‘’Cent’anni di solitudine’’ di Gabriel García Márquez

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Secondo fu il mangiatore invitto, fino al sabato disgraziato in cui comparve Carnila Sagastume, una femmina totemica nota nell’intero paese col nome di La Elefantessa. Il duello si prolungò fino allo spuntare del giorno del martedi. Nelle prime ventiquattro ore, dopo aver liquidato un vitello con contorno di tuberi e banane cotte, e inoltre una cassa e mezzo di champagne, Aureliano Secondo era sicuro di vincere. Si considerava più entusiasta, più vitale  della imperturbabile avversaria, che sfoggiava uno stile evidentemente più  professionale, ma anche meno emozionante per l’eterogeneo pubblico che  traboccò nella casa. Mentre Aureliano Secondo mangiava a quattro palmenti, smanioso di vincere, l’Elefantessa sezionava la carne con l’arte di  un chirurgo, e la mangiava senza fretta e perfino con un certo piacere. Era gigantesca e massiccia, ma contro la corpulenza colossale prevaleva la  dolcezza della femminilità, e aveva un viso cos ì grazioso, delle mani così fini e ben curate e un fascino personale cos ì irresistibile, che quando Aureliano Secondo la vide entrare in casa commentò a bassa  voce che avrebbe preferito non fare il torneo a tavola bensí a letto. Più tardi, quando la vide consumare la culatta del vitello, senza violare una sola regola della migliore urbanità, commentò seriamente che quella delicata, affascinante e insaziabile proboscidata era in un certo modo la donna ideale. Non si sbagliava. La fama di rompiossa che aveva preceduto l’Elefantessa mancava di fondamento. Non era trituratrice di buoi, né donna barbuta di un circo greco, come si diceva, ma direttrice di un’accademia di canto. Aveva imparato a mangiare quando era già una rispettabile madre di famiglia, cercando un metodo per far sì che i suoi figli si alimentassero meglio e non mediante stimoli artificiali dell’appetito bensí mediante l’assoluta tranquillità dello spirito. La sua teoria, dimostrata nella pratica, si basava sul principio che una persona che avesse perfettamente sistemato tutte le pendenze della sua coscienza, poteva mangiare senza sosta finché non fosse stata vinta dalla stanchezza. Di modo che fu per ragioni morali, e non per interesse sportivo, che tralasciò le cure dell’accademia e del focolare domestico per competere con un uomo la cui fama di grande mangiatore senza principi aveva fatto il giro del paese. Fin dalla prima volta in cui lo vide, si rese conto che Aureliano Secondo sarebbe stato vinto non dallo stomaco ma dal carattere. Alla fine della prima notte, mentre l’ Elefantessa continuava impavida, Aureliano Secondo si stava esaurendo dal gran parlare e ridere. Dormirono quattro ore. Quando si svegliarono, ognuno di loro bevve il succo di cinquanta arance, otto litri di caffè e trenta uova crude. All’inizio del secondo giorno, dopo molte ore insonni e dopo aver liquidato due maiali, un casco di banane e quattro casse di champagne, l’Elefantessa sospettò che Aureliano Secondo, senza saperlo, doveva aver scoperto il metodo da lei creato, ma per la strada assurda della irresponsabilità totale. Era, quindi, più pericoloso di quanto lei aveva pensato. Tuttavia, quando Petra Cotes portò in tavola due tacchini arrosto, Aureliano Secondo era a un passo dalla congestione.”Se non può, non mangi più,” disse l’Elefantessa. “Restiamo pari.”Lo disse col cuore, comprendendo che il rimorso di star propiziando la morte dell’avversario le avrebbe impedito di mangiare anche un solo boccone in più. Ma Aureliano Secondo lo interpretò come una nuova sfida, e si rimpinzò di tacchino al di là della sua incredibile capacità. Perse conoscenza. Cadde bocconi nel piatto degli ossi, vomitando schiumate di cane dalla bocca, e soffocando in rantoli di agonia. Sentì, in mezzo alle tenebre, che lo gettavano dal più alto di una torre verso un precipizio senza fondo, e in un ultimo sprazzo di lucidità si rese conto che alla fine diquella interminabile caduta lo stava aspettando la morte.

“Portatemi da Fernanda,” riuscì a dire.

