Il Carcere di Cesare Pavese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C’era un giovane dalla barbetta ricciuta, che, seduto in un angolo, confabulava talvolta con la guardia di finanza. Non aveva mai salutato Stefano, e come veniva se ne andava, senza dare a Gaetano il tempo di canzonare. Stefano non era certo, ma gli pareva lo stesso che, seduto a cavalcioni di una sedia davanti alla bottega del barbiere, guardava la piazzetta deserta sotto il sole quel pomeriggio ch’egli era uscito dalla stazioncina ammanettato e carico di una valigia, e coi suoi carabinieri era entrato nel Municipio. Di quell’arrivo Stefano non riusciva a chiarirsi il ricordo. La stanchezza esasperata, l’afa marina, le braccia intormentite, le occhiate sazie e svogliate alla gente, gli turbinavano ancora nel cuore confondendo i nuovi visi in un balenio. E poi s’era guardato subito dattorno, cercando il mare, le rocce, le piante e le strade; e non riusciva a riconoscere quali facce l’avessero visto traversare la piazza. Ora gli pareva che tutto fosse stato indifferente e quasi deserto; ore che, come la folla di una fiera, molti si fossero raccolti o voltati al suo passaggio. Era stato di domenica: e adesso sapeva che la domenica molti sfaccendati attendevano quel treno.
Questo giovanotto si chiamava Giannino e gli pareva ostile. Poggiato di schiena al banco, ecco che un giorno accese la sigaretta e parlò a Vincenzo.
— Che ti dice quel giornale? Gli algerini hanno già consumato il tuo sapone? Se lo sono mangiato come burro sul pane?
— Voi scherzate, don Giannino, ma se avessi la vostra età ritornerei laggiú. Paese d’oro, Algeri bianca! — e Vincenzo si baciò la punta delle dita.
— Perché bianca, quando tutti sono neri? L’avrà lavata lui? — rispose Giannino, e si staccò dal banco e andò alla porta.
— Vincenzo tornerà in Algeria, quando tu, Giannino, tornerai a San Leo, — disse Gaetano.
Giannino sorrise compiaciuto. — Meglio averci dietro le donne che non la finanza. Le donne piú ti conoscono e piú ti cercano. Proprio come le guardie —. Giannino rise serrando le labbra, e se ne andò.
Dopo qualche minuto anche Stefano uscí nella strada.
S’incamminava al Municipio per finire il pomeriggio e chieder posta, quando Giannino sbucò da una strada.
— Una parola, ingegnere.
Stefano, stupito, si fermò.
— Ho bisogno dell’opera vostra. V’intendete di case? Mio padre ha disegnato una villetta e ci ha dimenticato le scale. L’ha provveduta d’ogni cosa, anche il terrazzo, ma ci ha dimenticato le scale. V’intendete di progetti?
— Sono elettrotecnico e da un anno appena, — disse Stefano sorridendo.
— Ma via, ve ne intendete. Venite da noi. Gli darete consigli per l’illuminazione. Questa sera?
— La sera non posso —. Stefano sorrise un’altra volta.
— Già. Ma il maresciallo è amico mio. Venite…
— Meglio di no. Venite voi da me.
Tutta quella sera, Giannino sorrise in un modo sollecito e tentante, nella penombra del cortile. Non occorreva la luce per vedergli i denti chiari e sentirne la voce cortese. S’era seduto a cavalcioni della seggiola, e il contralto con l’alone di luce della porta lo fondeva nella notte, immergendo le sue parole nei sussurri e nei tonfi del mare.
— Nella stanza fa caldo e c’è odore, — diceva Stefano. — Ho conservato le abitudini del carcere. Non ci si può affezionare a una cella. Non si può farsene una camera.
— Quella luce dal soffitto vi deve toglier gli occhi: è troppo cruda. Sarebbe meglio una candela.
Nella stanza, sopra una cassa, s’intravedeva la valigia non ancora disfatta.
— Sempre pronto per ripartire? — aveva detto Giannino dalla soglia.
— È lí per scongiuro. Può arrivare anche domani l’ordine di trasferirmi. Come ci si volta nel letto. Prigione o confino, non è mica star chiusi: è dipendere da un foglio di carta.
Seduti a fronte, si guardavano. Il mare sciacquava. Stefano sorrise.
— Da noi si dice che voialtri siete sporchi. Credo di essere piú sporco di voi.
Giannino rideva e si fece serio a un tratto.
— Lo siamo sporchi, — disse. — Ma io vi capisco, ingegnere. È per la stessa ragione per cui voi tenete la valigia pronta. Siamo gente inquieta che sta bene in tutto il mondo ma non al suo paese.
– Non è un brutto paese.
– Vi crederò quando avrete disfatta la valigia, – disse Giannino, poggiandosi la gota sul braccio
La case di Giannino dava anch’essa sul mare, ma Stefano ci andò di malavoglia, l’indomani, perché svegliandosi lo aveva preso l’angoscia consueta. Si svegliava sempre all’alba, inquieto, e giaceva nel letto con gli occhi socchiusi, ritardando l’istante che avrebbe ripreso coscienza. Ma la dolcezza del dormiveglia non esisteva per lui: la luce e il mare lo chiamavano, la stanza si schiariva, e gli doleva il cuore, di un’angoscia carnale, perduto in vaghi brandelli di sogni. Balzando dal letto, si riscuoteva. Quel mattino tuttavia durò la pena fin che non fu uscito in strada: la pace della sera precedente era sfumata, al pensiero di aver troppo parlato di sé.
Giannino non c’era. Venne la madre che non sapeva nulla di Stefano e lo fece entrare in un salotto pieno di carte polverose e dal pavimento a mattonelle rosse. I muri di quella case erano spessi come roccia. Da una piccola finestra si scorgeva un po’ di verde. Giannino era partito all’alba. Quando seppe dei progetti, la madre storse la bocca e si mise a sorridere.
Poi entrò il padre: un uomo secco, dai baffi spioventi e ingialliti, che non mostrava i settant’anni. Sapeva di Stefano, ma liquidò i progetti con un gesto. – Vorrei che ne parlaste con mio figlio, – disse. – La mia parse io l’ho già fatta.

