Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo

Preambolo

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;

Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità, e che l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell’uomo;

Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione;

Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;

Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;

Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l’osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;

Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;

L’ASSEMBLEA GENERALE

proclama

la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.

Articolo 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 2

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.

Articolo 3

Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Articolo 4

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

Articolo 5

Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.

Articolo 6

Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.

Articolo 7

Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.

Articolo 8

Ogni individuo ha diritto ad un’effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.

Articolo 9

Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.

Articolo 10

Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.

Articolo 11

Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.

Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetrato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.

Articolo 12

Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.

Articolo 13

Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

Articolo 14

Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.

Questo diritto non potrà essere invocato qualora l’individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Articolo 15

Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.

Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.

Articolo 16

Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all’atto del suo scioglimento.

Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.

La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.

Articolo 17

Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri.

Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.

Articolo 18

Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti.

Articolo 19

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Articolo 20

Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.

Nessuno può essere costretto a far parte di un’associazione.

Articolo 21

Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.

Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese.

La volontà popolare è il fondamento dell’autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.

Articolo 22

Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.

Articolo 23

Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.

Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.

Ogni individuo che lavora ha diritto ad una remunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.

Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Articolo 24

Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.

Articolo 25

Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.

La maternità e l’infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.

Articolo 26

Ogni individuo ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L’istruzione elementare deve essere obbligatoria. L’istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l’istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.

L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.

I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.

Articolo 27

Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.

Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.

Articolo 28

Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.

Articolo 29

Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.

Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.

Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.

Articolo 30

Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati.

”Uomini e No” di Elio Vittorini


 

 

Può l’umano farsi non umano?

 

 

 

 

 

 

Scese allora dal marciapiede, si mise con la folla, passò davanti a quegli uomini; e guardava che cosa avessero che luccicava al sole sui berretti. Vide che avevano delle teste di morto in metallo bianco, il te­schio con le tibie incrociate; ma vide anche che sul marciapiede, tra quegli uomini e altri più in fondo, stavano allineati come dei mucchietti di cenci; qualche mucchietto bianco, e qualche mucchietto invece scuro, di pantaloni, giacche, cappotti: panni usati.

Che cos’era?

Guardò, pur camminando, e più da vicino; e vide, fuori da qualcuno di quei mucchi, scarpe.

Scarpe anche?

Le vide come ai piedi dell’uomo, quando un uomo è steso in terra. C’era gente in quei piccoli mucchi? C’erano uomini? Guardò, quasi spaventata, dietro a sé; nelle facce della folla.

“Ma…” disse. Qualcosa per cominciare. E avrebbe voluto chiedere se ognuno di quei mucchietti fosse un uomo; e perché fossero lì, cinque mucchietti, cinque uomini; se fossero uomini catturati, e catturati a che scopo; e perché fossero tutti stesi, perché nessuno fosse seduto, nessuno in piedi, nessuno che si muovesse.

Avrebbe voluto saperlo da qualcuno della folla, non vederlo da sé; e invece vide da sé; e vide che erano morti, cinque uomini allineati morti sul marciapiede, uno vestito anche con cravatta al collo come se lo avessero ucciso mentre camminava per la strada, ma tutti gli altri in disordine, uno avvolto nel tappeto d’un tavolo, uno con la giacca sulla faccia e sotto in mutande e camicia, due in biancheria da letto con i piedi nudi.

[…]

Ma c’era anche la bambina.

Più giù, tra i quattro del corso, dagli undici o dodici anni che aveva mostrava anche lei la faccia adul­ta, non di morta bambina, come se nel breve tempo che l’avevano presa e messa al muro avesse di colpo fatta la strada che la separava dall’essere adulta. La sua testa era piegata verso l’uomo morto al suo fianco, quasi recisa nel collo dalla scarica dei mitragliatori e i suoi capelli stavano nel sangue raggru­mati, la sua faccia guardava seria la seria faccia dell’uomo che pendeva un poco dalla parte di lei.

Perché lei anche?

Gracco vide passare un altro degli uomini che aveva conosciuto la sera prima, il piccolo Figlio-di-Dio, e fu un minuto con lui nella sua conversazione eterna. Rivolse a lui il movimento della sua faccia, quella ruga improvvisa in mezzo alle labbra, quel suo sguardo d’uomo dalle tempie bianche; e Figlio-di-Dio fe­ce per avvicinarglisi.

