Breivik, la cella, l’Italia, la sinistra di Alessandro Gilioli

 

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Ieri mattina ho condiviso su Facebook uno status di Ciro Pellegrino:

«Insomma, dite che 21 anni di galera per lo stragista di Utoya sono pochi. Premesso che una vita umana è incalcolabile, quanto è giusto far stare una persona in carcere? Tutta la vita? E se non crediamo nella possibilità di ricollocazione sociale allora non è meglio ucciderlo subito?»

Ho avuto in tutto sette like, su oltre cinquemila contatti: molti meno di quando scrivo cose tipo ‘ho mangiato la caponata’ o ‘fa caldo qui a Roma’.

Oggi vedo che, sempre su Fb, è pieno di gente che posta la foto della cella di Breivik: persone furiose perchė il terrorista ha un letto decente, una tv, un computer, e alla finestra non si vedono sbarre.

Non è che mi stupisca: tra gli svariati e dannosi effetti collaterali del berlusconismo e della sua cultura illegalitaria, in questi anni in Italia si è sviluppata per reazione – anche a sinistra, soprattutto a sinistra – una gran confusione tra il rispetto delle norme e la voglia di forca, tra la civiltà delle regole e la vendetta inumana.

Lo capisco, in qualche modo. Davvero.

Ma adesso basta.

Adesso a sinistra è ora di svegliarsi e di darsi una bella regolata.

La tortura inumana delle nostre carceri non appartiene certo alla cultura di sinistra, la cella pulita e a misura d’uomo di Breivik sì, chiaro?

Il carcere a vita (surrogato ipocrita della pena di morte) non è di sinistra, la fiducia nella possibilità che qualsiasi persona cambi profondamente sì.

E sono culturalmente di sinistra le parole della signora Ellen Bjerce, portavoce del carcere dove è rinchiuso Breivik: «L’isolamento non deve essere una tortura. Anche lui è un essere umano e ha i suoi diritti».

Così come erano di sinistra le parole del premier norvegese Jens Stoltenberg all’indomani della strage di Utoya, quando disse che a quella mattanza il suo Paese avrebbe risposto «non con meno apertura, con meno diritti e con meno tolleranza, ma con più apertura, con più diritti e con più tolleranza». Una frase impensabile da noi, dove politici di destra e di sinistra avrebbero fatto a gara per proporre l’esercito in assetto di guerra ai giardini pubblici, la castrazione chimica, l’oscuramento di YouTube.

Ecco, appunto.

Come noto, la Norvegia ha uno dei welfare migliori del mondo, servizi pubblici eccellenti, pari opportunità per le donne, aiuti per studiare e cercare lavoro ai giovani, assistenza agli anziani. Bene, a noi di sinistra può essere utile sapere che quel welfare straordinario non è culturamente e politicamente cosa diversa dalla pena «troppo mite» e dal «carcere di lusso» che hanno destinato a Breivik. Chiaro? Sono due facce della stessa medaglia. Simul stabunt, simul cadent.

È una questione di civiltá, di umanesimo, di rispetto sociale.

Proprio come mandare la gente a vita in una cella di sette metri da dividere a quaranta gradi con altri cinque detenuti si tiene perfettamente con un Paese in cui invece il welfare viene fatto a pezzi, la scuola pubblica viene tagliata, gli ospedali sono fatiscenti e l’unica cosa che cresce sono le iniquità.

E questo Paese è il nostro: quello che vogliamo e dobbiamo cambiare, in meglio.

Lettere dal carcere Antonio Gramsci

Carissimo Carlo,                                                           12. IX. 1927

ho ricevuto insieme la tua lettera del 30 agosto e l’assicurata del 2 settembre.

Ti ringrazio di tutto cuore. Non so cosa ti ha scritto Mario; ho l’impressione che ti abbia troppo allarmato,

mentre  io pensavo che la sua visita avrebbe contribuito a rassicurare la mamma. Mi sono sbagliato.

La tua lettera del 30 agosto è poi addirittura drammatica. Ti voglio, d’ora innanzi, scrivere spesso,

per cercare di convincerti che il tuo stato d’animo non è degno di un uomo (e tu non sei piú tanto

giovane, ormai). È lo stato d’animo di chi è in preda al panico, di chi vede

pericoli e minacce da  tutte le parti, e perciò diventa impotente ad operare seriamente e

a vincere le difficoltà reali, dopo averle bene determinate e circoscritte da quelle immaginarie

che la sola fantasia ha creato. E prima di tutto voglio dirti che tu e anche gli altri di casa non mi

conoscete che ben poco e avete perciò una opinione completamente sbagliata sulla mia forza di resistenza.

Mi pare che siano quasi 22 anni da che io ho lasciato la famiglia; da 14 anni poi sono venuto

a casa solo due volte, nel 20 e nel 24. Ora in tutto questo tempo non ho mai fatto il signore; tutt’altro;

ho spesso attraversato dei periodi cattivissimi e ho anche fatto la fame nel senso piú letterale della parola.

A un certo punto questa cosa bisogna dirla, perché [ … ] si riesce a rassicurare.

Probabilmente tu qualche volta mi hai un po’ invidiato perché mi è stato possibile studiare.