Gli amici che lo deposero in casa credettero che avesse mantenuto la promessa fatta alla moglie di non morire nel letto della concubina. Petra Cotes aveva incerato gli stivaletti di vernice che lui voleva portare con sé nella bara, e stava già cercando qualcuno che glieli recapitasse,quando vennero a dirle che Aureliano Secondo era fuori pericolo. Si ristabilí, in effetti, in meno di una settimana, e quindici giorni dopo stava celebrando con una baldoria senza precedenti l’avvenimento della sopravvivenza. Continuò a vivere in casa di Petra Cotes, ma andava a trovare Fernanda tutti i giorni e certe volte si fermava a mangiare in famiglia, come se il destino avesse invertito la situazione, e lo avesse trasformato in marito dalla concubina e amante dalla moglie. Fu un sollievo per Fernanda. Nel tedio dell’abbandono, le sue uniche distrazioni erano gli esercizi di clavicembalo nell’ora della siesta, e le lettere dei suoi figli. Nelle dettagliate missive che spediva ogni quindici giorni, non c’era una sola linea di verità. Nascondeva loro le sue pene.Celava la tristezza di una casa che nonostante la luce sulle begonie, nonostante l’afa delle due dei pomeriggio, nonostante le frequenti raffiche di festa che arrivavano dalla strada, somigliava sempre di riti alla magione coloniale dei suoi padri. Fernanda vagava sola tra tre fantasmi vivi e il fantasma morto di José Arcadio Buenda, che a volte veniva a sedersi con un’applicazione inquisitiva nella penombra del salotto, mentre lei sonava il clavicembalo. Il colonnello Aureliano Buendía era un’ombra. Dall’ultima volta che era uscito in strada per proporre una guerra senza avvenire al colonnello Gerineldo Màrquez, lasciava il laboratorio soltanto per andare a orinare sotto il castagno. Non riceveva altre visite che quelle del barbiere ogni tre settimane. Si alimentava di qualsiasi cosa gli portava Ursula una volta al giorno, e benché continuasse a fabbricare pesciolini d’oro con la stessa passione di un tempo, smise di venderli quando venne a sapere che la gente non li comprava come gioielli ma come reliquie storiche. Aveva fatto nel patio un falò delle bambole di Remedios, che decoravano la stanza da letto fin dal giorno del suo matrimonio.La vigile Ursula si accorse di quello che stava facendo suo figlio, ma non poté impedirlo.

“Hai un cuore di pietra,” gli disse.

“Questa non é una questione di cuore,” disse lui. “La stanza si sta riempiendo di tarme.” Amaranta tesseva il suo sudario. Fernanda non capiva perché mai di tanto in tanto scriveva lettere occasionali a Meme, e le mandava perfino dei regali, e invece non voleva sentire nemmeno parlare di José Arradio. “Morirete senza sapere perché,” rispose Amaranta quando lei glielo chiese tramite Ursula, e quella risposta seminò nel suo cuore un enigma che non riuscì mai a chiarire. Alta, eretta, altera, sempre vestita con abbondanti sottane di pizzo e con un’aria di distinzione che resisteva agli anni e ai cattivi ricordi, Amaranta sembrava portare sulla fronte la croce di cenere della verginità. In realtà la portava sulla mano, nella benda nera che non si toglieva mai nemmeno quando dormiva, e che lei stessa lavava e stirava. La vita le si esauriva nel ricamo del sudario. Si sarebbe detto che ricamava durante il giorno per disfare il lavoro di notte, e non con la speranza di sconfiggere in quel modo la solitudine, ma tutto al contrario, per sostenerla. La maggiore preoccupazione di Fernanda nei suoi anni di abbandono era che Meme venisse a passare le prime vacanze in casa e non vi trovasse Aureliano Secondo. La congestione mise fine a quel timore. Quando Meme tornò, i suoi genitori si erano messi d’accordo non soltanto per far sì che la bambina continuasse a credere Aureliano Secondo un marito domestico, ma anche perché non si notasse la tristezza della casa. Tutti gli anni, per due mesi, Aureliano Secondo recitava la sua parte di marito esemplare, e organizzava feste con gelati e biscottini, che la lieta e vivace studentessa rallegrava col clavicembalo. Era evidente fin da allora che aveva ereditato assai poco del carattere della madre. Sembrava piuttosto una seconda versione di Amaranta, quando questa non conosceva l’amarezza e andava mettendo sossopra la casa coi suoi passi di ballo, a dodici, a quattordici anni, prima che la passione segreta per Pietro Crespi facesse definitivamente cambiar strada al suo cuore.

Pagine tratte da ‘’ Cent’anni di solitudine’’ di Gabriel García Márquez

 

Lettere dal carcere Antonio Gramsci

Carissimo Carlo,                                                           12. IX. 1927

ho ricevuto insieme la tua lettera del 30 agosto e l’assicurata del 2 settembre.

Ti ringrazio di tutto cuore. Non so cosa ti ha scritto Mario; ho l’impressione che ti abbia troppo allarmato,

mentre  io pensavo che la sua visita avrebbe contribuito a rassicurare la mamma. Mi sono sbagliato.

La tua lettera del 30 agosto è poi addirittura drammatica. Ti voglio, d’ora innanzi, scrivere spesso,

per cercare di convincerti che il tuo stato d’animo non è degno di un uomo (e tu non sei piú tanto

giovane, ormai). È lo stato d’animo di chi è in preda al panico, di chi vede

pericoli e minacce da  tutte le parti, e perciò diventa impotente ad operare seriamente e

a vincere le difficoltà reali, dopo averle bene determinate e circoscritte da quelle immaginarie

che la sola fantasia ha creato. E prima di tutto voglio dirti che tu e anche gli altri di casa non mi

conoscete che ben poco e avete perciò una opinione completamente sbagliata sulla mia forza di resistenza.

Mi pare che siano quasi 22 anni da che io ho lasciato la famiglia; da 14 anni poi sono venuto

a casa solo due volte, nel 20 e nel 24. Ora in tutto questo tempo non ho mai fatto il signore; tutt’altro;

ho spesso attraversato dei periodi cattivissimi e ho anche fatto la fame nel senso piú letterale della parola.