Ma poi restò dov’era. Perché lei? il Gracco chiedeva. E Figlio-di-Dio rispose nello stesso modo, guar­dandolo. Gli rimandò lui pure la domanda: Perché lei?

Perché? la bambina esclamò. Come perché? Perché sì! Tu lo sai e tutti lo sapete. Tutti lo sappiamo. E tu lo domandi?

Essa parlò con l’uomo morto che gli era accanto.

Lo domandano, gli disse. Non lo sanno?

Sì, sì, l’uomo rispose. Io lo so. Noi lo sappiamo.

Ed essi no? la bambina disse. Essi pure lo sanno.

Vero, disse il Gracco. Egli lo sapeva, e i morti glielo dicevano. Chi aveva colpito non poteva colpire di più nel segno. In una bambina e in un vecchio, in due ragazzi di quindici anni, in una donna, in un’altra donna: questo era il modo migliore di colpir l’uomo. Colpirlo dove l’uomo era più debole, dove aveva l’in­fanzia, dove aveva la vecchiaia, dove aveva la sua costola staccata e il cuore scoperto: dov’era più uomo. Chi aveva colpito voleva essere il lupo, far paura all’uomo. Non voleva fargli paura? E questo modo di colpire era il migliore che credesse di avere il lupo per fargli paura.

Però nessuno, nella folla, sembrava aver paura.

(dai capitoli LXII e LXIV)

 

Un camioncino col rancio era passato per il largo Augusto e il corso, e gli uomini con la testa di morto sui berretti mangiavano al sole, mangiavano all’ombra, su ogni marciapiede dov’erano di guardia.

La gente li guardava, e due giovanotti che li guardavano sorrisero tra loro.

“Buono, eh?” disse uno.

“Mica male,” uno di quegli uomini rispose.

“Che ci avete dentro? Carne?…”

“Eh, sì! Carne!”

“Ossa anche?”

“Ossa? Come ossa?”

Uno sbarbatello delle teste di morto venne dov’erano i due giovanotti e mostrò il recipiente.

“C’è carne. C’è pancetta. C’è fagioli. C’è patate.”

“Vedo,” disse il giovanotto che aveva parlato.

“Ci trattano bene,” lo sbarbatello continuò. “La mattina,” disse, “pane con burro e marmellata…” Ave­va piena la bocca, e voglia di parlare. “Il pomeriggio, lo stesso. Pane, con burro e marmellata.”

Il giovanotto si voltava indietro, mentre lui parlava. Guardava occhi, nell’attenta folla. E lui dalla te­sta di morto, sempre piena la bocca, parlava.

“La sera, maccheroni e pietanza.”

“Di carne cruda?”

“Di carne cruda? No, di carne cotta. Più la frutta. Più il formaggio. Più il vino.”

“E quest’intruglio a quest’ora?”

“Intruglio? Questo è un piatto tedesco. Ha un nome loro non so come si dice. E c’è anche salsiccia.”

“Ma guarda!”

“Uno come noi può ringraziare Iddio. Di questi tempi che farebbe, se no? Fame, se no!”

“Lo credo.”

Con la testa di morto sul berretto, quello mosse la sua mascella piena, masticando, in direzione della folla e indicò le facce davanti a sé.

“Che fanno loro? Se non sono ricchi sfondati, fame!”

Il giovanotto si voltò di nuovo.

“Dì,” disse lo sbarbatello. E gli diede una gomitata.

“Che vuoi?”

 

Pagine tratte da ”Uomini  e No” di Elio Vittorini

sogno numero due, Faber

Immagine

Imputato ascolta,
noi ti abbiamo ascoltato.
Tu non sapevi
di avere una coscienza al fosforo
piantata tra l’aorta e l’intenzione,
noi ti abbiamo osservato
dal primo battere del cuore
fino ai ritmi più brevi
dell’ultima emozione
quando uccidevi,
favorendo il potere
i soci vitalizi del potere
ammucchiati in discesa
a difesa della loro celebrazione.
E se tu la credevi vendetta
il fosforo di guardia
segnalava la tua urgenza di potere
mentre ti emozionavi
nel ruolo più eccitante della legge
quello che non protegge,
la parte del boia
Imputato, il dito più lungo
della tua mano è il medio
quello della mia è l’indice,
eppure anche tu hai giudicato.
Hai assolto e hai condannato
al di sopra di me,
ma al di sopra di me,
per quello che hai fatto,
per come lo hai rinnovato,
il potere ti è grato
Ascolta, una volta un giudice come me
giudicò chi gli aveva dettato la legge :
prima cambiarono il giudice
e subito dopo la legge.
Oggi, un giudice come me,
lo chiede al potere se può giudicare.
Tu sei potere.
Vuoi essere giudicato ?
Vuoi essere assolto o condannato ?