– Non credo che vi sarò molto utile, – disse Stefano. I1 padre di Giannino allargò le braccia, muovendo i baffi in sollecitudine complimentosa.
La madre, ch’era una donna grande, dal viso massiccio andò a fare il caffè. Da un bricco d’argento lo versò in minuscole tazzine dorate disposte senza vassoio sul tavolo. I1 padre Catalano intanto, che ridendosela s’era messo a passeggiare avanti alla parete scrostata, venne a sedersi.
Solamente Stefano bevve il caffè. Le altre due tazze rimasero sul tavolo semivuote
– So del cave vostro, ingegnere, – diceva il vecchio con le mani sulle ginocchia. – Non siete il solo. Conosco i tempi.
– Come vi trovate, qui? – disse la signora
Il vecchio scattò. – Come vuoi che si trovi? Paesacci! Lavorare non potete?
Stefano fissava le fotografie sui mobili e i tappeti scoloriti, e rispondeva pacato. In quel vecchio salotto c’era un freddo di pietra che saliva le gambe. Rifiutò dell’altro caffè, e la signora li lasciò.
– Spero che avrete un buon influsso su quello sciagurato di mio figlio, – disse improvvisamente il vecchio. Si guardava intorno con un sorriso preoccupato, e quando Stefano si alzò per accommiatarsi gli tese le due mani: – La vostra visita è un onore. Tornate, ingegnere.
Stefano rincasò un momento a cercare un libro. Era alto mattino, e quel fresco e scalcinato salotto non gli usciva di mente. Con uno sforzo si chiarí il pensiero che era certo di aver pensato istanti prima in quel salotto. La serva scalza, erta sui fianchi, della case dei gerani, doveva vivere in stanze come quella. strisciare il piede sulle rosse mattonelle. O forse la case grigia era piú recente. Ma quelle tazzine dorate, quei vecchi ninnoli polverosi, quei tappeti e quei mobili, esalavano nel freddo della pietra l’anima di un passato. Erano quelle le case sempre chiuse, che forse un tempo avevano conosciuto, accoglienti e solatie, altra vita e altro calore. Parevano, a Stefano, le ville dell’infanzia, chiuse e deserte nei paesi del ricordo. La terra arida e rossa, il grigiore degli ulivi, le siepi carnose dei fichi, tutto aveva arricchito quelle case, ore morte e silenziose, se non per la bruna magrezza di qualche donna che aveva in sé tutto il selvatico dei campi e dei gerani.
Nel cortiletto Stefano trovò la figlia non piú giovane della sue padrona di case, che contegnosa scopava nel fossato un mucchio di rifiuti. A quell’ora insolita vide parecchi bimbi del vicinato scorrazzare e giocare sul terrazzo del tetto. Fra i clamori la donna gli sorrise pallidamente: cosí faceva sempre, incontrandolo. Aveva un viso grassoccio e smorto; vestiva di un nero tranquillo. Vedova o separate da un marito che l’aveva fatta vivere in qualche città lontana, non parlava il dialetto nemmeno con quei bambini. Lo seguí sulla porta della camera riordinata, e Stefano dovette volgersi a ringraziarla.
La donna immobile, deposta la scope, non gli staccava gli occhi di dosso. Il letto ricomposto e rimboccato ingentiliva tutta la stanza.
—Un giorno andrà via,—disse la donna, con la sua voce cupa. – Si ricorderà ancora di noi?
Stefano vide un piatto di fichidindia sul tavolino. Fece il viso piú sollecito che seppe e rispose qualcosa.
— Non lo si vede quasi mai, — disse la donna.
— Cercavo un libro.
— Legge troppo perché è solo, — disse la donna senza muoversi.
Sempre cosí faceva, nei pomeriggi quando entrava a portargli qualcosa. Seguivano lunghi silenzi che la donna occupava con occhiate, e Stefano era insieme compiaciuto e imbarazzato. La donna arrossiva con ferma insistenza e la sua voce cupa taceva cercando nel silenzio una dolcezza. Stefano assisteva con un senso di pena.
— No, che non sono solo, — disse forte quel mattino, e venne alla porta e le prese tra le mani le guance tirandosele al viso: il suo bacio finí sulla nuca di lei. Sul tetto si sentivano i tonfi precipitosi dei ragazzi. La confusione e l’audacia insieme fecero sí che la serrasse al petto. La donna non fuggiva, si stringeva al suo corpo; ma non s’era lasciata baciare.
Di colpo a Stefano nacque un desiderio pungente di quelli mattutini, irresistibili. La donna prese a carezzargli i capelli, infantilmente. Stefano non sapeva che dire. Quando le strinse i seni, la donna si scostò e lo guardò gravemente sorridendo.
Aveva un viso scarlatto e lacrimoso. Era quasi bella. Prese a susurrare: — No, adesso. Se mi vorrà davvero bene tornerò. Dobbiamo stare attenti. Tutti guardano. Sono anch’io sola come te… No: se mi vorrai bene. Deve tornare Vincenzino… Ora mi lasci.
Tornò Vincenzino, un ragazzetto nero con l’anfora piena. Stefano l’aiutò a deporla sul davanzale e cercava una moneta. Ma Elena, la donna, preso per mano il nipotino uscí senza volgersi indietro
Stefano si buttò sul letto, sorridendo. Vedeva gli occhi fissi della donna. Lo riprese il desiderio, e saltò giú dal letto. Trovarsi là in quell’ora insolita lo faceva sorridere come se potesse tutto osare. Uscendo, passò dalla spiaggia, per non incontrare la donna.
Il mare, visto pensando ad altro, era bello come nei primi giorni. Le piccole onde correvano ai piedi con labbra di spume. La sabbia liscia riluceva come marmo. Quando Stefano risalí verso le case, lungo una siepe polverosa pensava se, invece di quell’Elena, l’avesse abbracciato e baciato la ragazza scalza dei gerani. — Sarebbe bello incontrarla — mormorò, per udire la propria voce turbata, — quest’è il giorno dei fatti —. L’immaginò gaia e danzante, stupita sotto la fronte bassa, innamorata selvaggiamente di lui. Ne vide, con un rimescolio, le chiazze brune dei seni.
All’osteria trovò Vincenzo, che leggeva il giornale. Si scambiarono un saluto.
— Oggi sembra domenica, — disse Stefano.
— Faceste il bagno, ingegnere? Per voi è domenica sempre.
Stefano si sedette, tergendosi la fronte. — Prendete un caffè Vincenzo?
Vincenzo chiuse il giornale e levò il capo. La fronte calva gli faceva un sorriso stupito.
— Vi ringrazio ingegnere.
La testa nuda pareva quella di un bimbo. Giovane ancora, se imbronciava per caso le labbra, faceva pena. Una testa da fez rosso.
— Sempre domenica! — disse Stefano. — Voi che avete vissuto in città, sapete quant’è noiosa la domenica.
— Ma allora ero giovane.
— Forse che adesso siete vecchio?
