La casa in collina, Cesare Pavese

Quel giro di portico intorno al cortile, quelle scalette di mattoni per cui dai corridoi s’andava

sotto i tetti, e la grande cappella semibuia, facevano un mondo che avrei voluto anche piú chiuso,

piú isolato, piú tetro. Fui bene accolto da quei preti che del resto, lo capii, c’erano avvezzi:

parlavano del mondo esterno, della vita, dei fatti della guerra con un distacco che mi piacque.

Intravidi e ignorai i ragazzi, rumorosi e innocui. Trovavo sempre un’aula vuota, una scala, dove

passare un altro poco di tempo, allungarmi la vita star solo. I primi giorni trasalivo a ogni insolito

gesto, a ogni voce: avevo l’occhio a pilastri, a passaggi, a porticine, sempre pronto a rintanarmi e

sparire. Per molti giorni e molte notti mi durò in bocca quel sapore di sangue, e i rari momenti che

riuscivo a calmarmi e ricordare la giornata della fuga e dei boschi tremavo all’idea del pericolo cui

ero scampato, del cielo aperto, delle strade e degli incontri. Avrei voluto che la soglia del collegio,

quel freddo portone massiccio, fosse murata, fosse come una tomba.

Nel giro del portico passarono i giorni. Cappella, refettorio, lezioni, refettorio, cappella. Il

tempo cosí sminuzzato chiudeva i pensieri, trascorreva e viveva in luogo mio. Entravo in cappella

con gli altri, ascoltavo le voci, chinavo il capo e lo rialzavo, ripetevo le preghiere. Ripensavo

all’Elvira, se l’avesse saputo. Ma ripensavo anche alla pace, alla scoperta di quel giorno della chiesa,

e coprendomi gli occhi covavo il tumulto terribile. Le vetrate della cappella erano povere e scure, il

tempo s’era guastato e oscurato, piovigginava giorno e notte, io covavo nel freddo il terrore e la

chiusa speranza. Quando seduto in refettorio sotto il baccano dei ragazzi mi umiliavo in un

cantuccio e scaldavo le mani a quel piatto, mi compiacevo di esser come un mendicante. Che certi

ragazzi brontolassero sulla preghiera, sul servizio, sui cibi, mi metteva a disagio, mi riempiva di un

superstizioso rancore, di cui del resto mi accusavo. Ma per quanto tacessi, chinassi la testa,

raccogliessi i pensieri, non ritrovavo piú la pace di quel giorno della chiesa. Entrai qualche volta da

solo in cappella, nel freddo buio mi raccolsi e cercai di pregare; l’odore antico dell’incenso e della

pietra mi ricordò che non la vita importa a Dio ma la morte. Per commuovere Dio, per averlo con sé

— ragionavo come fossi credente — bisogna aver già rinunciato, bisogna essere pronti a sparger

sangue. Pensavo a quei martiri di cui si studia al catechismo. La loro pace era una pace oltre la

tomba, tutti avevano sparso del sangue. Com’io non volevo.

In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di esser ben nascosto. Non

chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia. Volevo esser buono per essere salvo. Lo capii cosí

bene che un giorno mollai. Naturalmente non fu in chiesa, ero in cortile coi ragazzi. I ragazzi

vociavano e giocavano al calcio. Nel cielo chiaro — quel mattino aveva smesso di piovere — vidi

nuvole rosee, ventose. Il freddo, il baccano, la repentina libertà del cielo, mi gonfiarono il cuore e

capii che bastava un soprassalto d’energia, un bel ricordo, per ritrovare la speranza. Capii che ogni

giorno trascorso era un passo verso la salvezza. Il bel tempo tornava, come tante stagioni passate, e

mi trovava ancora libero, ancor vivo. Anche stavolta la certezza durò poco piú di un istante, ma fu

come un disgelo, una grazia. Potei respirare, guardarmi d’attorno, pensare al domani. Quella sera

ripresi a pregare — non osavo interrompere — ma pregando pensai con meno angoscia alle

Fontane, e mi dicevo che tutto era caso, era gioco, ma appunto per questo potevo ancora salvarmi

L’ora piú cruda era l’alba, quando attendevo la campana del risveglio nel tettuccio in soffitta.

Tendevo l’orecchio nell’ombra, se mi giungessero rimbombi, tintinnii, secchi comandi. Era l’ora in

cui si fanno le irruzioni, in cui si sorprendono nei nascondigli i fuggiaschi. Nel caldo del letto

pensavo alle celle, ai visi noti, ai tanti morti. Nel silenzio rivedevo il passato, riandavo i discorsi,

chiudevo gli occhi e immaginavo di soffrire con gli altri. Già questo filo di coraggio mi faceva

trasalire. Poi venivano suoni lontani, chioccolii, tonfi vaghi. Pensavo alla grande pianura nella

nebbia, nell’ombra, ai boschi rigidi, ai pantani, alla campagna. Vedevo i posti di blocco e le ronde.