Lamia, John Keats

Upon a time, before the faery broods
Drove Nymph and Satyr from the prosperous woods,
Before King Oberon’s bright diadem,
Sceptre, and mantle, clasp’d with dewy gem,
Frighted away the Dryads and the Fauns
From rushes green, and brakes, and cowslip’d lawns,
The ever-smitten Hermes empty left
His golden throne, bent warm on amorous theft:
From high Olympus had he stolen light,
On this side of Jove’s clouds, to escape the sight
Of his great summoner, and made retreat
Into a forest on the shores of Crete.
For somewhere in that sacred island dwelt
A nymph, to whom all hoofed Satyrs knelt;
At whose white feet the languid Tritons poured
Pearls, while on land they wither’d and adored.
Fast by the springs where she to bathe was wont,
And in those meads where sometime she might haunt,
Were strewn rich gifts, unknown to any Muse,
Though Fancy’s casket were unlock’d to choose.
Ah, what a world of love was at her feet!
So Hermes thought, and a celestial heat
Burnt from his winged heels to either ear,
That from a whiteness, as the lily clear,
Blush’d into roses ’mid his golden hair,
Fallen in jealous curls about his shoulders bare.
From vale to vale, from wood to wood, he flew,
Breathing upon the flowers his passion new,
And wound with many a river to its head,
To find where this sweet nymph prepar’d her secret bed:
In vain; the sweet nymph might nowhere be found,
And so he rested, on the lonely ground,
Pensive, and full of painful jealousies
Of the Wood-Gods, and even the very trees.
There as he stood, he heard a mournful voice,
Such as once heard, in gentle heart, destroys
All pain but pity: thus the lone voice spake:
“When from this wreathed tomb shall I awake!
“When move in a sweet body fit for life,
“And love, and pleasure, and the ruddy strife
“Of hearts and lips! Ah, miserable me!”
The God, dove-footed, glided silently
Round bush and tree, soft-brushing, in his speed,
The taller grasses and full-flowering weed,
Until he found a palpitating snake,
Bright, and cirque-couchant in a dusky brake.

    She was a gordian shape of dazzling hue,
Vermilion-spotted, golden, green, and blue;
Striped like a zebra, freckled like a pard,
Eyed like a peacock, and all crimson barr’d;
And full of silver moons, that, as she breathed,
Dissolv’d, or brighter shone, or interwreathed
Their lustres with the gloomier tapestries—-
So rainbow-sided, touch’d with miseries,
She seem’d, at once, some penanced lady elf,
Some demon’s mistress, or the demon’s self.
Upon her crest she wore a wannish fire
Sprinkled with stars, like Ariadne’s tiar:
Her head was serpent, but ah, bitter-sweet!
She had a woman’s mouth with all its pearls complete:
And for her eyes: what could such eyes do there
But weep, and weep, that they were born so fair?
As Proserpine still weeps for her Sicilian air.
Her throat was serpent, but the words she spake
Came, as through bubbling honey, for Love’s sake,
And thus; while Hermes on his pinions lay,
Like a stoop’d falcon ere he takes his prey…

Pagine tratte da ”Lamia” di John Keats

Il Partigiano Johnny Beppe Fenoglio

“Scrivo per un’infinità di motivi.
Non certo per divertimento.
Ci faccio una fatica nera.
La più facile delle mie pagine esce
spensierata da una decina
di penosi rifacimenti.”

– Morto. L’ho lasciato dietro, dentro la torretta. Piaceva anche a te? Una pallottola attraverso il finestrino.

Si inchiodarono ritti sul fango, come alcune pallottole, molto sperse ma maligne, ronzarono fra di loro, in traiettoria fra la collina e gli argini. E un ragazzo di Johnny urlando mostrò le sue due braccia trapassate da una singola palla. Dalle colline raddoppiarono il fuoco e tutti si abbatterono con la faccia nel fango. I fascisti li avevano già avanzati sulla destra e dall’alto? Poi il selvaggio urlo di un partigiano verso la collina l’avvisò che chi sparava erano i partigiani postati sulle colline, che li scambiavano per la prima linea fascista avanzante. Uno scoppio di improperi e minacce e quel fuoco cessò, mortificatissimo, e null’altro risuonò più se non lo scroscio della pioggia.

