Eletti ed elettori

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Tutti ladri, tutti furbi, tutti bugiardi, tutti incompetenti e inaffidabili, tutti in galera, tutti alla forca, tutti al confino, chi? I politici naturalmente e senza ombra di dubbio. La classe politica è lo specchio fedele di un Paese e allora è inutile lamentarsi quando stili e comportamenti sono parte integrante dell’agire di quasi tutto un popolo, perché in Italia non manca nulla proprio nulla di esempi di furbi, di corrotti, di malcostume, di disonestà piccola o grande si trovano in tutte le parti d’Italia. C’è chi si lamenta delle tasse troppe alte e dell’evasione fiscale ed è proprietario di yacht e Ferrari con una dichiarazione dei redditi pari a zero, chi è sempre in cerca di raccomandazione per un posto di lavoro, per passare l’esame all’università, per fare una visita medica, chi dipendente pubblico timbra il cartellino alle 8.00 e alle 8.03 è già fuori dall’ufficio, chi si dà malato per una vita intera ed è sano come un pesce. Chi corrompe per vincere un appalto, chi tirava la monetina ai politici ladri e vent’anni dopo riceve la stessa sorte. Chi si rompe una gamba ed è sempre e comunque colpa di qualche politico o qualche apparato dello Stato. Grottescamente questi modi di fare sono ingigantiti dalla classe politica. Sì ha tante colpe la classe politica e dirigente di questo Paese, ma pretendere che cambi o migliori da un giorno all’altro è un vuoto a perdere, se prima non cambiano i cittadini elettori. Con l’onta qualunquista propria di qualsiasi crisi economica è facile riversare tutto il malessere sui primi imputabili, che ognuno si prende le proprie responsibilità e le prime son del popolo sempre malato di leaderismo e di chi sembra avere un potere taumaturgico che li liberi da tutti i mali, sinistra destra centro sopra sotto che sia, la catarsi collettiva dove iniziare dal popolo; ‘Pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italian’ scriveva Massimo D’Azeglio quasi due secoli fa.

Johnny Spata

Polvere da sparo

Il testo che leggerete qui sotto è scritto da Paolo Persichetti, matricola penale n. EE010201071,
detenuto nella Casa di Reclusione di Rebibbia, Sezione Semiliberi, Terzo piano, cella 17,
blog Insorgenze.
Scrive a Vauro, che ultimamente degenera di giorno in giorno, e che oggi ha inaugurato la sua collaborazione con il FattoQuotidiano, superando in squallore le precedenti uscite su Il Manifesto
[per leggere altro sulle vignette di Vauro: QUI]

Guardare e vedere a volte sono cose diverse. Tutti noi guardiamo ma non sempre vediamo la stessa cosa. Per esempio questa vignetta di Vauro Senesi che ha inaugurato stamani la sua collaborazione con il Fatto quotidiano, l’organo del partito giustizalista italiano, i manettari per farla breve, dopo aver lasciato di corsa il manifesto come i topi che fuggono dalla nave che affonda.
Vauro ora è nel suo ambiente naturale, come già lo era con Anno zero; da anni le…

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tempi bui

Va di moda il legalitarismo , la richiesta di manette per tutto e tutti per chi non rispetta l’ordine costituito, per il politico presunto ladro si invoca subito la galera, la gogna, il patibolo, come se quel politico fosse arrivato da saturno o da urano, ma vi siete mai chiesti se la cosiddetta Casta sia diretta espressione del popolo che invece di pretendere i propri diritti garantiti dalle legge e dalla Costituzione, si lascia convincere a cercare scorciatoie,  favoritismi,  raccomandazioni, a forza di chiedere la ghigliottina il potere ve la dà ma si ritorce sempre e comunque verso gli ultimi verso chi ruba un tozzo di pane per mangiare, quindi cari cittadini antisistema pensateci prima di invocare la galera per chiunque.  Io preferisco restare tra gli ultimi, tra chi non ce la fa. Tra buoni e cattivi scelgo i vinti ora e sempre saranno la mai Patria, dovrei lasciarli con una frase modaiala non ci riesco, preferisco dirvi provate a essere civili e se ci riuscite umili

Polvere da sparo

Oggi provo ad aprire questo blog con un istante in più di tempo del solito,
Che ormai anche aggiornare questa pagina sembra diventato un gran lusso…
E allora prendo un post comparso da qualche ora su Femminismo A Sud, lo prendo così com’è, senza aggiungere una sola parola perché non ce la faccio, perché tutto ciò non smette di sconcertarmi,
no.
Non quello che riguarda il nostro corpo, non quella violenza cieca da stupratori, non quel che ne segue,
tra le chiacchiere della tanto brava gente, tra le donne pronte a condannare, tra chi tira fuori i distinguo, chi conta i centimetri delle gonne, chi decide chi è puttana e chi no, chi è solo rumena, chi è santa, chi è uno straccio da scoparsi e poi magari da dar fuoco.
Perché Michela, in fin di vita dopo che un balordo l’ha “appicciata”, è stata stuprata da ogni italiano…

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Breivik, la cella, l’Italia, la sinistra di Alessandro Gilioli

 

breivik-la-cella-litalia-la-sinistra

 

Ieri mattina ho condiviso su Facebook uno status di Ciro Pellegrino:

«Insomma, dite che 21 anni di galera per lo stragista di Utoya sono pochi. Premesso che una vita umana è incalcolabile, quanto è giusto far stare una persona in carcere? Tutta la vita? E se non crediamo nella possibilità di ricollocazione sociale allora non è meglio ucciderlo subito?»