A un certo punto questa cosa bisogna dirla, perché [ … ] si riesce a rassicurare.

Probabilmente tu qualche volta mi hai un po’ invidiato perché mi è stato possibile studiare.

Ma tu non sai certamente come io ho potuto studiare. Ti voglio solo ricordare ciò che mi è successo

negli anni dal 1910 al 1912. Nel 10, poiché Nannaro era impiegato a Cagliari, andai a stare con lui.

Ricevetti la prima mesata, poi non ricevetti piú nulla: ero tutto a carico di Nannaro, che non guadagnava

piú di 100 lire al mese. Cambiammo di pensione. Io ebbi una stanzetta che aveva perduto

tutta la calce per l’umidità e aveva solo un finestrino che dava in una specie di pozzo, piú latrina che cortile.

Mi accorsi subito che non si poteva andare avanti, per il malumore di Nannaro che se

la prendeva sempre con me. Incominciai col non prendere piú il poco caffè al mattino,

poi rimandai il pranzo sempre piú tardi e cosí risparmiavo la cena. Per 8 mesi circa mangiai cosí una sola

volta al giorno e giunsi alla fine del 3° anno di liceo, in condizioni di denutrizione molto gravi.

Solo alla fine dell’anno scolastico seppi che esisteva la borsa di studio del Collegio Carlo Alberto,

ma nel concorso si doveva fare l’esame su tutte le materie dei tre anni di Liceo; dovevo

perciò fare uno sforzo enorme nei tre mesi di vacanze. Solo zio Serafino si accorse delle deplorevoli condizioni

di debolezza in cui mi trovavo, e mi invitò a stare con lui ad Oristano, come ripetitore di Delio.

Vi rimasi 1 mese ½ e per poco non divenni pazzo. Non potevo studiare per il concorso,

dato che Delio mi assorbiva completamente e la preoccupazione, unita alla debolezza, mi fulminava.

Scappai di nascosto. Avevo solo un mese di tempo per studiare. Partii per Torino come se fossi in istato

di sonnambulismo. Avevo 55 lire in tasca; avevo speso 45 lire per il viaggio in terza delle 100 lire avute da casa.

C’era l’Esposizione e dovevo pagare 3 lire al giorno solo per la stanza.

Mi fu rimborsato il viaggio in seconda,un’ottantina di lire ma non c’era da ballare perché gli esami

duravano circa 15 giorni e solo per la stanza dovevo spendere una cinquantina di lire.

Non so come ho fatto a dar gli esami, perché sono svenuto due o tre volte. Riuscii ma incominciarono i guai.

Da casa tardarono circa due mesi a inviarmi le carte per l’iscrizione all’università, e siccome l’iscrizione era sospesa,

erano sospese anche le 70 lire mensili della borsa. Mi salvò un bidello che mi trovò una pensione di 70 lire, dove

mi fecero credito; io ero cosí avvilito che volevo farmi rimpatriare dalla questura.

Cosí ricevevo 70 lire e spendevo 70 lire per una pensione molto misera.

E passai l’inverno senza soprabito, con un abitino da mezza stagione buono per Cagliari.

Verso il marzo 1912 ero ridotto tanto male che non parlai piú per qualche mese: nel parlare sbagliavo le parole.

Per di piú abitavo proprio sulle rive della Dora, e la nebbia gelata mi distruggeva.

Perché ti ho scritto tutto ciò? Perché ti convinca che mi sono trovato in condizioni terribili,

senza perciò disperarmi, altre volte. Tutta questa vita mi ha rinsaldato il carattere.

Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto,

bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Mi sono convinto che bisogna sempre

contare solo su se stessi e sulle proprie forze; non attendersi niente da nessuno e

quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via.

La mia posizione morale è ottima: chi mi crede un satanasso, chi mi crede quasi un santo.

Io non voglio fare né il martire né l’eroe. Credo di essere semplicemente un uomo medio,

che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo.

Ti potrei raccontare qualche aneddoto divertente. Nei primi mesi che ero qui a Milano, un agente di custodia

mi domandò ingenuamente se era vero che io, se avessi cambiato bandiera, sarei stato ministro.

Gli risposi sorridendo che ministro era un po’ troppo, ma che sottosegretario alle Poste o ai Lavori Pubblici avrei potuto esserlo,

dato che tali erano gli incarichi che nei governi si davano ai deputati sardi.

Scosse le spalle e mi domandò perché dunquen on avevo cambiato bandiera, toccandosi la fronte col dito.

Aveva preso sul serio la mia risposta e mi credeva matto da legare.

Dunque, allegro, e non lasciarti sommergere dall’ambiente paesano e sardo: bisogna sempre

essere superiori all’ambiente in cui si vive, senza perciò disprezzarlo o credersi superiori.

Capire e ragionare, non piagnucolare come donnette! Hai capito?

Devo proprio essere io, che sono in prigione, con delle prospettive abbastanza brutte,

a far coraggio a un giovanotto che può muoversi

liberamente, può esplicare la sua intelligenza nel lavoro quotidiano e rendersi utile?