Vincenzo fece una smorfia. — Si è vecchi quando si torna al paese. La mia vita era altrove.
Venne il caffè, che sorbirono adagio.
— Che si mangia oggi, ingegnere? — disse a un tratto Vincenzo, guardando sparire la vecchia ostessa.
— Un piatto di pasta.
— Poi ci sarà del fritto, — disse Vincenzo. — Stamattina vendevano pesce di scoglio, pescato alla luna. Ne comprò pure mia moglie. È scaglioso ma fino.
— Vedete che per me non è domenica. Io mi fermo alla pasta.
— Solamente? Siete giovane, per diavolo! Qui non siete alle carceri.
— Ma sono sulla porta. Non ho ancora il sussidio.
— Per diavolo vi spetta! Ve lo daranno certo.
— Non ne dubito. In attesa mangio olive.
— E perché vi sbancate in caffè?
— Non facevano cosí anche i vostri arabi? Meglio un caffè che un pranzo.
— Mi dispiace, ingegnere. Pasta e olive! La prossima volta offro io.
— Le olive me le mangio alla sera, scusate. Sono buone col pane.
Vincenzo era rosso e imbronciato. Sbatté il giornale piegandolo e disse: — Ecco il vostro guadagno! Scusate, ingegnere, ma foste fesso. Non si discute col governo.
Stefano lo guardò senz’espressione. Fare un viso insensibile gli ridava la pace del cuore: come tendere i muscoli in attesa di un colpo. Ma Vincenzo taceva, e cadendo lo sforzo nel vuoto, Stefano prese a sorridere. Quella mattina il suo sorriso era vero, bench’egli torcesse la bocca. Era come lo sguardo che aveva gettato sul mare. Lo coglieva come una smorfia macchinale, ma caldo e impreveduto.
Quel giorno Stefano non mangiò all’osteria. Rincasò con un pacco di pane, evitando il negozio della madre di Elena guardando le finestre di Giannino: sperava di non passare in solitudine il pomeriggio.
Ma nessuno venne e, rosicchiato un po’ di carne e di pane bagnato nell’olio, Stefano si buttò sul letto, deciso a svegliarsi soltanto se gli toccavano il braccio.
Non poteva star fermo, nel torrido silenzio, e di tanto in tanto scendeva per bere: senza sete, come aveva fatto nel carcere. Ma quel carcere volontario era peggio dell’altro. A poco a poco Stefano odiò se stesso perché non aveva il coraggio di allontanarsi.
Piú tardi andò a fare il bagno che non aveva fatto al mattino, e l’acqua placida del tramonto gli diede un po’ di pace, accapponandogli la pelle già nera di sole. Era nell’acqua quando si sentí chiamare. Sulla spiaggia, Giannino Catalano agitava il braccio.
Quando si fu rivestito, sedettero insieme sulla sabbia. Giannino scendeva allora dal treno: era stato in città, l’aveva veduto dal finestrino dirigersi alla spiaggia. Stefano gli disse sorridendo ch’era passato, la mattina, dai suoi.
— Oh, — disse Giannino, — v’avranno spiegato che sono un fannullone. Da quando ho smessa la scuola per questa barba, non pensano ad altro.
Stefano osservava con calma il viso ossuto e la barbetta scabra del compagno. Nella luce tranquilla e fresca gli parve di nuovo di afferrare il ricordo di lui seduto a cavalcioni in quella lontana domenica, e annoiato. Giannino trasse di tasca una pipetta.
— Ho fatto il militare e veduto un po’ di mondo, — disse frugandola col dito. — Poi ho smesso, perché somigliava troppo alla scuola.
— E adesso che fate?
— Quello che fate voi. Passo il tempo. E tengo d’occhio mio padre, ché i suoi muratori non lo facciano fesso.
— Vostro padre tiene d’occhio voi, — osservò Stefano.
— C’è chi ci tiene d’occhio tutti, — disse Giannino ammiccando. — Cosí è la vita.
Mentre accendeva la pipetta, la buffata azzurrina passò davanti al mare. Stefano la seguiva con gli occhi, e gli giunse, attutita, la frase di Giannino:
— Siamo poveri fessi. Quella libertà che il governo ci lascia, ce la facciamo mangiare dalle donne.
— Meglio le donne, — disse Stefano ridendo.
La voce di Giannino si fece seria.
— Avete già trovato?
— Che cosa?
— Una… donna, diamine.
Stefano lo guardò, canzonatorio.
— Non è facile qui. E poi lo vieta il regolamento. “Non frequentare donne a scopo di tresca o per qualsiasi…”
Giannino saltò in piedi. Stefano lo seguí vivamente con gli occhi. — Che scherzate, ingegnere? Voi non potete tenere una donna?
— Posso sposarmi, ecco.
— Oh, allora potete far pure il fidanzato.
Stefano sorrise. Giannino si rabboní e si rimise a sedere.
Il fumo azzurro che tornò a passare, congiungeva l’orizzonte col cielo e creava l’illusione di una traccia di nave.
— Non ne passano mai? — disse Stefano, indicando il largo.
— Siamo fuori d’ogni rotta, — disse Giannino. — Anche chi passa, doppia al largo. È un promontorio di rocce scoperte. Mi meraviglio che ci passi il treno.
— Di notte fa paura, — disse Stefano, — il treno. Lo sento fischiare nel sonno. Di giorno chi ci pensa? ma di notte pare che sfondi la terrazza, che traversi un paese vuoto e abbia fretta di scappare. È come sentire dal carcere scampanellare i tranvai. Fortuna che viene il mattino.
— Dovreste avere chi vi dorma accanto, — disse Giannino con voce attutita.
— Sarebbe una tresca.
— Storie, — rispose Giannino. — Il maresciallo ne ha due. Ogni uomo ha diritto.
— Noialtri abbiamo il lavoro e voi avete l’amore, mi diceva don Gaetano Fenoaltea.
— Fenoaltea? Quello è un fesso. Si fa mangiar dalle puttane tutti i soldi di suo padre. Ha pure ingravidato una servetta di tredici anni.
Stefano formò con le labbra un sorriso, e sorse in piedi davanti al mare pallido. In quel sorriso lo mordeva l’amarezza di aver creduto i primi giorni all’ingenuità del paese; e c’era pure la sua ripugnanza a scoprire ciò che gli altri commettessero di sordido. Piú che il fatto era il tono canzonatorio di chi raccontava, che gli dava fastidio. Gli impediva di amare comodamente come semplici cose le persone degli altri.
Prima di separarsi da lui, Giannino s’accorse della sue inquietudine, e tacque. Si lasciarono alla porta dell’osteria.
Rincasando quella sera Stefano era sicuro di sé. Trovò una sua giacchetta di pigiama, piegata sul letto in attesa.
Quando fu buio e il ciabattino del cortiletto ebbe spento comparve Elena sulla porta, e se la chiuse alle spalle e richiuse le imposte, appoggiandovisi, nera come in lutto. Si lasciò stringere e baciare, susurrando di far piano.
Aveva gli occhi umidi sul viso spaventato. Stefano capí che non sarebbe stato necessario parlare, e la trasse con sé. La stanza chiusa e illuminata era soffocante.