Ma tu non sai certamente come io ho potuto studiare. Ti voglio solo ricordare ciò che mi è successo

negli anni dal 1910 al 1912. Nel 10, poiché Nannaro era impiegato a Cagliari, andai a stare con lui.

Ricevetti la prima mesata, poi non ricevetti piú nulla: ero tutto a carico di Nannaro, che non guadagnava

piú di 100 lire al mese. Cambiammo di pensione. Io ebbi una stanzetta che aveva perduto

tutta la calce per l’umidità e aveva solo un finestrino che dava in una specie di pozzo, piú latrina che cortile.

Mi accorsi subito che non si poteva andare avanti, per il malumore di Nannaro che se

la prendeva sempre con me. Incominciai col non prendere piú il poco caffè al mattino,

poi rimandai il pranzo sempre piú tardi e cosí risparmiavo la cena. Per 8 mesi circa mangiai cosí una sola

volta al giorno e giunsi alla fine del 3° anno di liceo, in condizioni di denutrizione molto gravi.

Solo alla fine dell’anno scolastico seppi che esisteva la borsa di studio del Collegio Carlo Alberto,

ma nel concorso si doveva fare l’esame su tutte le materie dei tre anni di Liceo; dovevo

perciò fare uno sforzo enorme nei tre mesi di vacanze. Solo zio Serafino si accorse delle deplorevoli condizioni

di debolezza in cui mi trovavo, e mi invitò a stare con lui ad Oristano, come ripetitore di Delio.

Vi rimasi 1 mese ½ e per poco non divenni pazzo. Non potevo studiare per il concorso,

dato che Delio mi assorbiva completamente e la preoccupazione, unita alla debolezza, mi fulminava.

Scappai di nascosto. Avevo solo un mese di tempo per studiare. Partii per Torino come se fossi in istato

di sonnambulismo. Avevo 55 lire in tasca; avevo speso 45 lire per il viaggio in terza delle 100 lire avute da casa.

C’era l’Esposizione e dovevo pagare 3 lire al giorno solo per la stanza.

Mi fu rimborsato il viaggio in seconda,un’ottantina di lire ma non c’era da ballare perché gli esami

duravano circa 15 giorni e solo per la stanza dovevo spendere una cinquantina di lire.

Non so come ho fatto a dar gli esami, perché sono svenuto due o tre volte. Riuscii ma incominciarono i guai.

Da casa tardarono circa due mesi a inviarmi le carte per l’iscrizione all’università, e siccome l’iscrizione era sospesa,

erano sospese anche le 70 lire mensili della borsa. Mi salvò un bidello che mi trovò una pensione di 70 lire, dove

mi fecero credito; io ero cosí avvilito che volevo farmi rimpatriare dalla questura.

Cosí ricevevo 70 lire e spendevo 70 lire per una pensione molto misera.

E passai l’inverno senza soprabito, con un abitino da mezza stagione buono per Cagliari.

Verso il marzo 1912 ero ridotto tanto male che non parlai piú per qualche mese: nel parlare sbagliavo le parole.

Per di piú abitavo proprio sulle rive della Dora, e la nebbia gelata mi distruggeva.

Perché ti ho scritto tutto ciò? Perché ti convinca che mi sono trovato in condizioni terribili,

senza perciò disperarmi, altre volte. Tutta questa vita mi ha rinsaldato il carattere.

Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto,

bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Mi sono convinto che bisogna sempre

contare solo su se stessi e sulle proprie forze; non attendersi niente da nessuno e

quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via.

La mia posizione morale è ottima: chi mi crede un satanasso, chi mi crede quasi un santo.

Io non voglio fare né il martire né l’eroe. Credo di essere semplicemente un uomo medio,

che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo.

Ti potrei raccontare qualche aneddoto divertente. Nei primi mesi che ero qui a Milano, un agente di custodia

mi domandò ingenuamente se era vero che io, se avessi cambiato bandiera, sarei stato ministro.

Gli risposi sorridendo che ministro era un po’ troppo, ma che sottosegretario alle Poste o ai Lavori Pubblici avrei potuto esserlo,

dato che tali erano gli incarichi che nei governi si davano ai deputati sardi.

Scosse le spalle e mi domandò perché dunquen on avevo cambiato bandiera, toccandosi la fronte col dito.

Aveva preso sul serio la mia risposta e mi credeva matto da legare.

Dunque, allegro, e non lasciarti sommergere dall’ambiente paesano e sardo: bisogna sempre

essere superiori all’ambiente in cui si vive, senza perciò disprezzarlo o credersi superiori.

Capire e ragionare, non piagnucolare come donnette! Hai capito?

Devo proprio essere io, che sono in prigione, con delle prospettive abbastanza brutte,

a far coraggio a un giovanotto che può muoversi

liberamente, può esplicare la sua intelligenza nel lavoro quotidiano e rendersi utile?

Ti abbraccio affettuosamente insieme con tutti di casa.

Nino

Ciò che hai promesso di mandarmi, mandalo appena puoi,

perché ne ho proprio bisogno.

Spero in seguito di non dover piú ricorrere al tuo aiuto.