero che avrete un buon influsso su quello sciagurato di mio figlio, – disse improvvisamente il vecchio. Si guardava intorno con un sorriso preoccupato, e quando Stefano si alzò per accommiatarsi gli tese le due mani: – La vostra visita è un onore. Tornate, ingegnere.
Stefano rincasò un momento a cercare un libro. Era alto mattino, e quel fresco e scalcinato salotto non gli usciva di mente. Con uno sforzo si chiarí il pensiero che era certo di aver pensato istanti prima in quel salotto. La serva scalza, erta sui fianchi, della case dei gerani, doveva vivere in stanze come quella. strisciare il piede sulle rosse mattonelle. O forse la case grigia era piú recente. Ma quelle tazzine dorate, quei vecchi ninnoli polverosi, quei tappeti e quei mobili, esalavano nel freddo della pietra l’anima di un passato. Erano quelle le case sempre chiuse, che forse un tempo avevano conosciuto, accoglienti e solatie, altra vita e altro calore. Parevano, a Stefano, le ville dell’infanzia, chiuse e deserte nei paesi del ricordo. La terra arida e rossa, il grigiore degli ulivi, le siepi carnose dei fichi, tutto aveva arricchito quelle case, ore morte e silenziose, se non per la bruna magrezza di qualche donna che aveva in sé tutto il selvatico dei campi e dei gerani.
Nel cortiletto Stefano trovò la figlia non piú giovane della sue padrona di case, che contegnosa scopava nel fossato un mucchio di rifiuti. A quell’ora insolita vide parecchi bimbi del vicinato scorrazzare e giocare sul terrazzo del tetto. Fra i clamori la donna gli sorrise pallidamente: cosí faceva sempre, incontrandolo. Aveva un viso grassoccio e smorto; vestiva di un nero tranquillo. Vedova o separate da un marito che l’aveva fatta vivere in qualche città lontana, non parlava il dialetto nemmeno con quei bambini. Lo seguí sulla porta della camera riordinata, e Stefano dovette volgersi a ringraziarla.
La donna immobile, deposta la scope, non gli staccava gli occhi di dosso. Il letto ricomposto e rimboccato ingentiliva tutta la stanza.
—Un giorno andrà via,—disse la donna, con la sua voce cupa. – Si ricorderà ancora di noi?
Stefano vide un piatto di fichidindia sul tavolino. Fece il viso piú sollecito che seppe e rispose qualcosa.
— Non lo si vede quasi mai, — disse la donna.
— Cercavo un libro.
— Legge troppo perché è solo, — disse la donna senza muoversi.
Sempre cosí faceva, nei pomeriggi quando entrava a portargli qualcosa. Seguivano lunghi silenzi che la donna occupava con occhiate, e Stefano era insieme compiaciuto e imbarazzato. La donna arrossiva con ferma insistenza e la sua voce cupa taceva cercando nel silenzio una dolcezza. Stefano assisteva con un senso di pena.
— No, che non sono solo, — disse forte quel mattino, e venne alla porta e le prese tra le mani le guance tirandosele al viso: il suo bacio finí sulla nuca di lei. Sul tetto si sentivano i tonfi precipitosi dei ragazzi. La confusione e l’audacia insieme fecero sí che la serrasse al petto. La donna non fuggiva, si stringeva al suo corpo; ma non s’era lasciata baciare.
Di colpo a Stefano nacque un desiderio pungente di quelli mattutini, irresistibili. La donna prese a carezzargli i capelli, infantilmente. Stefano non sapeva che dire. Quando le strinse i seni, la donna si scostò e lo guardò gravemente sorridendo.
Aveva un viso scarlatto e lacrimoso. Era quasi bella. Prese a susurrare: — No, adesso. Se mi vorrà davvero bene tornerò. Dobbiamo stare attenti. Tutti guardano. Sono anch’io sola come te… No: se mi vorrai bene. Deve tornare Vincenzino… Ora mi lasci.
Tornò Vincenzino, un ragazzetto nero con l’anfora piena. Stefano l’aiutò a deporla sul davanzale e cercava una moneta. Ma Elena, la donna, preso per mano il nipotino uscí senza volgersi indietro
Stefano si buttò sul letto, sorridendo. Vedeva gli occhi fissi della donna. Lo riprese il desiderio, e saltò giú dal letto. Trovarsi là in quell’ora insolita lo faceva sorridere come se potesse tutto osare. Uscendo, passò dalla spiaggia, per non incontrare la donna.