Pagine tratte da ”Il Carcere” di Cesare Pavese 1939

Per te..

un sera d’estate di tanti anni fa  i nostri sguardi si incrociarono..

Quel mio sorriso timido e i tuoi occhi pieni di luce…..

Come un fulmine che squarcia

Una giornata serena, ti riempie di paura…..

Ti emoziona, ti dà una scarica d’adrenalina….

Che dura e che non passa più

Io che ti dedico poesie….

E tu che non ci credi, dici una bugia, abbassi gli occhi e scappi via….

Pensi che ti prenda in giro….. e ti sembra un sogno uno

Come me…………  poi ti sveglierei piangendo

mi chiami piangendo

Quell’altro che ti ha fatto male, ti ha deluso

Ti lascia li piena di paura e di dubbi….

Io che ti do la mia spalla, il mio cuore….

La mia anima……

 Io che ci muoio dentro per te….

Mi tengo a distanza non voglio aprirti

Altri squarci ,perderti e farmi male

Ma te sei di un altro….

Tu scappi, io ti rincorro…

In un gioco di sguardi, di parole,

di infiniti sorrisi e pianto….

Mi troverai sempre al solito

Posto, sempre dove ci siamo

Conosciuti…….  A volerti….

A desiderati….

A rincorrerti finché il mio sogno

Non diventerà realtà…

Diventare una sola cosa …

Tu che piangi di gioia…

Ed io che piango

Perché ti appartengo……….