La squadra era giunta ai piedi dell’ultimo pendio, e Johnny sospirò al calvario che esso comportava: era cosi plasmato di fango lievitante che la superficie ne pulsava tutta. L’argilla bulicante aveva pochissimi, quasi ironici cespi di erba fradicia. Johnny prese ad inerpicarsi sui ginocchi, ancorandosi al fango con la mano libera; s’inerpicò e ricadde. Cosi gli uomini, l’angoscia strappando loro bestemmie ed insulti. In una scivolata si perdeva in un lampo quel che era costato minuti di penosa ascesa. Il ricadente precipitava su quello che saliva speranzoso, ed entrambi crollavano al fondo in un abbraccio di disperazione ed ingiurie. Un altro munizionamento della Browning andò perduto e la metà degli uomini, disperando di raggiungere il ciglione, presero ad allontanarsi per la pianura e andarono così perduti per l’ultima difesa.

Johnny giaceva a mezza costa, ansante e pazzamente assetato, in quell’orgia d’acqua; attraverso le maniche il fango gli si era insinuato fino alle ascelle. Si voltò a guardare dalla parte del nemico; fra una fascia di vapori vide l’avanguardia fascista a mezzo chilometro, che annusava i muri perimetrali di San Casciano. La pioggia era così greve che ogni goccia ora ammaccava la pelle già troppo battuta. Allora sbatté più su la mitragliatrice, come un traguardo embedded nel fango, la raggiunse salendo sul ventre, la risbatté più su ed ancora la raggiunse, finché emerse, una statua di fango, sul ciglione.

Non c’era nessuno, né vista né voce di difensori. Poi uno degli uomini restatigli gli additò l’aja della cascina. Ci stava uno sparuto, perplesso gruppo, molti della categoria minorenni, probabilmente gli erronei tiratori di poco fa. Ecco le centinaia di uomini freschi, le armi intatte e le pile di munizioni alte come alberi. Ma non si rivoltò, e pure nessuno dei suoi uomini, la disperatezza della situazione quasi li lusingava. Arrivarono poi i forti anziani che avevano sgombrato San Casciano ed anch’essi stettero senza mugugnare, dandosi subito a preparare il necessario per mettere il tetto al grosso edificio della sconfitta.

Johnny abbassò gli occhi sulla città sottostante, segnata: stava, cinta dalle acque, in nuda, tremante carne. Tossì, affidò la Browning al nuovo mitragliere e andò alla fattoria per bere. Il capitano Marini stava sull’uscio e da uno spigolo si sporse anche il suo aiutante, che stava tempestando invano un telefono da campo.

– Piacere di rivederti, – disse Marini. – Partita perduta. Non posso biasimare né Lampus né Nord che non intendono buttare in campo altri uomini, altre armi e munizioni. Se i fascisti prendessero per le colline sull’abbrivio di oggi non ci resterebbero che pietre a tirargli. Vediamo di fare del nostro meglio da soli. Vuoi bere? Fà con calma, penso ci daranno un quarto d’ora di respiro.

Johnny non rispose, trovava l’amarezza troppo grande, troppo eccelsa per sminuirla con recriminazioni. E poi l’aiutante era cosi devota e compassionevole figura: ancora in tela mimetica, tremava e sgrondava come l’avessero appena estratto da in fondo a un pozzo. Si accaniva, sempre invano, col telefono.

Dentro, la famiglia dei mezzadri, atterrita, incespicante, balbuziente, tirava macchinalmente secchi d’acqua dalla pompa interna e macchinalmente li porgeva. In attesa del suo turno Johnny si affacciò alla finestra e approvò con gli occhi la presa di posizione dei ragazzi rimastigli, fra due olmi sgocciolanti. Dalla finestra accanto Marini chiedeva con voce aspra qualcosa di sotto a proposito di una mitragliera. Uno del reparto che aveva evacuato la terza villa rispose che la mitragliera era inservibile, aveva perso un pezzo essenziale. Johnny chiese una sigaretta a Marini, stranamente godendo di quel cumulo di disgrazie: il capitano gli porse in una convulsa manciata la rovina di un pacchetto di sigarette.