Il mare, visto pensando ad altro, era bello come nei primi giorni. Le piccole onde correvano ai piedi con labbra di spume. La sabbia liscia riluceva come marmo. Quando Stefano risalí verso le case, lungo una siepe polverosa pensava se, invece di quell’Elena, l’avesse abbracciato e baciato la ragazza scalza dei gerani. — Sarebbe bello incontrarla — mormorò, per udire la propria voce turbata, — quest’è il giorno dei fatti —. L’immaginò gaia e danzante, stupita sotto la fronte bassa, innamorata selvaggiamente di lui. Ne vide, con un rimescolio, le chiazze brune dei seni.
All’osteria trovò Vincenzo, che leggeva il giornale. Si scambiarono un saluto.
— Oggi sembra domenica, — disse Stefano.
— Faceste il bagno, ingegnere? Per voi è domenica sempre.
Stefano si sedette, tergendosi la fronte. — Prendete un caffè Vincenzo?
Vincenzo chiuse il giornale e levò il capo. La fronte calva gli faceva un sorriso stupito.
— Vi ringrazio ingegnere.
La testa nuda pareva quella di un bimbo. Giovane ancora, se imbronciava per caso le labbra, faceva pena. Una testa da fez rosso.
— Sempre domenica! — disse Stefano. — Voi che avete vissuto in città, sapete quant’è noiosa la domenica.
— Ma allora ero giovane.
— Forse che adesso siete vecchio?
Vincenzo fece una smorfia. — Si è vecchi quando si torna al paese. La mia vita era altrove.
Venne il caffè, che sorbirono adagio.
— Che si mangia oggi, ingegnere? — disse a un tratto Vincenzo, guardando sparire la vecchia ostessa.
— Un piatto di pasta.
— Poi ci sarà del fritto, — disse Vincenzo. — Stamattina vendevano pesce di scoglio, pescato alla luna. Ne comprò pure mia moglie. È scaglioso ma fino.
— Vedete che per me non è domenica. Io mi fermo alla pasta.
— Solamente? Siete giovane, per diavolo! Qui non siete alle carceri.
— Ma sono sulla porta. Non ho ancora il sussidio.
— Per diavolo vi spetta! Ve lo daranno certo.
— Non ne dubito. In attesa mangio olive.
— E perché vi sbancate in caffè?
— Non facevano cosí anche i vostri arabi? Meglio un caffè che un pranzo.
— Mi dispiace, ingegnere. Pasta e olive! La prossima volta offro io.
— Le olive me le mangio alla sera, scusate. Sono buone col pane.
Vincenzo era rosso e imbronciato. Sbatté il giornale piegandolo e disse: — Ecco il vostro guadagno! Scusate, ingegnere, ma foste fesso. Non si discute col governo.
Stefano lo guardò senz’espressione. Fare un viso insensibile gli ridava la pace del cuore: come tendere i muscoli in attesa di un colpo. Ma Vincenzo taceva, e cadendo lo sforzo nel vuoto, Stefano prese a sorridere. Quella mattina il suo sorriso era vero, bench’egli torcesse la bocca. Era come lo sguardo che aveva gettato sul mare. Lo coglieva come una smorfia macchinale, ma caldo e impreveduto.
Quel giorno Stefano non mangiò all’osteria. Rincasò con un pacco di pane, evitando il negozio della madre di Elena guardando le finestre di Giannino: sperava di non passare in solitudine il pomeriggio.
Ma nessuno venne e, rosicchiato un po’ di carne e di pane bagnato nell’olio, Stefano si buttò sul letto, deciso a svegliarsi soltanto se gli toccavano il braccio.
Non poteva star fermo, nel torrido silenzio, e di tanto in tanto scendeva per bere: senza sete, come aveva fatto nel carcere. Ma quel carcere volontario era peggio dell’altro. A poco a poco Stefano odiò se stesso perché non aveva il coraggio di allontanarsi.
Piú tardi andò a fare il bagno che non aveva fatto al mattino, e l’acqua placida del tramonto gli diede un po’ di pace, accapponandogli la pelle già nera di sole. Era nell’acqua quando si sentí chiamare. Sulla spiaggia, Giannino Catalano agitava il braccio.
Quando si fu rivestito, sedettero insieme sulla sabbia. Giannino scendeva allora dal treno: era stato in città, l’aveva veduto dal finestrino dirigersi alla spiaggia. Stefano gli disse sorridendo ch’era passato, la mattina, dai suoi.