Breivik, la cella, l’Italia, la sinistra di Alessandro Gilioli

 

breivik-la-cella-litalia-la-sinistra

 

Ieri mattina ho condiviso su Facebook uno status di Ciro Pellegrino:

«Insomma, dite che 21 anni di galera per lo stragista di Utoya sono pochi. Premesso che una vita umana è incalcolabile, quanto è giusto far stare una persona in carcere? Tutta la vita? E se non crediamo nella possibilità di ricollocazione sociale allora non è meglio ucciderlo subito?»

Ho avuto in tutto sette like, su oltre cinquemila contatti: molti meno di quando scrivo cose tipo ‘ho mangiato la caponata’ o ‘fa caldo qui a Roma’.

Oggi vedo che, sempre su Fb, è pieno di gente che posta la foto della cella di Breivik: persone furiose perchė il terrorista ha un letto decente, una tv, un computer, e alla finestra non si vedono sbarre.

Non è che mi stupisca: tra gli svariati e dannosi effetti collaterali del berlusconismo e della sua cultura illegalitaria, in questi anni in Italia si è sviluppata per reazione – anche a sinistra, soprattutto a sinistra – una gran confusione tra il rispetto delle norme e la voglia di forca, tra la civiltà delle regole e la vendetta inumana.

Lo capisco, in qualche modo. Davvero.

Ma adesso basta.

Adesso a sinistra è ora di svegliarsi e di darsi una bella regolata.

La tortura inumana delle nostre carceri non appartiene certo alla cultura di sinistra, la cella pulita e a misura d’uomo di Breivik sì, chiaro?

Il carcere a vita (surrogato ipocrita della pena di morte) non è di sinistra, la fiducia nella possibilità che qualsiasi persona cambi profondamente sì.

E sono culturalmente di sinistra le parole della signora Ellen Bjerce, portavoce del carcere dove è rinchiuso Breivik: «L’isolamento non deve essere una tortura. Anche lui è un essere umano e ha i suoi diritti».

Così come erano di sinistra le parole del premier norvegese Jens Stoltenberg all’indomani della strage di Utoya, quando disse che a quella mattanza il suo Paese avrebbe risposto «non con meno apertura, con meno diritti e con meno tolleranza, ma con più apertura, con più diritti e con più tolleranza». Una frase impensabile da noi, dove politici di destra e di sinistra avrebbero fatto a gara per proporre l’esercito in assetto di guerra ai giardini pubblici, la castrazione chimica, l’oscuramento di YouTube.

Ecco, appunto.

Come noto, la Norvegia ha uno dei welfare migliori del mondo, servizi pubblici eccellenti, pari opportunità per le donne, aiuti per studiare e cercare lavoro ai giovani, assistenza agli anziani. Bene, a noi di sinistra può essere utile sapere che quel welfare straordinario non è culturamente e politicamente cosa diversa dalla pena «troppo mite» e dal «carcere di lusso» che hanno destinato a Breivik. Chiaro? Sono due facce della stessa medaglia. Simul stabunt, simul cadent.

È una questione di civiltá, di umanesimo, di rispetto sociale.

Proprio come mandare la gente a vita in una cella di sette metri da dividere a quaranta gradi con altri cinque detenuti si tiene perfettamente con un Paese in cui invece il welfare viene fatto a pezzi, la scuola pubblica viene tagliata, gli ospedali sono fatiscenti e l’unica cosa che cresce sono le iniquità.

E questo Paese è il nostro: quello che vogliamo e dobbiamo cambiare, in meglio.

Felicità

 

 

 

 

la felicità, tutti si è alla ricerca della felicità,di un amore,di un amico,che accada un evento, si arrivi a un obiettivo, che ci renda felici…… ma di cosa è fatta la felicità, in fondo si dovrebbe essere felici solo per il motivo di essere vivi di respirare, di essere baciati dal sole, di provare emozioni sensazioni, belle o brutte… gioire,contentarsi…….la felicità è la mano di un amore che ti stringe, sapendo che un giorno se ne andrà ma sei felice lo stesso, perché quell’attimo è solo tuo e di nessun altro, la felicità non ce la può dare nessuno, solo noi possiamo darla a noi stessi, e di riflesso farne gli altri partecipi, senza che si chieda, basta guardarsi negli occhi e si capisce a volte basta chiudere col passato, e aprire gli occhi su quello che c’è  davanti, per averla,  altre volte, è  prendere strade mai battute, e aprirsi al mondo….. la felicità è in noi, basta non averne paura e farne uso la felicità è vivere, credendoci

Lettere contro la guerra Tiziano Terzani

 

 

 

 

 

 

 

 

Dedicato alla giornalista Mika Yamamoto, uccisa in Siria,durante gli scontri di questi tragici giorni,e a tutti i giornalisti che con sacrificio e impegno provano a raccontare le guerre di cui è pieno il mondo

Ci sono giorni nella vita in cui non succede niente, giorni  che passano senza nulla da ricordare, senza lasciare una traccia, quasi non si fossero vissuti. A pensarci bene, i più sono giorni così, e solo quando il numero di quelli che ci restano si fa chiaramente più limitato, capita di chiedersi come sia stato possibile lasciarne passare, distrattamente, tantissimi. Ma siamo fatti così: solo dopo si apprezza il prima e solo quando qualcosa è nel passatoci si rende meglio conto di come sarebbe averlo nel presente. Ma non c’è più.