Ti abbraccio affettuosamente insieme con tutti di casa.

Nino

Ciò che hai promesso di mandarmi, mandalo appena puoi,

perché ne ho proprio bisogno.

Spero in seguito di non dover piú ricorrere al tuo aiuto.

da Sesana a Trappeto ricordando Danilo Dolci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UN MONDO DIVERSO,ATTRAVERSO LA NON VIOLENZA

Danilo Dolci nasce a Sesana, Trieste, il 28 giugno 1924 di

padre Enrico, italiano, delle ferrovie dello Stato, e dalla madre

Meli Kontely, slava. Frequente la scuola  in Lombardia,fino al diploma

presso il Liceo Artistico di Brera a soli diciassette anni;

si iscriverà alla Facoltà di Architettura di Milano.

Quando il padre venne trasferito a Trappeto, Danilo lo raggiunse una prima

volta, nel ’40 e poi v nel ’41. Avendo molto interesse

per Segesta e per Selinunte, si recava spesso a disegnare in quei luoghi

archeologici, soprattutto a Segesta. Il ricordo del mondo di Trappeto scoprendo la

miseria terribile di quei luoghi.

A quindici anni Danilo, era un normalissimo ragazzo della sua

età: con una famiglia di media, frequenta la scuola un anno

A sedici anni,scatta  il bisogno di conoscere il mondo e inizia a vivere

tra gli scritt Platone, Goethe.gli scempi   nazisti si rincorrevano  di bocca in bocca e Danilo, in

tra un mare di atrocità buttò una pistola, che aveva trovato, e all’alba dei  vent’anni scelse : la nonviolenza.

Dal ’52 fino alla sua morte ci sarà l’mpegno per le battaglie civili, tutte contro la mafie  e il malaffare nel segno della

non violenza a Trappeto , nonchè il lavoro educativo attraverso laboratori maieutici frequentati

da centinaia di bambini. Danilo Dolci ci lascia un grande esempio umano e personale

alle generazioni presenti e future.

Ciascuno cresce solo se sognato

 

C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.
C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.
C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

 

“Limone Lunare”

“Anche le piante dopo scaricate, si riposano.

Mi sento come un limone lunare

che non riposa mai.

Si chiamano lunari perché ogni luna butta le sue zagare

senza risparmio, non tutte infruttano –

casca la vecchia foglia dalle nuove,

gialle le deperite, come noi.

Quando si coglie l’ultimo limone

giallo maturo, è verde il piccolo

e affaccia il nuovo fiore, in ogni tempo

senza darci la secca.

Si raccolgono quando non c’è altri

e hanno altro valore.

Arrivano a cent’anni come noi

se si è sinceri, non ci viene il male

si resiste meglio:

a guardare una pianta di lunari

non pare mai inverno”.

Poesie di Danilo Dolci

Danilo Dolci (Sesana 28 Giugno 1924-Trappeto 30 dicembre 1997)

FIESTA di Ernest Hemingway

 

 

 

 

 

 

 

C’era luce nella stanza della concierge. Io bussai e lei mi dette

la posta. Le augurai buonanotte e salii di sopra. C’erano due lettere

e dei giornali. Li guardai sotto la lampada a gas della sala da

pranzo. Le lettere venivano dagli Stati. Una era un rendiconto di

banca. Presentava un bilancio di 4l 2432,60. Tirai fuori il libretto

degli assegni, sottrassi quattro assegni emessi dal primo del mese e

trovai di avere un bilancio di 4l 1832,60. Scrissi la cifra a tergo

del foglio. L’altra lettera era un annunzio matrimoniale. Il signore

e la signora Aloysius Kirby annunciavano il matrimonio della figlia

Caterina: non conoscevo né la ragazza né lo sposo. Dovevano aver

riempito la città di annunzi. Era un nome buffo. Ero certo di potermi

ricordare di chiunque avesse un nome come Aloysius. Era un buon nome

cattolico. C’era uno stemma sull’annunzio. Come Zizi il duca greco. E

quel conte. Il conte era buffo. Anche Brett aveva un titolo. Lady

Ashley. All’inferno Brett. All’inferno Vossignoria, Lady Ashley.

Accesi la lampada accanto al letto, spensi il gas e aprii la

finestra. Il letto era lontano dalla finestra ed io con la finestra

aperta mi sedetti sul letto e mi svestii. Fuori in strada un tram

notturno correva sui binari, portava la verdura ai mercati. Facevano

rumore la notte quando uno non poteva dormire. Spogliandomi mi

guardai nello specchio del grande armadio oltre il letto. Questo era

un tipico modo francese di arredare una stanza. Pratico anche,

suppongo. Essere pieno di ferite. Suppongo che fosse buffo. Misi il

pigiama e entrai a letto. Presi i giornali e strappai le fascette.

Erano giornali di corride. Uno era arancione. L’altro giallo. Avevano

tutti e due le stesse notizie, così bastava leggerne uno e l’altro

diventava inutile. Le Toril era il migliore, così cominciai a

leggerlo. Lo lessi da cima a fondo, compresa la Piccola Posta e gli

Annunzi Economici. Spensi la lampada. Forse sarei riuscito a dormire.

