L’eutanasia non è un tabù

L’eutanasia non è un tabù

Il significato letterale del termine eutanasia è buona morte. Oggi si definisce eutanasia la pratica medica volta ad alleviare la sofferenza di un malato terminale.
Ci sono vari modi di praticare l’eutanasia. C’è l’eutanasia passiva quando il medico si astiene dal praticare cure per tenere in vita il malato; eutanasia attiva quando si mette fine in modo diretto alla sofferenza. Entrambe nel nostro paese costituiscono reato penalmente perseguibile, con pene che vanno dai 6 ai 15 anni di carcere, in quanto l’Italia non ha mai legiferato in materia. Come per tanti altri temi eticamente sensibili il dibattito è molto vivace, e come sempre accade anche la Chiesa Cattolica, avendo come megafono politici che dimenticano di rappresentare l’intera Nazione e non una parta di essa, è scesa campo tuonando che la vita appartiene a Dio e solo lui ha il potere di darla e toglierla. Di parere opposto la Chiesa Valdese che si dichiara a favore dell’eutanasia.
Ora poiché nessuno si sognerebbe di imporre leggi allo Stato del Vaticano, è chiaro che ci si aspetta lo stesso rispetto nei confronti della Repubblica Italiana che, fino a prova contraria, è uno Stato laico e sovrano. Il vecchio adagio Libera Chiesa in Libero Stato è più che mai attuale, considerato anche che il potere temporale ecclesiastico finì il 20 settembre 1870 con la Breccia di Porta Pia.

Negli ultimi anni casi limite come quello di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro hanno fatto riaccendere il dibattito sull’eutanasia.
Piergiorgio Welby, affetto da distrofia muscolare e ormai impossibilitato a muoversi, scrisse al Presidente della Repubblica Napolitano invocando per sé l’eutanasia; il Presidente scrisse alle Camere chiedendo di prendere decisioni immediate e concrete. Correva l’anno 2006. Il 21 dicembre dello stesso anno Welby si spegneva, scatenando commozione e nuovi dibattiti.
Del 2007 è il caso di Giorgio Nuvoli, il quale chiedeva che fosse staccato il respiratore che lo teneva in vita; per evitare che qualche medico attuasse la procedura, il capezzale di Nuvoli fu presidiato dai Carabinieri. Nuvoli si lasciò morire di fame.
Forse il caso che ha fatto più scalpore e destato attenzione e infuocati dibattiti è quello di Eluana Englaro, in stato vegetativo dal 1992 a causa di un incidente stradale; quando era ancora nel pieno delle proprie facoltà mentali la Englaro aveva sempre dichiarato di rifiutare, in caso di malattia terminale o stato vegetativo, i trattamenti medici per essere tenuta artificialmente in vita. Dopo anni di battaglie legali il caso approdò nel 2006 davanti alla Corte di Cassazione, che rinviò tutto alla Corte d’Appello di Milano per un vizio di procedura; finalmente nel 2008 il padre di Eluana riuscì ad ottenere l’autorizzazione per l’interruzione dei trattamenti di idratazione e alimentazione forzata.
Il Procuratore Generale di Milano fece appello contro la sentenza, ma venne bocciato.
Nel 2009 il governo Berlusconi preparò un decreto ad hoc per bloccare la sentenza, decreto che fu respinto dal Presidente della Repubblica. Nel frattempo venne attuata la sentenza della Corte d’Appello di Milano ed Eluana si spense in una clinica di Udine nel 2009.

In questi ultimi 10 anni ci sono state varie proposte per regolamentare la materia.
Nel luglio del 2000 l’allora Ministro per la Sanità Veronesi affermò che «l’eutanasia non è un tabù», auspicando di trovare in tempi brevi una soluzione al problema. Nell’agosto 2001 i Radicali presentarono una proposta di legge di iniziativa popolare dal titolo Legalizzazione dell’eutanasia. Nella XIV legislatura sono stati presentati diversi progetti di legge: le due proposte, una sul testamento biologico e una sulla depenalizzazione dell’eutanasia, promosse dall’associazione Libera Uscita, e il disegno di legge de La Rosa nel Pugno; anche durante la XV legislatura sono stati presentati diversi progetti. Nella XVI un solo progetto, d’iniziativa radicale; molte invece sono state le iniziative di segno opposto, sostenute da parlamentari clericali, tra cui l’ultimo discusso in Parlamento, il decreto Calabrò sul testamento biologico che di fatto condanna alla sofferenza fino all’ultimo istante di vita.
Il tutto non tenendo conto né del parere degli italiani né della Corte di Cassazione la quale, con una corposa e fondamentale sentenza (la n. 21748 del 16 ottobre 2007), afferma, sintetizzando ai minimi termini: «Il malato è libero di curarsi, naturalmente. Ma anche di non curarsi. Sino alle estreme conseguenze. E lo Stato non può farci niente. Quando poi il paziente non è capace di intendere e volere, in stato vegetativo da anni, l’autorità giudiziaria può autorizzare i medici a interrompere le cure».
Per quanto riguarda l’opinione del popolo italiano, basti ricordare che nel rapporto Italia 2011 di Eurispes ben il 66,2%  degli intervistati si dichiara favorevole all’eutanasia e il 77,2% a favore del testamento biologico.

Ciò che i cittadini di uno Stato laico chiedono, in conclusione, è di poter avere il diritto di scegliere per loro stessi senza nulla imporre al prossimo. Poiché potrebbe capitare a chiunque di trovarsi affetto da un male incurabile o finire in stato vegetativo. E quando si è in pieno possesso delle facoltà mentali, si vorrebbe avere la possibilità di scegliere in totale libertà come e se venire curati, senza che si venga colpevolizzati o criminalizzati, scegliendo l’eutanasia o rifiutando qualsiasi cura. Esercitando una libera scelta sulla propria vita. Esercitando un diritto sovrano che uno Stato libero dovrebbe assicurare e garantire.
Ma non sembra il caso italiano.

Johnny Spata
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