Un giorno, tornando a casa in bicicletta, un cecchino dell’Alleanza del Nord lo ha centrato in una gamba spappolandogliela sopra al ginocchio. « Se non è morto, quel tipo è ora di nuovo a Kabul », ho commentato come soprappensiero. «Lei lo ha perdonato? » « No. No. Se potessi lo ammazzerei con le mie mani », mi ha risposto. Tutti quelli che ci stavano a sentire erano d’accordo. Nella sezione delle donne una ragazzina di 13 anni impara a camminare con un nuovo piede di plastica, muovendosi lentamente lungo un tracciato di orme rosse sul pavimento. Un giorno, sei mesi fa, la madre le ha chiesto di andare a cercare un po’ di legna per il fuoco. Poco dopo ha sentito un’esplosione e le urla. Chiedo alla fisioterapista che l’aiuta, anche lei senza una gamba, persa anni fa su una mina nascosta nel cortile della scuola, se ritiene possibile un mondo senza guerra. Ride, come avessi raccontato una barzelletta. « Impossibile. Impossibile », dice. Ogni politico in visita a Kabul si fa vedere al centro di Alberto Cairo e porta aiuti perché lui continui il suo convincentissimo lavoro. Quel che nessuno ha il coraggio di dire è che l’unico modo di metter fine a quel lavoro, agli aiuti e alle visite dei politici è quello di proibire, ora, subito, la fabbricazione e il commercio di tutte le mine possibili. Che la « comunità internazionale » mandi una « Forza di pace » a smantellare qualunque fabbrica di mine, dovunque si trovi nel mondo! Cairo è in Afghanistan da 12 anni e conta di restarci per il resto della vita. Di lavoro ne ha: oltre al milione di vecchie mine, ci sono ora tutte quelle nuove seminate dal cielo dagli americani. Anche lui sorride della mia speranza in un mondo senza guerra. « In Afghanistan la guerra è il sale della vita », dice. « La guerra è più saporita della pace. » Il suo non è cinismo; è rassegnazione. Ma io non posso rassegnarmi, anche se mi rendo conto che quello che stiamo vivendo è un momento particolarmente tragico per l’umanità. Da settimanetutto quello che vedo e che sento a proposito di questa guerra sembra fatto per dimostrare che l’uomo non è assolutamente la parte più nobile del creato e che nel suo cammino di incivilimento sta subendo ora, davanti ai nostri