— Oh, — disse Giannino, — v’avranno spiegato che sono un fannullone. Da quando ho smessa la scuola per questa barba, non pensano ad altro.
Stefano osservava con calma il viso ossuto e la barbetta scabra del compagno. Nella luce tranquilla e fresca gli parve di nuovo di afferrare il ricordo di lui seduto a cavalcioni in quella lontana domenica, e annoiato. Giannino trasse di tasca una pipetta.
— Ho fatto il militare e veduto un po’ di mondo, — disse frugandola col dito. — Poi ho smesso, perché somigliava troppo alla scuola.
— E adesso che fate?
— Quello che fate voi. Passo il tempo. E tengo d’occhio mio padre, ché i suoi muratori non lo facciano fesso.
— Vostro padre tiene d’occhio voi, — osservò Stefano.
— C’è chi ci tiene d’occhio tutti, — disse Giannino ammiccando. — Cosí è la vita.
Mentre accendeva la pipetta, la buffata azzurrina passò davanti al mare. Stefano la seguiva con gli occhi, e gli giunse, attutita, la frase di Giannino:
— Siamo poveri fessi. Quella libertà che il governo ci lascia, ce la facciamo mangiare dalle donne.
— Meglio le donne, — disse Stefano ridendo.
La voce di Giannino si fece seria.
— Avete già trovato?
— Che cosa?
— Una… donna, diamine.
Stefano lo guardò, canzonatorio.
— Non è facile qui. E poi lo vieta il regolamento. “Non frequentare donne a scopo di tresca o per qualsiasi…”
Giannino saltò in piedi. Stefano lo seguí vivamente con gli occhi. — Che scherzate, ingegnere? Voi non potete tenere una donna?
— Posso sposarmi, ecco.
— Oh, allora potete far pure il fidanzato.
Stefano sorrise. Giannino si rabboní e si rimise a sedere.
Il fumo azzurro che tornò a passare, congiungeva l’orizzonte col cielo e creava l’illusione di una traccia di nave.
— Non ne passano mai? — disse Stefano, indicando il largo.
— Siamo fuori d’ogni rotta, — disse Giannino. — Anche chi passa, doppia al largo. È un promontorio di rocce scoperte. Mi meraviglio che ci passi il treno.
— Di notte fa paura, — disse Stefano, — il treno. Lo sento fischiare nel sonno. Di giorno chi ci pensa? ma di notte pare che sfondi la terrazza, che traversi un paese vuoto e abbia fretta di scappare. È come sentire dal carcere scampanellare i tranvai. Fortuna che viene il mattino.
— Dovreste avere chi vi dorma accanto, — disse Giannino con voce attutita.
— Sarebbe una tresca.
— Storie, — rispose Giannino. — Il maresciallo ne ha due. Ogni uomo ha diritto.
— Noialtri abbiamo il lavoro e voi avete l’amore, mi diceva don Gaetano Fenoaltea.
— Fenoaltea? Quello è un fesso. Si fa mangiar dalle puttane tutti i soldi di suo padre. Ha pure ingravidato una servetta di tredici anni.
Stefano formò con le labbra un sorriso, e sorse in piedi davanti al mare pallido. In quel sorriso lo mordeva l’amarezza di aver creduto i primi giorni all’ingenuità del paese; e c’era pure la sua ripugnanza a scoprire ciò che gli altri commettessero di sordido. Piú che il fatto era il tono canzonatorio di chi raccontava, che gli dava fastidio. Gli impediva di amare comodamente come semplici cose le persone degli altri.
Prima di separarsi da lui, Giannino s’accorse della sue inquietudine, e tacque. Si lasciarono alla porta dell’osteria.
Rincasando quella sera Stefano era sicuro di sé. Trovò una sua giacchetta di pigiama, piegata sul letto in attesa.
Quando fu buio e il ciabattino del cortiletto ebbe spento comparve Elena sulla porta, e se la chiuse alle spalle e richiuse le imposte, appoggiandovisi, nera come in lutto. Si lasciò stringere e baciare, susurrando di far piano.
Aveva gli occhi umidi sul viso spaventato. Stefano capí che non sarebbe stato necessario parlare, e la trasse con sé. La stanza chiusa e illuminata era soffocante.

Pagine tratte da ”Il Carcere” di Cesare Pavese 1939