Ho avuto in tutto sette like, su oltre cinquemila contatti: molti meno di quando scrivo cose tipo ‘ho mangiato la caponata’ o ‘fa caldo qui a Roma’.

Oggi vedo che, sempre su Fb, è pieno di gente che posta la foto della cella di Breivik: persone furiose perchė il terrorista ha un letto decente, una tv, un computer, e alla finestra non si vedono sbarre.

Non è che mi stupisca: tra gli svariati e dannosi effetti collaterali del berlusconismo e della sua cultura illegalitaria, in questi anni in Italia si è sviluppata per reazione – anche a sinistra, soprattutto a sinistra – una gran confusione tra il rispetto delle norme e la voglia di forca, tra la civiltà delle regole e la vendetta inumana.

Lo capisco, in qualche modo. Davvero.

Ma adesso basta.

Adesso a sinistra è ora di svegliarsi e di darsi una bella regolata.

La tortura inumana delle nostre carceri non appartiene certo alla cultura di sinistra, la cella pulita e a misura d’uomo di Breivik sì, chiaro?

Il carcere a vita (surrogato ipocrita della pena di morte) non è di sinistra, la fiducia nella possibilità che qualsiasi persona cambi profondamente sì.

E sono culturalmente di sinistra le parole della signora Ellen Bjerce, portavoce del carcere dove è rinchiuso Breivik: «L’isolamento non deve essere una tortura. Anche lui è un essere umano e ha i suoi diritti».

Così come erano di sinistra le parole del premier norvegese Jens Stoltenberg all’indomani della strage di Utoya, quando disse che a quella mattanza il suo Paese avrebbe risposto «non con meno apertura, con meno diritti e con meno tolleranza, ma con più apertura, con più diritti e con più tolleranza». Una frase impensabile da noi, dove politici di destra e di sinistra avrebbero fatto a gara per proporre l’esercito in assetto di guerra ai giardini pubblici, la castrazione chimica, l’oscuramento di YouTube.

Ecco, appunto.

Come noto, la Norvegia ha uno dei welfare migliori del mondo, servizi pubblici eccellenti, pari opportunità per le donne, aiuti per studiare e cercare lavoro ai giovani, assistenza agli anziani. Bene, a noi di sinistra può essere utile sapere che quel welfare straordinario non è culturamente e politicamente cosa diversa dalla pena «troppo mite» e dal «carcere di lusso» che hanno destinato a Breivik. Chiaro? Sono due facce della stessa medaglia. Simul stabunt, simul cadent.

È una questione di civiltá, di umanesimo, di rispetto sociale.

Proprio come mandare la gente a vita in una cella di sette metri da dividere a quaranta gradi con altri cinque detenuti si tiene perfettamente con un Paese in cui invece il welfare viene fatto a pezzi, la scuola pubblica viene tagliata, gli ospedali sono fatiscenti e l’unica cosa che cresce sono le iniquità.

E questo Paese è il nostro: quello che vogliamo e dobbiamo cambiare, in meglio.

Eutanasia in Germania, da crimine a diritto

 

 

 

 

 

 

La Corte Suprema della Germania ha legalizzato l’eutanasia: la decisione è stata presa in seguito al processo subito da un uomo che dietro consiglio del suo legale aveva staccato la spina alla madre, in coma da 8 anni.
Avvocato e cliente, finiti sotto processo con l’accusa di omicidio e istigazione di reato, sono stati assolti dopo la decisione della Corte. Da questo momento i malati terminali tedeschi non saranno più costretti al turismo “della dolce morte” come avveniva prima, verso Paesi come la Svizzera e i Paesi Bassi, almeno per chi poteva permettersi le spese di viaggio.
In altri Paesi, come l’Italia o la Russia, l’eutanasia è considerata ancora un atto criminale. E ai malati che non hanno i mezzi economici per lo spostamento resta solo la speranza che un famigliare o un medico stacchino la spina nonostante l’alta probabilità di finire sotto processo.

La questione dell’eutanasia pone mille dubbi etici e legali. Ma la scelta di fondo dovrebbe spettare solo al malato che coscientemente e senza obblighi morali o legali decide della propria vita. Libertà è ancora chiedere la morte, quando le cure mediche sono inutili e diventano un accanimento.

Johnny Spata