occhi, con la nostra partecipazione, una grande battuta d’arresto.Proprio all’inizio del terzo millennio, all’inizio di quella che tanti giovani pensavano fosse The New Age, la nuova era di pace e serenità, l’uomo ha innescato un pericolosissimo processo di nuova barbarie. Proprio quando una serie di regole del convivere umano parevano assicurate e condivise dai più, proprio quando le Nazioni Unite sembravano diventare la sede per la risoluzione dei conflitti, proprio quando le varie convenzioni sui diritti umani, sulla protezione dell’infanzia, della donna e dell’ ambiente parevano aver gettato le basi per una nuova etica internazionale, tutto è stato sconvolto e l’amministrazione della morte altrui è tornata ad essere una routine tecnicoburocratica come per Eichmann era diventato alla fine il trasporto degli ebrei. Sotto gli occhi di soldati occidentali, a volte con la loro attiva partecipazione, prigionieri con le mani legate dietro la schiena vengono fucilati ed il massacro, definito convenientemente una « rivolta carceraria », viene archiviato. Interi villaggi di contadini, la cui unica colpa è di essere nelle vicinanze di una montagna chiamata Tora Bora, vengono rasi al suolo dai bombardamenti a tappeto. Le vittime sono centinaia, ma la loro esistenza viene spudoratamente negata con l’affermazione che « tutti gli obiettivi colpiti sono militari». Una personalità di rilievo come il segretario alla Difesa Rumsfeld descrive i combattenti di Osama bin Laden come « animali feriti », per questo particolarmente pericolosi e con ciò possibilmente da abbattere, anche quando il rifiutare la resa di un combattente disarmato è un crimine di guerra secondo le Convenzioni di Ginevra. Il fatto che le quasi quotidiane apparizioni del segretario Rumsfeld al podio del Pentagono siano diventate uno dei programmi più popolari e più seguiti d’America dice molto sullo stato attuale di gran parte dell’umanità. La tortura stessa cessa di essere un tabù nella coscienza occidentale e nei talk-show si discute ormai apertamente sulla legittimità di ricorrervi quando si tratti di estrarre al sospetto-torturato delle informazioni che salvino vite americane. Pochissimi protestano. Nessuno chiede apertamente se i marines, le forze speciali e gli agenti della CIA, che stanno interrogando centinaia di talebani e arabi per scoprire dove si nasconda Osama bin Laden, lo facciano rispettando le norme secondo cui i prigionieri di guerra son tenuti solo a dare le proprie generalità. La « comunità internazionale » ha ormai accettato che l’interesse nazionale americano prevalga su qualsiasi altro principio,compreso quello finora sacrosanto della sovranità nazionale.  La stessa stampa americana ha messo da parte molti dei vecchi principi che l’hanno in passato resa importante nel suo ruolo di controllore del potere. Ho visto con i miei occhi l’originale di un articolo scritto dall’Afghanistan da un corrispondente di un grande quotidiano e quel che poi è stato pubblicato. Un tempo sarebbe stato motivo discandalo. Non ora. « Ormai siamo diventati la Pravda », diceva il giornalista.Quando un altro corrispondente ha proposto di scrivere un ritratto psicologico del mullah Omar per spiegare, fra l’altro, come e perché il capo supremo dei talebani, non consegnando Bin Laden, abbia messo in gioco l’esistenza del suo regime, la risposta della redazione è stata: « No. Il pubblico americano non è ancora pronto ». La verità è che si deve evitare tutto ciò che può umanizzare la figura del « nemico », tutto ciò che può spiegare le sue ragioni. Il nemico va demonizzato, va presentato come un inaccettabile mostro da eliminare. Solo per un attimo c’è stato nel servizio in diretta della CNN sul massacro dei prigionieri nella fortezza di Mazar-i-Sharif un tocco di compassione per quelle centinaia di cadaveri sparpagliati oscenamente nel cortile e fra i quali un soldato dell’ Alleanza del Nord già andava a giro con delle orribili pinze a cercare di recuperare dei denti d’oro dalle bocche spalancate. Sullo schermo è comparso uno svizzero del Comitato Internazionale della Croce Rossa che ha spiegato d’essere lì per fotografare e cercare di identificare quei morti. « Ognuno di loro ha una famiglia », ha aggiunto.Quei pochi fotogrammi con quelle poche parole sono scomparsi da tutte le edizioni in cui il servizio è stato poi, più volte, ritrasmesso. Non è scomparsa invece – anzi è stata ripetuta a non finire, specie nelle emissioni radio della Voice of America e della BBC rivolte all’Asia – la storia secondo cui negli ultimi giorni gruppi di talebani allo sbaraglio avrebbero fermato gli autobus sulla strada bad, e dopo aver controllato, come facevano quando erano al potere, la lunghezza «islamica» delle barbe dei passeggeri, avrebbero mozzato naso e orecchie a tutti quelli che se l’erano accorciata. Le vittime sarebbero state portate negli ospedali di Kabul e Jalalabad. Una mattina ho fatto il giro di tutti gli ospedali della capitale alla ricerca di quei malcapitati. Non ne ho trovato uno. Non esistono. Quella storia era falsa, ma una volta trasmessa nessuno si è preoccupato di smentirla. Allo stesso modo era falsa,anche se è stata persino usata dalla moglie di Tony Blair come esempio degli « orrori »talebani, la storia secondo cui sotto il regime del mullah Omar le donne che avevano le unghie laccate se le vedevano strappare via di forza. Le emozioni suscitate da tutta una serie di notizie false, compresa quella delle fiale di gas nervino « trovate » in un campo di Al Qaeda vicino a Jalalabad, sono servite a rendere accettabili gli orrori della guerra, a mettere le vittime nel conto dell’«inevitabile prezzo » da pagare per liberare il mondo dal pericolo del terrorismo. Questo era il fine della politica di informazione e disinformazione fatta da Washington e questo è quel che ha alimentato l’opinione pubblica del mondo occidentale. L’ autocensura dei mezzi d’informazione americani, e in gran parte anche di quelli europei, ha fatto il resto.La determinazione con cui gli Stati Uniti hanno inteso tacitare ogni voce dissidente e seccare ogni possibile fonte di verità alternativa è stata dimostrata dal missile caduto «per sbaglio » sulla sede a Kabul della televisione araba Al Jazeera. Sono andato a vedere. Non c’è stato alcuno sbaglio. La villetta in cui stava la redazione era la terza di una fila di costruzioni tutte uguali, in cemento, ad un piano, con un giardinetto attorno, in un viale uguale a tanti altri nel quartiere Wazir Akbar Khan. Nei paraggi non c’erano caserme, ministeri, carri armati o altri possibili obiettivi militari. Nel mezzo della notte un singolo missile, lanciato da un aereo ad alta quota, è caduto esattamente lì, su quella villetta, sventrandola. Un colpo alla libertà di espressione, ma un colpo ormai dato per scontato, accettato, giustificato: un colpo entrato a far parte della nostra vita come i tribunali speciali americani, gli arresti