La mia testa cominciò a lavorare. La solita faccenda. Bene, era una

lurida faccenda essere ferito durante la fuga, su un fronte da burla

come quello italiano. Nell’ospedale italiano stavamo per formare

un’associazione. Aveva un buffo nome italiano. Fu nell’Ospedale

Maggiore di Milano, padiglione Ponte. L’edificio accanto era il

padiglione Zonda. C’era una statua di Ponte. O forse era Zonda. Fu

qui che il colonnello comandante del reggimento venne a visitarmi. Fu

buffo. Fu almeno la prima cosa buffa. Io ero tutto bendato. Ma gli

avevano detto come stava la cosa. Lui allora fece quel magnifico

discorso: “Voi, uno straniero, un inglese” (ogni straniero era un

inglese) “avete dato più della vostra vita”. Che discorso! Avrei

voluto averlo in cornice per appenderlo in ufficio. Non rise mai. Si

metteva nei miei panni, immagino. “Che disgrazia” diceva “che

disgrazia!”

Non ci ho ancora fatta l’abitudine, suppongo. Cerco solo di non

occuparmene e di non aver pasticci con la gente. Probabilmente mai

avrei avuto pasticci se non avessi incontrato Brett quando mi

spedirono in Inghilterra. Suppongo che lei volesse solo quello che

non poteva avere. Bene, la gente è fatta così. All’inferno la gente.

La Chiesa cattolica aveva un modo assai buono di considerare tutta la

faccenda. Buon sistema, ad ogni modo. Quello di non pensarci. Oh, un

ottimo sistema. Provare per credere.

Giacevo sveglio a pensare e il cervello mi saltava in aria. Non

riuscii a non pensarci, pensai a Brett e a tutto il resto che era

stato. Pensavo a Brett, e il cervello smise di saltarmi in aria,

cominciò dolcemente a navigare. Allora improvvisamente cominciai a

piangere. Dopo un poco mi sentii meglio, rimasi disteso nel letto

ascoltando i pesanti tram andare e venire giù nella strada, poi mi

addormentai.

Mi svegliai. C’era chiasso sulle scale. Stetti ad ascoltare e mi

sembrò di riconoscere una voce. Misi una vestaglia e andai alla

porta. Al pianterreno la concierge parlava. Era molto infuriata.

Sentii fare il mio nome e chiamai giù.

“Siete voi, Monsieur Barnes?” la concierge gridò.

“Sì, sono io.”

“C’è qui un tipo di donna che ha svegliato tutta la strada.

Guardate se è un lavoro da fare a quest’ora di notte! Dice che deve

vedervi. Io le ho detto che stavate dormendo.”

Poi sentii la voce di Brett. Mezzo addormentato ero sicuro che si

trattasse di Georgette. Non so perché. Georgette non poteva sapere il

mio indirizzo.

“Volete farla venir su, per favore?”

Brett venne su. Vidi che era completamente ubriaca.

“Cosa idiota” disse. “Fare una scena simile. Dico, tu non stavi

mica dormendo, vero?”

“Che pensavi che stessi facendo?”

“Non so. Che ora è?”

Guardai l’orologio. Erano le quattro e mezzo.

“Non avevo idea che ora fosse” disse Brett. “Senti, mi posso

sedere? Non essere in collera, tesoro. Ho lasciato il conte adesso.

Mi ha portata qui.”

“Che tipo è?” Stavo prendendo i bicchieri e la bottiglia del

brandy.

“Solo un poco” disse Brett. “Non cercare di ubriacarmi. Il conte?

Oh, mica male. E’ proprio uno dei nostri.”

“E’ un conte?”

“E’ almeno come se lo fosse. Io credo che lo sia, sai. Merita di

esserlo, ad ogni modo. Sa tutto quello che bisogna sapere sulla

gente. Non so dove ha imparato tante cose. Ha un circuito di

pasticcerie negli Stati.”

Mise la cannuccia nel bicchiere e succhiò.

“Pensa che l’ha chiamato un circuito. Qualcosa del genere. Tutte

collegate una con l’altra. Me ne ha parlato un poco. Maledettamente

interessante. E’ uno dei nostri, però. Sul serio si può dire che è

uno dei nostri.”

Prese un altro sorso.

“Questo è il mio pane” disse. “Ci sto bene in queste cose. Non ti

dispiace, vero? Sai, lui è occupato con Zizi.”

“E’ davvero un duca anche Zizi?”

“Non mi stupirebbe. Greco, sai. Infame pittore. Mi piace di più il

conte.”

“Dove sei stata con lui?”

“Oh, dappertutto. Mi ha portata qui adesso. Mi ha offerto diecimila

dollari per andare a Biarritz con lui. Quanto è in sterline?”

“Duemila circa.”

“Un sacco di soldi. Io gli ho detto che conoscevo troppa gente a

Biarritz.”

Rise.

“Dico, come sei lento” disse. Io avevo appena toccato il mio

brandy. Ne bevvi un gran sorso.

“Così va meglio” disse Brett. “Molto buffo. Allora lui voleva che

andassi a Cannes con lui. Gli ho detto che conoscevo troppa gente a

Cannes. Monte Carlo. Gli ho detto che conoscevo troppa gente a Monte

Carlo. Gli ho detto che conoscevo troppa gente dappertutto. Ed è

vero, anche. Così gli ho chiesto di portarmi qui.”