Pagine tratte da ”Il Partigiano Johnny” Beppe Fenoglio

”La fine è il mio inizio” Tiziano Terzani

  Scoprimmo una cosa curiosa a Malmantile: c’era un posto che si chiamava la Cava Terzani, un posto in cui questa famiglia per secoli e secoli cavava la pietra, la tagliava e la    portava a Firenze. T’immagini, era un lavoro da egizi che costruivano le piramidi, quello di portare quelle pietre in città!

La cosa che ci impressionò di più quando ci andammo con la Mamma era che i Terzani stavano dentro le mura di Malmantile, il che voleva dire proprio in una tana scura, buia, in cui si entrava attraverso una piccola porta. Io notai immediatamente un enorme tavolo di legno che era impossibile ci fosse stato portato perché le mura erano di pietra solida. Loro ci dissero che gli antenati lo avevano costruito dentro casa e che era il tavolo al quale mangiava la famiglia.

Mio nonno Livio era nato in quella casa. Aveva dei bei baffi bianchi, era un uomo dritto, pieno di belle storie, incazzereccio. Ritiro molto da lui. Aveva quattro figli, Gerardo, Gusmano, Vannetto, Annetta, più due che sono poi morti, e sua moglie, la mia nonna Eleonora, quando doveva uscire legava questi sei malandrini alle quattro gambe del

tavolo di cucina e due alle gambe di una panca di legno. Dovevano stare fermi lì finché lei non tornava. Stupende storie, no?

Non c’era l’asilo.

Quando la famiglia aveva un soldo in più, compravano un uovo. Tutti i figli stavano seduti su quella panca e ognuno doveva ciucciare una volta, perché l’uovo fresco era

considerato di grandissimo valore nutritivo.

Mio padre, Gerardo, diventò tornitore. Fece la terza elementare, credo, e cominciò a lavorare giovanissimo. Scriveva, leggeva, ma non era che la cosa gli fosse molto familiare. Più tardi imparò bene a fare di conto perché aveva da gestire una piccola autorimessa che aveva messo su insieme a un socio. E lì di nuovo le storie dei poveri, meravigliose.

Lui conobbe la Lina, mia madre, perché lei stava in via del Porcellana e faceva la cappellaia a Porta al Prato, sai, a quel tempo le donne portavano i cappelli. Ogni giorno lui vedeva passare questa bella donna – perché la nonna Lina era molto bella, aveva un incarnato bianco, di velluto, ed era corvina di capelli – e in qualche modo lui, che era un tappettino, se la conquistò.

Mia madre non era molto intelligente. Era limitata, piena di pregiudizi. “Io son di Firenze, eh! i’ mi’ babbo lavorava da i’ marchese Gondi! ‘Un era mica i’ fornaio di Monticelli, eh!” Lei odiava Monticelli perché era fuori le mura, non c’era l’ombra del Cupolone. Le pareva di essere in esilio, per cui non stava con quelle becere campagnole di Monticelli. Lei era così. Aveva questa aspirazione che, devo dire, in qualche modo si è riflessa anche in me, a essere qualcos’altro.

Non andò mai d’accordo con mia nonna Eleonora, sua suocera. Litigavano in continuazione. Mia nonna l’accusava di fare la signora, di credere d’essere chissà chi. Una volta mia madre aveva un cappellino, le piaceva essere elegante, e in una bottega la

nonna le tirò una botta per levarglielo di testa. “Ma che la crede d’essere, una signora!?” E -poff! glielo tolse di testa.

Tipici rapporti fra suocera e nuora.

Mia madre era portatrice di tutte le bischerate dei poveri che aspirano a diventare un po’ più ricchi. Insomma, le storie che tu hai sentito sono stupende, no? Lei si vantava

che suo padre, il mio nonno Giovanni, faceva il cuoco. Faceva il cuoco in casa del marchese Gondi di  cui era il  beniamino perché una volta, avendo scoperto che la marchesa lo aveva tradito, il marchese era andato al cassetto e aveva preso la rivoltella per ammazzarla. Mio nonno si mise di mezzo e tolse al marchese la pistola di mano. Grande coraggio, per  un  cuoco,  togliere  la  pistola di  mano  a  un  marchese! Ma  il marchese gliene fu grato per il resto della vita e fu sempre cortesissimo con il cuoco Giovanni, specie verso la fine che non tardò ad arrivare perché, come le altre due sorelle di mia madre, anche mio nonno morì di tubercolosi.