senza garanzie legali, le sentenze di morte senza appello. Eppure niente di tutto questo – non i morti innocenti, non i massacri di prigionieri, non la limitazione dei nostri diritti fondamentali, non l’ingiustizia profonda della guerra – ha scosso l’opinione pubblica. Certo non quella americana, ma neppure quella europea. L’attuale, diffusa indifferenza verso quel che sta succedendo agli afghani, ma in verità -senza che ce ne accorgiamo – anche a noi stessi, ha radici profonde. Anni di sfrenato materialismo hanno ridotto e marginalizzato il ruolo della morale nella vita della gente,facendo di valori come il danaro, il successo e il tornaconto personale il solo metro di giudizio. Senza tempo per fermarsi a riflettere, preso sempre più nell’ingranaggio di una vita altamente competitiva che lascia sempre meno spazio al privato, l’uomo del benessere e dei consumi ha come perso la sua capacità di commuoversi e di indignarsi. È tutto concentrato su di sé, non ha occhi né cuore per quel che gli succede attorno. È questo nuovo tipo di uomo occidentale, cinico e insensibile, egoista e politicamente corretto – qualunque sia la politica -, prodotto della nostra società di sviluppo e ricchezza, che oggi mi fa paura quanto l’uomo col Kalashnikov e l’aria da grande tagliagole che ora è ad ogni angolo di strada a Kabul. I due si equivalgono, sono esempi diversi dello stesso fenomeno: quello dell’uomo che dimentica d’avere una coscienza, che non ha chiaro il suo ruolo nell’universo e diventa il più distruttivo di tutti gli esseri viventi, ora inquinando le acque della terra, ora tagliandone le foreste, uccidendone gli animali ed usando sempre più sofisticate forme di varia violenza contro i suoi simili. In Afghanistan tutto questo mi appare chiaro. E mi brucia e mi riempie di rabbia.Per questo, a pensarci bene, l’unico momento di gioia che ho avuto in questo paese è stato quando ci son passato sopra. Dall’oblò di un piccolo aereo a nove posti delle Nazioni Unite in rotta da Islamabad a Kabul, il mondo appariva come se l’uomo non fosse mai esistito e non ci avesse lasciato alcuna traccia di sé. Da lassù il mondo era semplicemente meraviglioso: senza frontiere, senza conflitti, senza bandiere per cui morire, senza patrie da difendere. Ho pietà di coloro che l’amore di sé lega alla patria; la patria è soltanto un campo di tende in un deserto di sassi dice un vecchio canto himalayano citato da Fosco Maraini nel suo Segreto Tibet. Se anche ci fossero state, quelle tende non le avrei viste. Per stare al sicuro l’aereo volava a dieci chilometri di altezza e la terra, ora ocra ora violetta e grigia, era come la pelle grinzosa d’un vecchio gigante; i fiumi le sue vene. Dinanzi, come un mare in tempesta che improvvisamente fosse diventato di ghiaccio, avevamo la barriera innevata dell’Hindu Kush, « l’assassino di indù », a causa delle centinaia di migliaia di indiani morti di freddo in quelle montagne mentre venivano trasportati come schiavi verso l’Asia centrale dai loro conquistatori moghul. L’Afghanistan è stato da sempre, per la sua posizione geografica, il grande corridoio del mondo. Da qui son passate tutte le grandi religioni, le grandi civiltà, i grandi imperi; da qui son passate tutte le razze, tutte le idee, tutte le merci, tutte le arti. Qui sono nati un visionario filosofo come Zarathustra, un poeta come Rumi, qui sono nati gli inni vedici che sono all’origine delle scritture sacre indiane, e da qui è venuta la prima analisi grammaticale del sanscrito, la lingua a cui tutte le nostre debbono qualcosa. Da qui son passati tutti quelli che nei secoli sono andati a derubare l’India delle sue ricchezze materiali e da qui è passata la ricchezza spirituale dell’India, il buddhismo, prima di diffondersi nell’Asia centrale, in Cina, in Corea e alla fine in Giappone. E proprio in Afghanistan il buddhismo, incontrando la grecità che Alessandro il Macedone si era lasciato dietro, s’è espresso nelle sue più raffinate forme artistiche. L’Afghanistan è una vasta,profonda miniera di storia umana, sepolta nella terra di posti come Mazar-i-Sharif,Kabul, Kunduz, Herat, Ghazni e Balkh, l’antica Bactria, conosciuta come «madre di tutte le città».« E voi, che ci fate qui? » chiese nel 1924 un viaggiatore americano, sorpreso di vedere a Kabul, fra quelle delle grandi potenze, anche un’ambasciata italiana. « L’ archeologia », si sentì rispondere dall’allora ministro plenipotenziario Paternò dei Marchi. Dall’inizio del secolo scorso tanti sono stati gli scavi fatti in Afghanistan da nostre missioni scientifiche ed era davvero penoso, nelle prime settimane dei bombardamenti, sentire che i B-52 americani, alla caccia dei talebani, praticavano ora una loro nuova forma di archeologia andando a scavare, a suon di bombe a tappeto,proprio in quei posti preziosi.Questo, d’essere al centro di un qualche interesse altrui, è il destino dell’Afghanistan. E così che dai greci ai persiani, ai mongoli, ai turchi, fino ai russi e agli inglesi nell’ Ottocento, il paese è sempre stato la posta di un qualche Grande Gioco. Ancora oggi è esattamente così. Quando l’aereo delle Nazioni Unite s’è posato sulla pista di Bagram, un posto che duemila anni fa fu la capitale di una grande civiltà – Kushan – di cui le guerre han spazzato via ogni traccia in superficie, i nuovi giocatori erano tutti lì, su quella pista di cemento in mezzo ad una valle ora deserta e punteggiata dalla spettrale presenza di carcasse di carri armati, elicotteri, camion, aerei e cannoni. Mentre tre marines e un cane lupo, anche lui americano, venivano ad annusare meticolosamente i miei bagagli, dei soldati russi trafficavano, poco più in là, attorno a un loro aereo e a una fila di camion dai tendoni chiusi su cui era scritto: «Dalla Russia per i bambini dell’Afghanistan ». Dinanzi alle rovine di una caserma sivedevano le sagome di alcuni soldati inglesi. Bisognava guardare le stupefacenti montagne che al calar del sole sembrano prendere vita e muoversi col mutare delle ombre e dei colori, per non disperarsi: la vecchia storia stava semplicemente ricominciando. La « comunità internazionale » pensa di aver trovato una soluzione per i problemi dell’ Afghanistan in una formula che combina violenza e soldi, milizie afghane colpevoli di vari misfatti, ma ora tenute a bada anche loro dai B-52, e una persona per bene come il nuovo capo dell’esecutivo Hamid Karzai, unico e debole pashtun fra i rappresentanti forti delle altre etnie.Spero che la formula funzioni, ma non ci credo. Certo, anche a Kabul la vita riprende.L’ho vista riprendere a Phnom Penh dopo la fine dei khmer rossi, l’ho vista riprendere nelle foreste del Laos e del Vietnam defoliate dagli agenti chimici e cancerogeni degli americani. Ma che vita? Una vita nuova, una vita più consapevole, più tollerante, più serena, o la solita vita di ora: aggressiva, rapace, violenta?

Pagine tratte da ”Lettere contro la guerra” di  Tiziano Terzani