Mi guardò, con una mano sul tavolo, tenendo il bicchiere.

“Non fare quella faccia” disse. “Gli ho detto che sono innamorata

di te. Ed è vero, anche. Non fare quella faccia. Lui è stato molto

carino. Ci vuole a pranzo con lui domani sera. Ne hai voglia?”

“Perché no?”

“Adesso è meglio che vada.”

“Perché?”

“Volevo solo vederti. Un’idea così. Vuoi vestirti e venir giù? Lui

è giù in strada con la macchina.”

“Il conte?”

“Lui. Con la macchina e lo chauffeur in livrea. Vuol portarmi a far

colazione al Bois. Panieri di roba. Preso tutto da Zelli. Dozzine di

bottiglie di Mumms. Ti tenta?”

“Ho da lavorare nella mattinata” dissi “e sono troppo indietro

rispetto a voi per raggiungervi ormai più. Non sarei divertente.”

“Non far lo scemo.”

“Non posso.”

“Bene. Gli invii un tenero messaggio?”

“Niente.”

“Buonanotte, tesoro.”

“Non fare la sentimentale.”

“Sei tu che mi rovini.”

Ci baciammo per darci la buonanotte e Brett rabbrividì. “Meglio che

vada” disse. “Buonanotte, tesoro.”

“Nessuno ti obbliga ad andar via.”

“Sì, devo.”

Ci baciammo ancora sulle scale e quando io chiamai con il cordone,

la concierge di dietro la porta borbottò qualche cosa. Rientrai in

casa e dalla finestra aperta vidi Brett traversare la strada verso la

grossa limousine ferma all’angolo, sotto il lampione. Brett entrò e

l’auto partì. Mi voltai. Sul tavolo c’erano un bicchiere vuoto e un

bicchiere semipieno di brandy. Li portai in cucina e vuotai il

bicchiere semipieno nel lavandino. Spensi il gas in camera da pranzo,

seduto sul letto buttai via le pantofole, poi entrai sotto le

lenzuola. Questa era Brett, quella per cui ero stato capace di

piangere. Pensai allora a Brett che traversava la strada e saliva in

macchina, come l’avevo vista l’ultima volta, e dopo un attimo,

naturalmente, di nuovo mi sentii l’inferno dentro. E’

straordinariamente facile fare il superiore su ogni cosa di giorno,

ma di notte è un’altra faccenda.

 

pagine tratte da ”FIESTA, Il sole sorge ancora” di Ernest Hemingway

La casa in collina, Cesare Pavese

Quel giro di portico intorno al cortile, quelle scalette di mattoni per cui dai corridoi s’andava

sotto i tetti, e la grande cappella semibuia, facevano un mondo che avrei voluto anche piú chiuso,

piú isolato, piú tetro. Fui bene accolto da quei preti che del resto, lo capii, c’erano avvezzi:

parlavano del mondo esterno, della vita, dei fatti della guerra con un distacco che mi piacque.

Intravidi e ignorai i ragazzi, rumorosi e innocui. Trovavo sempre un’aula vuota, una scala, dove

passare un altro poco di tempo, allungarmi la vita star solo. I primi giorni trasalivo a ogni insolito

gesto, a ogni voce: avevo l’occhio a pilastri, a passaggi, a porticine, sempre pronto a rintanarmi e

sparire. Per molti giorni e molte notti mi durò in bocca quel sapore di sangue, e i rari momenti che

riuscivo a calmarmi e ricordare la giornata della fuga e dei boschi tremavo all’idea del pericolo cui

ero scampato, del cielo aperto, delle strade e degli incontri. Avrei voluto che la soglia del collegio,

quel freddo portone massiccio, fosse murata, fosse come una tomba.

Nel giro del portico passarono i giorni. Cappella, refettorio, lezioni, refettorio, cappella. Il

tempo cosí sminuzzato chiudeva i pensieri, trascorreva e viveva in luogo mio. Entravo in cappella

con gli altri, ascoltavo le voci, chinavo il capo e lo rialzavo, ripetevo le preghiere. Ripensavo

all’Elvira, se l’avesse saputo. Ma ripensavo anche alla pace, alla scoperta di quel giorno della chiesa,

e coprendomi gli occhi covavo il tumulto terribile. Le vetrate della cappella erano povere e scure, il

tempo s’era guastato e oscurato, piovigginava giorno e notte, io covavo nel freddo il terrore e la

chiusa speranza. Quando seduto in refettorio sotto il baccano dei ragazzi mi umiliavo in un

cantuccio e scaldavo le mani a quel piatto, mi compiacevo di esser come un mendicante. Che certi

ragazzi brontolassero sulla preghiera, sul servizio, sui cibi, mi metteva a disagio, mi riempiva di un

superstizioso rancore, di cui del resto mi accusavo. Ma per quanto tacessi, chinassi la testa,

raccogliessi i pensieri, non ritrovavo piú la pace di quel giorno della chiesa. Entrai qualche volta da

solo in cappella, nel freddo buio mi raccolsi e cercai di pregare; l’odore antico dell’incenso e della

pietra mi ricordò che non la vita importa a Dio ma la morte. Per commuovere Dio, per averlo con sé

— ragionavo come fossi credente — bisogna aver già rinunciato, bisogna essere pronti a sparger

sangue. Pensavo a quei martiri di cui si studia al catechismo. La loro pace era una pace oltre la

tomba, tutti avevano sparso del sangue. Com’io non volevo.