Dopo il suo funerale buttarono fuori dalle finestre del terzo piano tutto quello che apparteneva alla famiglia per bruciarlo in un falò per strada perché il male non passasse

ad altri. Mia nonna venne allora a vivere con noi con solo quello che aveva indosso e un

 

fagotto con dei vestiti neri e una spilla d’oro con qualche piccola perla. La mia meravigliosa nonna Elisa da cui io ritiro molto!

Aveva degli occhi azzurrissimi, una pelle bella, diafana, e il naso un po’ a patata che ho ripreso io e poi la Saskia. Era saggia, stupendamente saggia, e aveva un senso di sé, una

modestia e anche una sua sicurezza con cui è riuscita a trovare uno spazio nella sua nuova famiglia in cui è vissuta per quasi dieci anni.

Pensa, mio padre cosa le fece, che carino! Con la sua grande genialità fece una stanza per la nonna che ogni sera veniva ricostruita. Piantava un palo di ferro nel pavimento del salotto e fra il palo e il muro attaccò una tenda con due ganci. La nonna Elisa dormiva lì,

quella era la sua camera da letto. La mattina appena si alzava smontava tutto, il palo andava sotto il letto e la tenda veniva ripiegata. La sera, quando la vita di famiglia era finita, io l’aiutavo a rimontare la tenda e lei si ritirava lì dietro. È morta dietro a quella tenda. Pensa agli spazi che noi abbiamo ora, alle case!

FOLCO: In India molti vivono ancora così.

TIZIANO: E per vivere così, con dignità, con pulizia – lei era pulitissima, odorava sempre di borotalco – ci vuole tanta disciplina, tanta disciplina che mia madre invece non aveva.

Mia madre era orgogliosa del fatto che suo padre fosse stato il beniamino di un marchese al punto che diceva a me, che ero bambino “Il marchese gli voleva così bene al

nonno che gli dava gli avanzi del suo mangiare”. Mangiare era importantissimo. Quando il marchese aveva finito di mangiare il pollo, gli avanzi li dava a mio nonno, e questo fatto era citato in famiglia come esempio di grande generosità del marchese e di grande prestigio del nonno. A me già allora questo mi faceva girare un po’… Io ero un anarchico.

FOLCO: Già allora?

TIZIANO: Forse si nasce così, c’è nel DNA. Io sono sempre stato un anarchico. Vedevo uno vestito da poliziotto e mi veniva da tirargli dei calci. Il potere mi è sempre stato alieno. Il potere mi ha sempre orticato.

FOLCO: Strano, perché il nonno e la nonna non erano certo dei tipi ribelli.

TIZIANO: No, ma c’era l’altra parte della famiglia, la nonna Elisa e suo fratello, lo zio

Torello, che erano matti. Erano contadini ma si sentivano signori. Andavano col calesse, erano diversi. Era gente che aveva una marcia in più.

FOLCO: Allora tu avevi questi altri esempi.

TIZIANO: Sì, c’era quella parte della famiglia un po’ più matta che vedevamo spesso perché ci venivano a trovare. Siccome non c’erano svaghi, l’unica cosa da fare era di

andarsi a trovare a vicenda la domenica. Sempre attenti di non andare a mangiare! Bisognava arrivare dopo che avevano mangiato e anche se ti offrivano qualcosa – e io avevo una fame da cani di cioccolata, di biscotti – dovevo dire almeno tre, quattro, cinque volte “No, grazie!”

Questa era l’educazione che mi è stata data. E non c’erano cristi. Io, di nuovo ribelle, ricordo che mi sono preso uno schiaffo una volta perché una sorella della mia nonna Elisa, che mi adorava, appena arrivavo mi dava dei baci tutti unti e sbrodolati e io subito dopo mi pulivo le guance. E i miei si vergognavano. Per dirtelo subito, io non quagliavo con questi qui.

FOLCO: Non ti sentivi parte della tua famiglia?

TIZIANO: No. E fin da piccolo tutti hanno capito che non ero di quella banda lì. Proprio non c’entravo nulla. Infatti mi ricordo anche che c’erano allusioni dello zio stronzo, Vannetto, che in fondo, chi lo sa se ero veramente figlio di mio padre? Scherzava ovviamente, ma si vedeva che non ero dei loro. Il loro mondo non era il mio. Avevo

sempre in testa che dovevo scapparne.