Quando la luce s’annunciava per le fessure dell’imposta, ero da un pezzo tutto sveglio, inquieto

A poco a poco entrai nel giro del collegio; dopo quindici giorni assistevo i ragazzi nelle ore

di studio. Me ne toccò un gruppetto di dodicenni, e fu fortuna perché dei maggiori qualcuno, in

divisa di avanguardista volontario, avrebbe potuto farmi domande. Altri assistenti come me

intravedevo in refettorio e nel cortile; ufficiali nascosti, si diceva, giovanotti del Sud separati dai

suoi. Cercai di evitarli. Nelle ore di studio sorvegliavo i ragazzi che se ne stavano in pace al loro

banco, tutt’al piú litigandosi per un pennino; io leggicchiavo per conto mio i loro libri. L’ora piú

bella era il mattino, quando i ragazzi se ne andavano a scuola, e il collegio diventava vuoto e

silenzioso. Allora i giovanotti assistenti se la battevano anch’essi, infilavano il portone, la viuzza,

correvano Chieri, i caffè, le ragazze. La loro imprudenza mi faceva tremare. Ma la mattina

silenziosa nel cortile o in un’aula vuota, leggicchiando guardando le nuvole, seguendo il sole sotto

gli archi, mi ridava un respiro, una calma. Bastava una visita o un passo perché sparissi dietro un

angolo, adocchiassi la scaletta che metteva sul tetto. Tuttavia troppe volte ormai mi ero allarmato a

vuoto, per patirci gran che. La stessa cappella poteva servirmi, perché metteva in sacrestia e di qui

in una chiesa aperta in piazza. Ma non tutti se ne andavano dal collegio la mattina, qualche prete

appariva e spariva sotto il portico; sovente parlavo con loro. Uno ce n’era che ascoltava la radio,

padre Felice, e mi dava le notizie e ci scherzava con un fare infantile e impassibile. Scorreva il

giornale con me. Per lui la guerra era una mena di “quei tali”, un pasticcio clamoroso e lontano, una

cosa che a Chieri importava ben poco. — Sciocchezze, — diceva, — queste campagne hanno

bisogno di concime e non di bombe —. Passarono un giorno nel cielo due o tre formazioni nemiche,

luccicanti d’argento; tremava la terra ai motori, il fragore copriva le nostre voci. Padre Felice corse a

vederli, suonò lui stesso la campana dell’allarme, qualche altro prete corse fuori, voleva scendere in

cantina. — Se venivano a Chieri, eravamo già morti, — disse lui strattonando la fune. Poi si

sentirono esplosioni in lontananza. Padre Felice tendeva l’orecchio, con una smorfia di disgusto, e

muoveva le labbra. Non si capiva se pregava o contava le botte. Io lo invidiavo perché mi

accorgevo che non faceva differenza tra quel pericolo mortale e un terremoto o una disgrazia.

Discorrendo con me, mi accettò sempre a prima vista; non mi chiedeva perché vivessi nascosto;

diceva soltanto: — Dev’essere brutto per un uomo come lei starsene chiuso —. Una volta gli dissi

che ci stavo benissimo. Lui chinò il capo consentendo. — Si capisce, una vita tranquilla. Ma un po’

d’aria non guasta —. Era giovane, appena trentenne, figlio di contadini. Coi ragazzi, contadinotti

quasi tutti e teste dure, sapeva fare, rabbonirli, e tenerseli intorno. — Sono come i vitelli, — diceva,

— non si sa perché li mandano a scuola —. Mi chiedevo se anche Dino stava in mezzo ai ragazzi;

se andava a scuola come prima, se l’Elvira gli parlava. Mi chiedevo cosa fosse successo alla villa, se

mi avevano cercato a Torino. Tutto questo appariva remoto, di là dalla tomba, e l’idea di ricevere

qualche notizia mi faceva spavento. Meglio cosí, starmene al buio.

Invece vennero notizie, e inaspettate. Mi chiamarono in parlatorio. — Una donna vi cerca —

. Era l’Elvira con veletta e borsa, e Dino rosso e ravviato. — Non s’è visto nessuno, — mi dissero.

— Hanno tutt’altro da pensare. — Nemmeno in paese? — esclamai. — Nemmeno in paese.

— Mi avranno cercato dai miei, — dissi allora.

— Sua sorella le ha scritto.

Mi diede la lettera. Aprii la lettera, col cuore in gola. C’erano ancora quei paesi, quel

passato. Era stata spedita da pochissimi giorni, diceva le solite cose invernali. Nessuno — era chiaro

— mi aveva cercato neanche là.

Poi vidi a terra una valigia, e l’Elvira mi prevenne. — C’è la roba di Dino, siamo venuti col

carretto…

Dino guardava per il vetro il porticato e l’alto muro. Un prete attraversava il cortile

—… Siamo stati l’altro giorno alle Fontane. Nemmeno la porta avevano chiuso, ma tutto è al

suo posto. Bisogna dire che la gente è ancora onesta…

Parlava aggressiva, con un inutile bisbiglio. Era rossa e commossa. Si volse a Dino e disse a

un tratto: — Qui ti piace?

Venne un ragazzo a chiamare Dino dal rettore. Guardai l’Elvira stupefatto. Lei gli disse di

andare e dare buone risposte, poi volgendosi a me tentò un sorriso. — Siamo venuti con il parroco, mi disse. — Il parroco dice che questo ragazzo non può crescere abbandonato. Ha bisogno di

scuola, di guida. Frequentare a Torino non può, chi l’accompagna? Il parroco spera di farlo accettare

in collegio. Lo prenderanno, è quasi un orfano.

La strana idea mi rivoltò, per il pericolo evidente. Dino poteva far da pista e tradirmi, e

l’idea che ormai fosse solo al mondo non riuscivo a pensarla, mi pigliava sprovvisto,

— Qui fanno una retta, — insisté l’Elvira, — eccezionale, per i casi come il nostro. Costerà

poco o niente. È una grossa carità…

Cosí Dino rimase in collegio, e l’Elvira ci lasciò scrutandomi inquieta, assicurandomi che

avrebbe portato altra roba, che adesso Dino ci faceva paravento. Mi passò anche i saluti di sua

madre e dell’Egle. Disse che a tavola mettevano il mio piatto ogni sera. Era successo che sia lei che sua madre mi avevano sognato che scendevo le scale, e queste cose si avverano sempre.

Pagine tratte da ”La casa in collina” di Cesare Pavese

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