In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di esser ben nascosto. Non

chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia. Volevo esser buono per essere salvo. Lo capii cosí

bene che un giorno mollai. Naturalmente non fu in chiesa, ero in cortile coi ragazzi. I ragazzi

vociavano e giocavano al calcio. Nel cielo chiaro — quel mattino aveva smesso di piovere — vidi

nuvole rosee, ventose. Il freddo, il baccano, la repentina libertà del cielo, mi gonfiarono il cuore e

capii che bastava un soprassalto d’energia, un bel ricordo, per ritrovare la speranza. Capii che ogni

giorno trascorso era un passo verso la salvezza. Il bel tempo tornava, come tante stagioni passate, e

mi trovava ancora libero, ancor vivo. Anche stavolta la certezza durò poco piú di un istante, ma fu

come un disgelo, una grazia. Potei respirare, guardarmi d’attorno, pensare al domani. Quella sera

ripresi a pregare — non osavo interrompere — ma pregando pensai con meno angoscia alle

Fontane, e mi dicevo che tutto era caso, era gioco, ma appunto per questo potevo ancora salvarmi

L’ora piú cruda era l’alba, quando attendevo la campana del risveglio nel tettuccio in soffitta.

Tendevo l’orecchio nell’ombra, se mi giungessero rimbombi, tintinnii, secchi comandi. Era l’ora in

cui si fanno le irruzioni, in cui si sorprendono nei nascondigli i fuggiaschi. Nel caldo del letto

pensavo alle celle, ai visi noti, ai tanti morti. Nel silenzio rivedevo il passato, riandavo i discorsi,

chiudevo gli occhi e immaginavo di soffrire con gli altri. Già questo filo di coraggio mi faceva

trasalire. Poi venivano suoni lontani, chioccolii, tonfi vaghi. Pensavo alla grande pianura nella

nebbia, nell’ombra, ai boschi rigidi, ai pantani, alla campagna. Vedevo i posti di blocco e le ronde.

Quando la luce s’annunciava per le fessure dell’imposta, ero da un pezzo tutto sveglio, inquieto

A poco a poco entrai nel giro del collegio; dopo quindici giorni assistevo i ragazzi nelle ore

di studio. Me ne toccò un gruppetto di dodicenni, e fu fortuna perché dei maggiori qualcuno, in

divisa di avanguardista volontario, avrebbe potuto farmi domande. Altri assistenti come me

intravedevo in refettorio e nel cortile; ufficiali nascosti, si diceva, giovanotti del Sud separati dai

suoi. Cercai di evitarli. Nelle ore di studio sorvegliavo i ragazzi che se ne stavano in pace al loro

banco, tutt’al piú litigandosi per un pennino; io leggicchiavo per conto mio i loro libri. L’ora piú

bella era il mattino, quando i ragazzi se ne andavano a scuola, e il collegio diventava vuoto e

silenzioso. Allora i giovanotti assistenti se la battevano anch’essi, infilavano il portone, la viuzza,

correvano Chieri, i caffè, le ragazze. La loro imprudenza mi faceva tremare. Ma la mattina

silenziosa nel cortile o in un’aula vuota, leggicchiando guardando le nuvole, seguendo il sole sotto

gli archi, mi ridava un respiro, una calma. Bastava una visita o un passo perché sparissi dietro un

angolo, adocchiassi la scaletta che metteva sul tetto. Tuttavia troppe volte ormai mi ero allarmato a

vuoto, per patirci gran che. La stessa cappella poteva servirmi, perché metteva in sacrestia e di qui

in una chiesa aperta in piazza. Ma non tutti se ne andavano dal collegio la mattina, qualche prete

appariva e spariva sotto il portico; sovente parlavo con loro. Uno ce n’era che ascoltava la radio,

padre Felice, e mi dava le notizie e ci scherzava con un fare infantile e impassibile. Scorreva il

giornale con me. Per lui la guerra era una mena di “quei tali”, un pasticcio clamoroso e lontano, una

cosa che a Chieri importava ben poco. — Sciocchezze, — diceva, — queste campagne hanno

bisogno di concime e non di bombe —. Passarono un giorno nel cielo due o tre formazioni nemiche,

luccicanti d’argento; tremava la terra ai motori, il fragore copriva le nostre voci. Padre Felice corse a

vederli, suonò lui stesso la campana dell’allarme, qualche altro prete corse fuori, voleva scendere in

cantina. — Se venivano a Chieri, eravamo già morti, — disse lui strattonando la fune. Poi si

sentirono esplosioni in lontananza. Padre Felice tendeva l’orecchio, con una smorfia di disgusto, e

muoveva le labbra. Non si capiva se pregava o contava le botte. Io lo invidiavo perché mi

accorgevo che non faceva differenza tra quel pericolo mortale e un terremoto o una disgrazia.