C’era l’idea, che era solita allora, che finite le scuole elementari io sarei andato a lavorare con mio padre che faceva il meccanico. Così funzionava. Da apprendista andavi nell’officina, cominciavi col pulire l’olio e poi mettevi i pezzi insieme. Così nasceva un altro meccanico. In casa mia lo dicevano “Quando hai finito, vai! Così puoi aiutare i’

babbo”. E anche mio padre ci teneva perché così era la vita, così la vedevano loro.

Ma io avevo ben altre idee.

 

Pagine tratte da ”La fine è il mio inizio” Tiziano Terzani

Libertà di Paul Eluard

Immagine

Sui miei quaderni di scolaro

Sui miei banchi e sugli alberi

Sulla sabbia e sulla neve

Io scrivo il tuo nome

Su tutte le pagine lette

Su tutte le pagine bianche

Pietra sangue carta cenere

Io scrivo il tuo nome

Sulle dorate immagini

Sulle armi dei guerrieri

Sulla corona dei re

Io scrivo il tuo nome

Sulla giungla e sul deserto

Sui nidi sulle ginestre

Sull’eco della mia infanzia

Io scrivo il tuo nome

Sui prodigi della notte

Sul pane bianco dei giorni

Sulle stagioni promesse

Io scrivo il tuo nome

Su tutti i miei squarci d’azzurro

Sullo stagno sole disfatto

Sul lago luna viva

Io scrivo il tuo nome

Sui campi sull’orizzonte

Sulle ali degli uccelli

Sul mulino delle ombre

Io scrivo il tuo nome

Su ogni soffio d’aurora

Sul mare sulle barche

Sulla montagna demente

Io scrivo il tuo nome

Sulla schiuma delle nuvole

Sui sudori dell’uragano

Sulla pioggia fitta e smorta

Io scrivo il tuo nome

Sulle forme scintillanti

Sulle campane dei colori

Sulla verità fisica

Io scrivo il tuo nome

Sui sentieri ridestati

Sulle strade aperte

Sulle piazze dilaganti

Io scrivo il tuo nome

Sul lume che s’accende

Sul lume che si spegne

Sulle mie case raccolte

Io scrivo il tuo nome

Sul frutto spaccato in due

Dello specchio e della mia stanza

Sul mio letto conchiglia vuota

Io scrivo il tuo nome

Sul mio cane goloso e tenero

Sulle sue orecchie ritte

Sulla sua zampa maldestra

Io scrivo il tuo nome

Sul trampolino della mia porta

Sugli oggetti di famiglia

Sull’onda del fuoco benedetto

Io scrivo il tuo nome

Su ogni carne consentita

Sulla fronte dei miei amici

Su ogni mano che si tende

Io scrivo il tuo nome

Sui vetri degli stupori

Sulle labbra intente

Al di sopra del silenzio

Io scrivo il tuo nome

Su ogni mio infranto rifugio

Su ogni mio crollato faro

Sui muri della mia noia

Io scrivo il tuo nome

Sull’assenza che non desidera

Sulla nuda solitudine

Sui sentieri della morte

Io scrivo il tuo nome

Sul rinnovato vigore

Sullo scomparso pericolo

Sulla speranza senza ricordo

Io scrivo il tuo nome

E per la forza di una parola

Io ricomincio la mia vita

Sono nato per conoscerti

Per nominarti

Libertà.

Paul Eluard (1924)

Adolescente di Majakovskij

Adolescente
Per i ragazzi c’è un sacco di roba da studiare.
S’insegna la grammatica a scemi d’ambo i sessi.
A me invece
m’hanno scacciato dalla quinta classe.
Hanno cominciato a sbattermi nelle prigioni di Mosca.
Nel vostro
piccolo mondo
di appartamenti
crescono ricciute liriche per le camere da letto.
Che vuoi trovarci in queste liriche da cani pechinesi?
A me, per esempio,
ad amare
l’hanno insegnato
nelle carceri di Butyrki.
M’importa assai della nostalgia per il bosco di Boulogne,
e dei sospiri davanti ai panorami marini!
Io, ecco,
m’innamorai
dallo spioncino della cella 103,
di fronte all'”Impresa pompe funebri”.
Chi vede tutti i giorni il sole
dice con sufficienza:
“Cosa saranno mai quei quattro raggi”!
Ma io
per un giallo illuminello
sopra un muro
avrei dato allora qualunque cosa al mondo.
Vladimir Vladimirovič Majakovskij ( Bagdadi, 7 luglio 1893 – Mosca, 14 aprile 1930)