Discorrendo con me, mi accettò sempre a prima vista; non mi chiedeva perché vivessi nascosto;

diceva soltanto: — Dev’essere brutto per un uomo come lei starsene chiuso —. Una volta gli dissi

che ci stavo benissimo. Lui chinò il capo consentendo. — Si capisce, una vita tranquilla. Ma un po’

d’aria non guasta —. Era giovane, appena trentenne, figlio di contadini. Coi ragazzi, contadinotti

quasi tutti e teste dure, sapeva fare, rabbonirli, e tenerseli intorno. — Sono come i vitelli, — diceva,

— non si sa perché li mandano a scuola —. Mi chiedevo se anche Dino stava in mezzo ai ragazzi;

se andava a scuola come prima, se l’Elvira gli parlava. Mi chiedevo cosa fosse successo alla villa, se

mi avevano cercato a Torino. Tutto questo appariva remoto, di là dalla tomba, e l’idea di ricevere

qualche notizia mi faceva spavento. Meglio cosí, starmene al buio.

Invece vennero notizie, e inaspettate. Mi chiamarono in parlatorio. — Una donna vi cerca —

. Era l’Elvira con veletta e borsa, e Dino rosso e ravviato. — Non s’è visto nessuno, — mi dissero.

— Hanno tutt’altro da pensare. — Nemmeno in paese? — esclamai. — Nemmeno in paese.

— Mi avranno cercato dai miei, — dissi allora.

— Sua sorella le ha scritto.

Mi diede la lettera. Aprii la lettera, col cuore in gola. C’erano ancora quei paesi, quel

passato. Era stata spedita da pochissimi giorni, diceva le solite cose invernali. Nessuno — era chiaro

— mi aveva cercato neanche là.

Poi vidi a terra una valigia, e l’Elvira mi prevenne. — C’è la roba di Dino, siamo venuti col

carretto…

Dino guardava per il vetro il porticato e l’alto muro. Un prete attraversava il cortile

—… Siamo stati l’altro giorno alle Fontane. Nemmeno la porta avevano chiuso, ma tutto è al

suo posto. Bisogna dire che la gente è ancora onesta…

Parlava aggressiva, con un inutile bisbiglio. Era rossa e commossa. Si volse a Dino e disse a

un tratto: — Qui ti piace?

Venne un ragazzo a chiamare Dino dal rettore. Guardai l’Elvira stupefatto. Lei gli disse di

andare e dare buone risposte, poi volgendosi a me tentò un sorriso. — Siamo venuti con il parroco, mi disse. — Il parroco dice che questo ragazzo non può crescere abbandonato. Ha bisogno di

scuola, di guida. Frequentare a Torino non può, chi l’accompagna? Il parroco spera di farlo accettare

in collegio. Lo prenderanno, è quasi un orfano.

La strana idea mi rivoltò, per il pericolo evidente. Dino poteva far da pista e tradirmi, e

l’idea che ormai fosse solo al mondo non riuscivo a pensarla, mi pigliava sprovvisto,

— Qui fanno una retta, — insisté l’Elvira, — eccezionale, per i casi come il nostro. Costerà

poco o niente. È una grossa carità…

Cosí Dino rimase in collegio, e l’Elvira ci lasciò scrutandomi inquieta, assicurandomi che

avrebbe portato altra roba, che adesso Dino ci faceva paravento. Mi passò anche i saluti di sua

madre e dell’Egle. Disse che a tavola mettevano il mio piatto ogni sera. Era successo che sia lei che sua madre mi avevano sognato che scendevo le scale, e queste cose si avverano sempre.

Pagine tratte da ”La casa in collina” di Cesare Pavese

Eutanasia in Germania, da crimine a diritto

 

 

 

 

 

 

La Corte Suprema della Germania ha legalizzato l’eutanasia: la decisione è stata presa in seguito al processo subito da un uomo che dietro consiglio del suo legale aveva staccato la spina alla madre, in coma da 8 anni.
Avvocato e cliente, finiti sotto processo con l’accusa di omicidio e istigazione di reato, sono stati assolti dopo la decisione della Corte. Da questo momento i malati terminali tedeschi non saranno più costretti al turismo “della dolce morte” come avveniva prima, verso Paesi come la Svizzera e i Paesi Bassi, almeno per chi poteva permettersi le spese di viaggio.
In altri Paesi, come l’Italia o la Russia, l’eutanasia è considerata ancora un atto criminale. E ai malati che non hanno i mezzi economici per lo spostamento resta solo la speranza che un famigliare o un medico stacchino la spina nonostante l’alta probabilità di finire sotto processo.

La questione dell’eutanasia pone mille dubbi etici e legali. Ma la scelta di fondo dovrebbe spettare solo al malato che coscientemente e senza obblighi morali o legali decide della propria vita. Libertà è ancora chiedere la morte, quando le cure mediche sono inutili e diventano un accanimento.

Johnny Spata

X AGOSTO

San Lorenzo , io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto :
l’uccisero: cadde tra i spini;
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono ;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

X AGOSTO di Giovanni Pascoli